Conflitto in Medio Oriente


Io dico soltanto che le aziende della plastica che acquistano ABS da oriente hanno ricevuto la notifica che i fornitori accettano ordini di mese in mese. ABS è uno scarto del petrolio. La scarsità del petrolio è alle porte
 
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La situazione e' leggermente volatile, due settimane sono un'eternita'. E non puoi mica iniziare a dire che forse avrai problemi quindi non comprate biglietti con troppo anticipo.

Pero' potrebbe succedere di tutto, sia che domani T. se ne va a casa dicendo a tutti di aver vinto con la coda tra le gambe e in qualche giorno trovano il modo di ricominciare a far circolare le petroliere, sia che questa estate ci sara' veramente penuria e allora, non solo MOL ma anche altre compagnie voglio vedere come la gestiscono e come onorano con grazia biglietti acquistati con largo anticipo.

"Vacanze ahahhaha" magari no, ma pianificazione prudente magari si. Ci sono un sacco di agriturismi.

Potrebbero anche esserci effetti imprevisti, tipo molti arrivi perche' le nostre localita' sono accessibili via terra e/o su ferro. E forse la volatilita' le incentiva in ogni caso, anche se domattina si risolve tutto.

Se pero' si risolve tutto magari si faranno affari con i last minute, quindi anche tenersi le mani libere, e sottodata vedere si ci sono occasioni se no opzione B potrebbe essere una strategia.

Ok, non ci sono solo le vacanze, ma almeno e' un pensiero con venature piacevoli.
 
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La situazione e' leggermente volatile, due settimane sono un'eternita'. E non puoi mica iniziare a dire che forse avrai problemi quindi non comprate biglietti con troppo anticipo.

Pero' potrebbe succedere di tutto, sia che domani T. se ne va a casa dicendo a tutti di aver vinto con la coda tra le gambe e in qualche giorno trovano il modo di ricominciare a far circolare le petroliere, sia che questa estate ci sara' veramente penuria e allora, non solo MOL ma anche altre compagnie voglio vedere come la gestiscono e come onorano con grazia biglietti acquistati con largo anticipo.

"Vacanze ahahhaha" magari no, ma pianificazione prudente magari si. Ci sono un sacco di agriturismi.

Potrebbero anche esserci effetti imprevisti, tipo molti arrivi perche' le nostre localita' sono accessibili via terra e/o su ferro. E forse la volatilita' le incentiva in ogni caso, anche se domattina si risolve tutto.

Se pero' si risolve tutto magari si faranno affari con i last minute, quindi anche tenersi le mani libere, e sottodata vedere si ci sono occasioni se no opzione B potrebbe essere una strategia.

Ok, non ci sono solo le vacanze, ma almeno e' un pensiero con venature piacevoli.

Ovviamente la situazione è delicata. Io ad esempio notavo come i giornali però tendono ad ingigantire e a spingere certe notizie per fare più click, e questo potenzialmente però crea un danno a diversi settori.
Poi oh...se venite sul Lago d'Iseo io sono solo che felice... un po' di letti ce li ho :ROFLMAO:
 

L’ultimo carico di cherosene per l’Europa arriva il 9 aprile: il rischio di voli cancellati quest’estate​

di Leonard Berberi
L’Europa importa oltre il 40% di jet fuel per soddisfare il fabbisogno, la maggior parte dal Golfo. Le compagnie preparano piani di emergenza da usare se la guerra continuerà ancora per un mese

La petroliera «Rong Lin Wan», un gigante dei mari da 250 metri di lunghezza, costeggia in questi giorni l’Africa occidentale. Quando approderà al porto di Rotterdam, in Olanda, nel tardo pomeriggio del 9 aprile, sarà l’ultima nave piena di cherosene per aerei ad aver lasciato il Golfo Persico con destinazione l’Europa. Partita il 26 febbraio da Mina Al Ahmadi (Kuwait) con destinazione iniziale Malta, secondo Marine Traffic, ha fatto giusto in tempo ad attraversare lo Stretto di Hormuz prima del blocco da parte dell’Iran. Dopo di essa, dal Medio Oriente non arriverà più alcuna goccia di jet fuel per i vettori europei.

Le tempistiche​

La petroliera battente bandiera di Singapore spiega perché, dentro le aviolinee del continente, c’è preoccupazione. «Secondo le nostre proiezioni, da fine aprile, inizio maggio, ci ritroveremo con la metà del cherosene a disposizione in Europa», spiega al Corriere il capo delle operazioni di una delle più grandi aviolinee. «Forse riusciamo a guadagnare 3-5 settimane ricorrendo a una parte delle scorte strategiche e ritardando le operazioni di pulizia delle raffinerie, che di solito avvengono in primavera. Ma non sarà sufficiente».

