OT: Storia
E geopolitica, dai.
Partiamo col presente. Okinawa "ospita" tre quarti delle basi militari americane in Giappone, e un quarto dell'isola è off-limits per i civili a causa di installazioni americane, cui vanno aggiunte anche quelle giapponesi. Nel mio piccolo, i contatti maggiori li ho avuti con la base dei Marines di Futenma, su cui volteggiano gli scoreggiantissimi CH53, e quella di Kadena.
Voglio dire, Futenma è letteralmente in città:

E i suoi volatili sono praticamente una costante, questi li ho visti dal balcone di casa:




I Marines sembrano solo avere ala rotante, incluso il convertiplano Osprey. Questo coso, che vi ripropongo di sotto in tutta la sua nefandezza, unisce le proprietà aerodinamiche dell'elicottero al profilo di un motocarro, il tutto condito con una complessità operativa e manutentiva che, al confronto, la fisica quantistica è una bazzecola. Ogni tanto, dicono, funziona; ma altrettanto spesso, questa macchina diabolica esige un tributo di sangue, pagabile sotto la forma di un numero variabile di Marines.

Dicevo dei Marines; quando non sono impegnati a far volare gli Osprey, o a cadere in mare con i suddetti Osprey, è facile vederli in giro, specie nella zona di Futenma e Kadena. È quasi ridicolo vedere questi uomini e donne in uniformi americane e occhiali da sole al volante delle minuscole kei car che sono il furore del Giappone; vien quasi da dirgli "vedi che non ti serve il Ford F150 rialzato?". L'altra cosa che noto è come la moda, tra i prodi servicemen dell'America, imponga il capello corto e un baffo rigogliosissimo. È la stessa cosa nel quartiere gay di Soho a Londra, ma non so se i nostri sarebbero felici di saperlo.
Comunque, dei Marines abbiam detto. A Kadena c'è, invece, l'aeronautica e anche la marina, o almeno così sembra dato che vedo spesso i nuovi P-8 (dei 737NG con ali modificate). Un giorno mi prendo la macchina fotografica e vado allo spotting point, perchè sì: siamo in Giappone, e c'è lo spotting point.


Peccato che mi fermi a chiaccherare con un baffuto milite americano che, a Okinawa, s'è comprato una Skyline GT-R R34 tenuta da Dio, e quando arrivo in loco non solo c'è il controsole, ma i tre aerei che dovevan partire oggi son partiti e ciao.
Rimane solo da guardare gli orti vista Kadena, che se je levi l'appezzamento per coltivare la scarola il pensionato okinawese diventa come i famosi agricoltori di Narita.

Gli aerei americani, però, si sentono eccome. Soprattutto sulla zona di Kadena è un boato continuo, e mi piacerebbe invitare quelli che si lamentano di LHR a passare 'na mezzoretta qui:


Gli F-16 sono ancora tollerabili, ciò che fa un rumore inaudito sono gli F-35. Vicino alle foto di cui sopra c'è un negozio di bici fighetto, e passo qualche oretta a chiaccherare con i ggioffani del posto, nipponici che parlano un buon inglese, e mi dicono che gli F-35 sono i più rumorosi tra gli aerei che hanno visto loro da queste parti, e infatti - quando passano loro, pure se abbastanza in alto - non ce n'è per nessuno, devi smettere di parlare. La pista di Kadena è a 3km di distanza, ma quando decollano è come se li avessi di fianco.


Questi sono i giorni della pazzia collettiva dell'America, e anche se la Groenlandia, l'Ucraina e l'Europa sono lontane, il dubbio arriva fin qui. Taiwan è dietro l'angolo, i giapponesi han piazzato missili a Yonaguni - dove dovevo andare ma non riuscirò - e la domanda che si pongono tutti è quella che nota uno dei ragazzi, che tra l'altro mi dice di essere di origine taiwanese: "Who knows what America will do if China really attacks. We can't trust anyone now". Tra l'altro, l'aneddoto è che il turismo cinese è letteralmente sparito. Coreani e taiwanesi ce ne sono, pure da HK, ma cinesi mainland... zero.
Comunque, queste sono le considerazioni geopolitiche del giorno d'oggi. Guardiamo al passato, ora.
Prima di venire qui mi ero letto l'ottimo libro di Eugene Sledge, With The Old Breed, ottima lettura sulla falsariga di Niente di nuovo di Remarque, libri che suggerirei caldamente a qualsiasi plutocrate che vuole iniziare una guerra. Questo è il futuro che stai garantendo ai tuoi giovani, gli direi.
Una cosa che mi ha oltremodo stupito della battaglia di Okinawa è quanto è durata, ma soprattutto quanto, di quella battaglia, s'è combattuto nella parte sud dell'isola, quella che ho girato io insomma. Gli sbarchi avvennero il primo aprile all'altezza di Kadena, e ora del 13 il punto più a nord dell'isola, Hedo Point, era già stato liberato; per arrivare ad Itoman e alla fine della parte sud dell'isola ci vollero due mesi e mezzo e centinaia di migliaia di morti: 12.500 americani, 91.000 soldati giapponesi, e oltre 150.000 civili.
La seconda cosa che mi ha stupito è quanto poco rimanga di quelle battaglie. Il mio alloggio si trova di fianco a un rialzo nel terreno, Urasoe ridge. Bene, quello è il famoso Hacksaw Ridge su cui Mel Gibson ha fatto un film. Oggi si presenta così:



Qui e lì, però, si intravedono alcune testimonianze. I cartelli sono molto, come dire, diplomatici su ciò che è successo da queste parti.





Non nascondo che trovarmi di fronte a queste grotte mi fa una profondissima impressione. È alle pagine del libro di Sledge che la mia mente corre mentre guardo dentro a questi buchi, alla storia di un ragazzo di vent'anni che assiste alla lenta ma costante trasformazione di tutti coloro i quali gli stanno intorno, lui incluso, in bestie. Guardo queste tane - non ho altro modo di definirle, queste non sono grotte, sono tane - e mi faccio un po' di domande su di noi, noi inteso come specie. Sappiamo mandare sonde su altri pianeti, facciamo trapianti di organi, dipingiamo cappelle Sistine e allo stesso tempo mandiamo i nostri simili a combattere altri simili in cunicoli da roditori.
L'isola continua in una serie di alture e avvallamenti; per ogni altura s'è combattuto accanitamente, ma a vederlo oggi non diresti. C'è giusto un muro crivellato di proiettili sul Kakazu ridge:

Nei pressi dell'aeroporto c'è il museo del quartier generale della marina. I tunnel sono parzialmente visitabili, e in cima c'è un'esposizione sulla guerra nel Pacifico e sulla battaglia di Okinawa. Non ho foto dell'esposizione, ma è stato interessante vedere come i giapponesi affrontano la questione della Seconda Guerra Mondiale. In Italia non abbiamo mai fatto i conti col passato fascista, penso che non sia chissà che controverso dirlo, mentre in Germania sono un po' più maturi. In Giappone il senso che ne ho è che non se ne voglia parlare. A Tokyo il museo sui bombardamenti è in una casa come tutte le altre. Qui a Okinawa, i fatti che hanno portato allo scoppio delle ostilità sono recitati con piglio quasi giornalistico, nero su bianco, senza giustificazioni. L'espansionismo nipponico, la rottura dei negoziati con gli americani, l'attacco a Pearl Harbor, la sequela di schiaffi rimediati da Midway in poi (ecco, non vien detto nulla dello stupro di Nanchino...). La battaglia di Okinawa viene raccontata per com'era: una lotta all'ultimo sangue, nel fango, coi civili infilati in mezzo. Viene proprio detto che il governo di Tokyo mise ai lavori forzati la gente del posto.
Poi si scende nei tunnel. Qui, content warning: si parla di suicidio. Se non vi aggrada, andate avanti di un 3-4 foto.

Questo era l'HQ della marina, dove era basato l'ammiraglio Ota fino alla sua morte.

Gli scavi stanno ancora andando avanti:

In una delle stanze, sui muri, ci sono dei segni.

Un cartello, in un inglese un po' storpiato, informa che questi sono shrapnel delle bombe a mano usate dai soldati giapponesi per togliersi la vita. Alla sera del 6 giugno '45, circondati dagli americani, i giapponesi asserragliati qui dentro mandarono un ultimo messaggio a Tokyo, e poi iniziarono a suicidarsi. Ota, l'ammiraglio, morì il 13, in una stanza di fianco a questa. Guardo un poco questi buchi nei muri, penso a cosa dovevano aver pensato quei soldati, e poi mi viene in mente un mio amico. Un bravissimo ragazzo che, purtroppo, ha visto dinnanzi a sé solo questa stessa via d'uscita. E all'improvviso sento il bisogno di andarmene via da questo museo.
Per fortuna, a un'oretta circa di bici, c'è il Peace Memorial Park.