Le conseguenze della guerra​

Una delle conseguenze più significative della guerra tra Usa/Israele e Iran tocca proprio il trasporto aereo. L’Europa non importa enormi quantità di greggio dal Golfo, ma circa la metà del jet fuel presente negli aeroporti europei proviene dalle raffinerie che si trovano nello Stretto di Hormuz, stando all’analisi sui documenti ufficiali. Un’altra fonte significativa è l’India, ma con la crisi che colpisce di più il Sud-est asiatico, ora le petroliere stanno deviando verso oriente, dove le società hanno margini di guadagno maggiori.

Il divario tra produzione e fabbisogno​

L’Europa «pesca» anche dagli Stati Uniti e dall’Africa occidentale, ma non è sufficiente a colmare il divario. Secondo l’analisi del Corriere sui dati ufficiali, l’Italia nel 2025, a fronte di una produzione locale di 674 mila barili di jet fuel ogni giorno, ne ha consumati quasi il doppio (1,3 milioni), importando così la metà del fabbisogno quotidiano. La Polonia ha dovuto prendere dall’estero quasi il 97% del cherosene necessario, la Grecia l’82%, la Spagna e il Portogallo il 70%.

Una crisi sistemica​

La criticità non spunta dal nulla. Come raccontato a novembre, da qualche anno il Vecchio Continente si ritrova ad avere a disposizione minori quantità di cherosene. Non solo per la chiusura delle raffinerie e la produzione locale di jet fuel in calo (perché è meno redditizio), ma anche per le norme ambientali che impongono un maggior uso dei biocarburanti (insufficienti e che costano cinque volte di più) e le sanzioni alla Russia riducono la disponibilità a poca distanza.

Le scorte​

Secondo la società d’analisi Vortexa, l’import di jet fuel in Europa è sceso a 420 mila barili al giorno, il 40% in meno rispetto alla settimana passata e il livello più basso da marzo 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il blocco energetico imposto dalle sanzioni. Mentre le scorte presenti nel deposito indipendente di Amsterdam-Rotterdam-Anversa, hub di scambio petrolifero, sono già inferiori alla media del periodo, calcola Insights Global.

Come si muove il mercato​

«Sostituire questi volumi sarà estremamente difficile, anche perché i consueti fornitori alternativi — come la Corea del Sud e la Cina — stanno introducendo limitazioni alle esportazioni per proteggere i propri mercati interni, dato che oltre il 50% del greggio che transita dallo Stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia orientale», ragiona George Shaw di Kpler. «Questo sta causando forti oscillazioni nel mercato di Singapore e spingendo le navi già cariche a deviare dalle rotte verso l’Europa per sfruttare opportunità di maggiore valore altrove».

Gli scenari​

«Tutti i vettori lavorano a un piano di emergenza nel caso negli aeroporti non ci sia carburante per tutti o dovesse addirittura finire», racconta un amministratore delegato. «La matematica in questo caso è semplice: non è possibile effettuare lo stesso numero di voli senza la stessa quantità di jet fuel. Se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso anche ad aprile, vedremo centinaia di aerei messi a terra e toccherà cancellare migliaia di voli». Lufthansa, tra i vari scenari, ipotizza il fermo di 20-40 aerei.

L’impennata dei costi​

Non c’è soltanto un tema di quantità, ma anche di prezzo. Negli ultimi giorni una tonnellata di cherosene ha sfiorato i 1.800 dollari, più del doppio rispetto a fine febbraio. Ad aggravare la situazione è anche il fatto che gran parte dei vettori ha fatto acquisti anticipati — e a prezzi calmierati — di jet fuel, ma basando gli accordi sul costo del greggio. Quello che è aumentato ancora di più è il «crack spread», cioè il margine di raffinazione, fuori dai contratti e quindi interamente a carico dei vettori.

Il taglio dei collegamenti​

La maggiore preoccupazione dei capi delle aviolinee europee riguarda l’estate. Se la situazione non dovesse sbloccarsi a breve, il rischio è che tra giugno e settembre — quando c’è il picco del traffico e anche dei ricavi — ci sia una carenza tale da costringere a ridurre le operazioni, in particolare negli aeroporti turistici e nelle isole, più difficili da rifornire. E anche se Hormuz venisse riaperto a breve, una piena ripresa richiederà settimane o mesi. Tra gli interventi, nei casi più estremi, c’è il taglio dei voli sulle rotte con più frequenze al giorno e la riduzione delle operazioni sull’Asia o sui collegamenti più lunghi.

La finestra temporale attenzionata​

«Se la guerra finisce e lo Stretto di Hormuz riapre entro la metà o la fine di aprile, allora non c’è alcun rischio per le forniture», ha detto a Sky News Michael O’Leary, ceo di Ryanair, la principale low cost europea. «Se la guerra continua e le interruzioni dell’approvvigionamento persistono, riteniamo che ci sia un rischio concreto che una quota limitata, forse il 10%, 20% o 25% delle nostre forniture, possa essere a rischio tra maggio e giugno».

Il ruolo degli aeroporti​

Olivier Jankovec, direttore generale di Aci Europe, l’associazione che riunisce gli scali del continente, prova a rassicurare. «Il nostro sondaggio sull’approvvigionamento di carburante per jet negli aeroporti europei mostra che l’86% degli intervistati segnala livelli di scorte in linea (79%) o superiori (7%) alla norma», dice. «Non vi sono quindi indicazioni di un rischio immediato di carenza sistemica negli aeroporti». Detto ciò, avverte, «è necessaria una certa cautela» e invita a effettuare «una mappatura completa delle capacità di produzione e raffinazione del carburante per jet rispetto alla produzione effettiva e pianificata».


Nell' articolo ci sono dei grafici interessanti che non riesco a riportare, in Europa si vede che solo Olanda e Irlanda sono autonome nella produzione del Jet A1, producono piu' di quanto consumano. La Svezia è quasi in pareggio, tutti gli altri non producono abbastanza per coprire i consumi.
 
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Un articolo da tabloid della peggior specie. Lenny, vergognati.

C'e' una certa differenza tra dire che i carichi di "oil on water" originanti dal Golfo stanno per finire e dire che "sta per finire tutto" il petrolio.
 
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Un articolo da tabloid della peggior specie. Lenny, vergognati.

C'e' una certa differenza tra dire che i carichi di "oil on water" originanti dal Golfo stanno per finire e dire che "sta per finire tutto" il petrolio.
La differenza c'è, purtroppo, nella quantità di click. Oramai il giornalismo e' diventato la fabbrica dei clickbait. .
 

L’ultimo carico di cherosene per l’Europa arriva il 9 aprile: il rischio di voli cancellati quest’estate​

di Leonard Berberi
L’Europa importa oltre il 40% di jet fuel per soddisfare il fabbisogno, la maggior parte dal Golfo. Le compagnie preparano piani di emergenza da usare se la guerra continuerà ancora per un mese

La petroliera «Rong Lin Wan», un gigante dei mari da 250 metri di lunghezza, costeggia in questi giorni l’Africa occidentale. Quando approderà al porto di Rotterdam, in Olanda, nel tardo pomeriggio del 9 aprile, sarà l’ultima nave piena di cherosene per aerei ad aver lasciato il Golfo Persico con destinazione l’Europa. Partita il 26 febbraio da Mina Al Ahmadi (Kuwait) con destinazione iniziale Malta, secondo Marine Traffic, ha fatto giusto in tempo ad attraversare lo Stretto di Hormuz prima del blocco da parte dell’Iran. Dopo di essa, dal Medio Oriente non arriverà più alcuna goccia di jet fuel per i vettori europei.

Le tempistiche​

La petroliera battente bandiera di Singapore spiega perché, dentro le aviolinee del continente, c’è preoccupazione. «Secondo le nostre proiezioni, da fine aprile, inizio maggio, ci ritroveremo con la metà del cherosene a disposizione in Europa», spiega al Corriere il capo delle operazioni di una delle più grandi aviolinee. «Forse riusciamo a guadagnare 3-5 settimane ricorrendo a una parte delle scorte strategiche e ritardando le operazioni di pulizia delle raffinerie, che di solito avvengono in primavera. Ma non sarà sufficiente».

Le conseguenze della guerra​

Una delle conseguenze più significative della guerra tra Usa/Israele e Iran tocca proprio il trasporto aereo. L’Europa non importa enormi quantità di greggio dal Golfo, ma circa la metà del jet fuel presente negli aeroporti europei proviene dalle raffinerie che si trovano nello Stretto di Hormuz, stando all’analisi sui documenti ufficiali. Un’altra fonte significativa è l’India, ma con la crisi che colpisce di più il Sud-est asiatico, ora le petroliere stanno deviando verso oriente, dove le società hanno margini di guadagno maggiori.