Le tante, troppe, lapidi (entrambe le parti sono rappresentate) mi mettono di nuovo tristezza, ma il sole e il mare danno una mano. E poi m'imbatto in uno dei giardinieri, seduto di fianco al suo tosaerba, che dà da mangiare alle anatre. Lo guardo mentre lui, con una calma zen spensierata, lancia bocconi ai pennuti e mi sento improvvisamente molto meglio.

E geopolitica, dai.
Partiamo col presente. Okinawa "ospita" tre quarti delle basi militari americane in Giappone, e un quarto dell'isola è off-limits per i civili a causa di installazioni americane, cui vanno aggiunte anche quelle giapponesi. Nel mio piccolo, i contatti maggiori li ho avuti con la base dei Marines di Futenma, su cui volteggiano gli scoreggiantissimi CH53, e quella di Kadena.
Voglio dire, Futenma è letteralmente in città:

E i suoi volatili sono praticamente una costante, questi li ho visti dal balcone di casa:




I Marines sembrano solo avere ala rotante, incluso il convertiplano Osprey. Questo coso, che vi ripropongo di sotto in tutta la sua nefandezza, unisce le proprietà aerodinamiche dell'elicottero al profilo di un motocarro, il tutto condito con una complessità operativa e manutentiva che, al confronto, la fisica quantistica è una bazzecola. Ogni tanto, dicono, funziona; ma altrettanto spesso, questa macchina diabolica esige un tributo di sangue, pagabile sotto la forma di un numero variabile di Marines.

Dicevo dei Marines; quando non sono impegnati a far volare gli Osprey, o a cadere in mare con i suddetti Osprey, è facile vederli in giro, specie nella zona di Futenma e Kadena. È quasi ridicolo vedere questi uomini e donne in uniformi americane e occhiali da sole al volante delle minuscole kei car che sono il furore del Giappone; vien quasi da dirgli "vedi che non ti serve il Ford F150 rialzato?". L'altra cosa che noto è come la moda, tra i prodi servicemen dell'America, imponga il capello corto e un baffo rigogliosissimo. È la stessa cosa nel quartiere gay di Soho a Londra, ma non so se i nostri sarebbero felici di saperlo.
Comunque, dei Marines abbiam detto. A Kadena c'è, invece, l'aeronautica e anche la marina, o almeno così sembra dato che vedo spesso i nuovi P-8 (dei 737NG con ali modificate). Un giorno mi prendo la macchina fotografica e vado allo spotting point, perchè sì: siamo in Giappone, e c'è lo spotting point.


Peccato che mi fermi a chiaccherare con un baffuto milite americano che, a Okinawa, s'è comprato una Skyline GT-R R34 tenuta da Dio, e quando arrivo in loco non solo c'è il controsole, ma i tre aerei che dovevan partire oggi son partiti e ciao.
Rimane solo da guardare gli orti vista Kadena, che se je levi l'appezzamento per coltivare la scarola il pensionato okinawese diventa come i famosi agricoltori di Narita.

Gli aerei americani, però, si sentono eccome. Soprattutto sulla zona di Kadena è un boato continuo, e mi piacerebbe invitare quelli che si lamentano di LHR a passare 'na mezzoretta qui:


Gli F-16 sono ancora tollerabili, ciò che fa un rumore inaudito sono gli F-35. Vicino alle foto di cui sopra c'è un negozio di bici fighetto, e passo qualche oretta a chiaccherare con i ggioffani del posto, nipponici che parlano un buon inglese, e mi dicono che gli F-35 sono i più rumorosi tra gli aerei che hanno visto loro da queste parti, e infatti - quando passano loro, pure se abbastanza in alto - non ce n'è per nessuno, devi smettere di parlare. La pista di Kadena è a 3km di distanza, ma quando decollano è come se li avessi di fianco.