Il divario tra produzione e fabbisogno​

L’Europa «pesca» anche dagli Stati Uniti e dall’Africa occidentale, ma non è sufficiente a colmare il divario. Secondo l’analisi del Corriere sui dati ufficiali, l’Italia nel 2025, a fronte di una produzione locale di 674 mila barili di jet fuel ogni giorno, ne ha consumati quasi il doppio (1,3 milioni), importando così la metà del fabbisogno quotidiano. La Polonia ha dovuto prendere dall’estero quasi il 97% del cherosene necessario, la Grecia l’82%, la Spagna e il Portogallo il 70%.

Una crisi sistemica​

La criticità non spunta dal nulla. Come raccontato a novembre, da qualche anno il Vecchio Continente si ritrova ad avere a disposizione minori quantità di cherosene. Non solo per la chiusura delle raffinerie e la produzione locale di jet fuel in calo (perché è meno redditizio), ma anche per le norme ambientali che impongono un maggior uso dei biocarburanti (insufficienti e che costano cinque volte di più) e le sanzioni alla Russia riducono la disponibilità a poca distanza.

Le scorte​

Secondo la società d’analisi Vortexa, l’import di jet fuel in Europa è sceso a 420 mila barili al giorno, il 40% in meno rispetto alla settimana passata e il livello più basso da marzo 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il blocco energetico imposto dalle sanzioni. Mentre le scorte presenti nel deposito indipendente di Amsterdam-Rotterdam-Anversa, hub di scambio petrolifero, sono già inferiori alla media del periodo, calcola Insights Global.

Come si muove il mercato​

«Sostituire questi volumi sarà estremamente difficile, anche perché i consueti fornitori alternativi — come la Corea del Sud e la Cina — stanno introducendo limitazioni alle esportazioni per proteggere i propri mercati interni, dato che oltre il 50% del greggio che transita dallo Stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia orientale», ragiona George Shaw di Kpler. «Questo sta causando forti oscillazioni nel mercato di Singapore e spingendo le navi già cariche a deviare dalle rotte verso l’Europa per sfruttare opportunità di maggiore valore altrove».

Gli scenari​

«Tutti i vettori lavorano a un piano di emergenza nel caso negli aeroporti non ci sia carburante per tutti o dovesse addirittura finire», racconta un amministratore delegato. «La matematica in questo caso è semplice: non è possibile effettuare lo stesso numero di voli senza la stessa quantità di jet fuel. Se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso anche ad aprile, vedremo centinaia di aerei messi a terra e toccherà cancellare migliaia di voli». Lufthansa, tra i vari scenari, ipotizza il fermo di 20-40 aerei.

L’impennata dei costi​

Non c’è soltanto un tema di quantità, ma anche di prezzo. Negli ultimi giorni una tonnellata di cherosene ha sfiorato i 1.800 dollari, più del doppio rispetto a fine febbraio. Ad aggravare la situazione è anche il fatto che gran parte dei vettori ha fatto acquisti anticipati — e a prezzi calmierati — di jet fuel, ma basando gli accordi sul costo del greggio. Quello che è aumentato ancora di più è il «crack spread», cioè il margine di raffinazione, fuori dai contratti e quindi interamente a carico dei vettori.

Il taglio dei collegamenti​

La maggiore preoccupazione dei capi delle aviolinee europee riguarda l’estate. Se la situazione non dovesse sbloccarsi a breve, il rischio è che tra giugno e settembre — quando c’è il picco del traffico e anche dei ricavi — ci sia una carenza tale da costringere a ridurre le operazioni, in particolare negli aeroporti turistici e nelle isole, più difficili da rifornire. E anche se Hormuz venisse riaperto a breve, una piena ripresa richiederà settimane o mesi. Tra gli interventi, nei casi più estremi, c’è il taglio dei voli sulle rotte con più frequenze al giorno e la riduzione delle operazioni sull’Asia o sui collegamenti più lunghi.

La finestra temporale attenzionata​

«Se la guerra finisce e lo Stretto di Hormuz riapre entro la metà o la fine di aprile, allora non c’è alcun rischio per le forniture», ha detto a Sky News Michael O’Leary, ceo di Ryanair, la principale low cost europea. «Se la guerra continua e le interruzioni dell’approvvigionamento persistono, riteniamo che ci sia un rischio concreto che una quota limitata, forse il 10%, 20% o 25% delle nostre forniture, possa essere a rischio tra maggio e giugno».

Il ruolo degli aeroporti​

Olivier Jankovec, direttore generale di Aci Europe, l’associazione che riunisce gli scali del continente, prova a rassicurare. «Il nostro sondaggio sull’approvvigionamento di carburante per jet negli aeroporti europei mostra che l’86% degli intervistati segnala livelli di scorte in linea (79%) o superiori (7%) alla norma», dice. «Non vi sono quindi indicazioni di un rischio immediato di carenza sistemica negli aeroporti». Detto ciò, avverte, «è necessaria una certa cautela» e invita a effettuare «una mappatura completa delle capacità di produzione e raffinazione del carburante per jet rispetto alla produzione effettiva e pianificata».


Nell' articolo ci sono dei grafici interessanti che non riesco a riportare, in Europa si vede che solo Olanda e Irlanda sono autonome nella produzione del Jet A1, producono piu' di quanto consumano. La Svezia è quasi in pareggio, tutti gli altri non producono abbastanza per coprire i consumi.

Sono finiti i wkend con orari comodi e scomodi! Il mondo per come lo conoscevamo è finitooohhh
 
Leonard ... "La petroliera «Rong Lin Wan», un gigante dei mari da 250 metri di lunghezza" ...
guarda che una nave di queste dimensioni oggi è tutt'altro che un gigante. MSC Euribia (nave da crociera, quella rimasta bloccata ora a Dubai): lunghezza 331,43 metri; larghezza 43 metri, stazza lorda di 184.011 tsl. TI Asia/TI Africa/TI Europa/TI Oceania (le più grosse Ultra Large Crude Carrier ora in servizio, c'è stata anche roba più grande): lunghezza 380 metri, larghezza 68 metri, pescaggio a pieno carico 24,5 metri; stazza lorda 234.000 TSL (nota: un campo di calcio è 105x68 metri). Cruise Europa (traghetto RO-RO, impiegato ora sulla rotta Livorno-Olbia): lunghezza 225 metri, larghezza 30 metri, stazza lorda 54.310 TSL.

Il giorno che ti deciderai a documentarti prima di scrivere sarà sempre troppo tardi.
(idem per il giorno in cui faremo copiaincolla consapevoli, valutando ciò che postiamo)
 
In base ai precedenti, quali sono i tempi di costruzione di un oleodotto o un gasdotto, diciamo sui 1000km di lunghezza in zone desertiche (no espropri). Rispondi in 1000 caratteri.

Gemini said​

Per un'opera da 1000 km in zone desertiche, senza la burocrazia degli espropri, i tempi medi oscillano tra 3 e 5 anni, suddivisi in tre fasi critiche:

  1. Planning e FEED (12-18 mesi): Fondamentale per l'ingegneria di dettaglio, lo studio geologico delle sabbie/rocce e la logistica. In aree remote, creare la catena di approvvigionamento (campi base, stoccaggio tubi) richiede tempo quanto lo scavo.
  2. Procurement (sovrapposto): L'ordine di migliaia di tonnellate di acciaio va fatto con largo anticipo.
  3. Costruzione (18-36 mesi): In deserto, squadre esperte viaggiano a ritmi di 1,5-3 km al giorno. Tuttavia, temperature estreme e tempeste di sabbia riducono la finestra operativa. Le stazioni di pompaggio/compressione sono i veri "colli di bottiglia" tecnologici.
Esempi storici: Il Trans-Arabian Pipeline (1214 km) richiese 3 anni (1947-1950). Progetti moderni come il Tanap hanno tenuto ritmi simili. Se c'è urgenza geopolitica e budget illimitato, si può scendere verso i 30 mesi, ma sotto questa soglia la fisica della saldatura e dei test idraulici non perdona.

Capito? Potrebbero anche prolungare l'oleodotto fino a Port Said, ma ci vogliono 4 annetti. Pero' prima o poi l'Arabia la riconnettono....

Per doppiare Hormutz va bene meno lungo.


E uno da 300 km? Rispondi in 500 caratteri.

Gemini said​

Per un'opera di 300 km in zona desertica senza intoppi burocratici, i tempi si riducono a circa 18-24 mesi.

La costruzione effettiva (posa e saldatura) richiede circa 6-10 mesi, procedendo a ritmi di 1-2 km al giorno. Tuttavia, la fase di mobilitazione iniziale (allestimento campi e logistica nel deserto) e il collaudo idraulico finale pesano molto sulla cronologia totale. Con un approccio "fast-track" e logistica già pronta, si può scendere vicino ai 12-14 mesi.

Vabbe' mi sembrava un razionale interessante.