Questi sono i giorni della pazzia collettiva dell'America, e anche se la Groenlandia, l'Ucraina e l'Europa sono lontane, il dubbio arriva fin qui. Taiwan è dietro l'angolo, i giapponesi han piazzato missili a Yonaguni - dove dovevo andare ma non riuscirò - e la domanda che si pongono tutti è quella che nota uno dei ragazzi, che tra l'altro mi dice di essere di origine taiwanese: "Who knows what America will do if China really attacks. We can't trust anyone now". Tra l'altro, l'aneddoto è che il turismo cinese è letteralmente sparito. Coreani e taiwanesi ce ne sono, pure da HK, ma cinesi mainland... zero.
Comunque, queste sono le considerazioni geopolitiche del giorno d'oggi. Guardiamo al passato, ora.
Prima di venire qui mi ero letto l'ottimo libro di Eugene Sledge, With The Old Breed, ottima lettura sulla falsariga di Niente di nuovo di Remarque, libri che suggerirei caldamente a qualsiasi plutocrate che vuole iniziare una guerra. Questo è il futuro che stai garantendo ai tuoi giovani, gli direi.
Una cosa che mi ha oltremodo stupito della battaglia di Okinawa è quanto è durata, ma soprattutto quanto, di quella battaglia, s'è combattuto nella parte sud dell'isola, quella che ho girato io insomma. Gli sbarchi avvennero il primo aprile all'altezza di Kadena, e ora del 13 il punto più a nord dell'isola, Hedo Point, era già stato liberato; per arrivare ad Itoman e alla fine della parte sud dell'isola ci vollero due mesi e mezzo e centinaia di migliaia di morti: 12.500 americani, 91.000 soldati giapponesi, e oltre 150.000 civili.
La seconda cosa che mi ha stupito è quanto poco rimanga di quelle battaglie. Il mio alloggio si trova di fianco a un rialzo nel terreno, Urasoe ridge. Bene, quello è il famoso Hacksaw Ridge su cui Mel Gibson ha fatto un film. Oggi si presenta così:



Qui e lì, però, si intravedono alcune testimonianze. I cartelli sono molto, come dire, diplomatici su ciò che è successo da queste parti.





Non nascondo che trovarmi di fronte a queste grotte mi fa una profondissima impressione. È alle pagine del libro di Sledge che la mia mente corre mentre guardo dentro a questi buchi, alla storia di un ragazzo di vent'anni che assiste alla lenta ma costante trasformazione di tutti coloro i quali gli stanno intorno, lui incluso, in bestie. Guardo queste tane - non ho altro modo di definirle, queste non sono grotte, sono tane - e mi faccio un po' di domande su di noi, noi inteso come specie. Sappiamo mandare sonde su altri pianeti, facciamo trapianti di organi, dipingiamo cappelle Sistine e allo stesso tempo mandiamo i nostri simili a combattere altri simili in cunicoli da roditori.
L'isola continua in una serie di alture e avvallamenti; per ogni altura s'è combattuto accanitamente, ma a vederlo oggi non diresti. C'è giusto un muro crivellato di proiettili sul Kakazu ridge:

Nei pressi dell'aeroporto c'è il museo del quartier generale della marina. I tunnel sono parzialmente visitabili, e in cima c'è un'esposizione sulla guerra nel Pacifico e sulla battaglia di Okinawa. Non ho foto dell'esposizione, ma è stato interessante vedere come i giapponesi affrontano la questione della Seconda Guerra Mondiale. In Italia non abbiamo mai fatto i conti col passato fascista, penso che non sia chissà che controverso dirlo, mentre in Germania sono un po' più maturi. In Giappone il senso che ne ho è che non se ne voglia parlare. A Tokyo il museo sui bombardamenti è in una casa come tutte le altre. Qui a Okinawa, i fatti che hanno portato allo scoppio delle ostilità sono recitati con piglio quasi giornalistico, nero su bianco, senza giustificazioni. L'espansionismo nipponico, la rottura dei negoziati con gli americani, l'attacco a Pearl Harbor, la sequela di schiaffi rimediati da Midway in poi (ecco, non vien detto nulla dello stupro di Nanchino...). La battaglia di Okinawa viene raccontata per com'era: una lotta all'ultimo sangue, nel fango, coi civili infilati in mezzo. Viene proprio detto che il governo di Tokyo mise ai lavori forzati la gente del posto.
Poi si scende nei tunnel. Qui, content warning: si parla di suicidio. Se non vi aggrada, andate avanti di un 3-4 foto.

Questo era l'HQ della marina, dove era basato l'ammiraglio Ota fino alla sua morte.

Gli scavi stanno ancora andando avanti:

In una delle stanze, sui muri, ci sono dei segni.

Un cartello, in un inglese un po' storpiato, informa che questi sono shrapnel delle bombe a mano usate dai soldati giapponesi per togliersi la vita. Alla sera del 6 giugno '45, circondati dagli americani, i giapponesi asserragliati qui dentro mandarono un ultimo messaggio a Tokyo, e poi iniziarono a suicidarsi. Ota, l'ammiraglio, morì il 13, in una stanza di fianco a questa. Guardo un poco questi buchi nei muri, penso a cosa dovevano aver pensato quei soldati, e poi mi viene in mente un mio amico. Un bravissimo ragazzo che, purtroppo, ha visto dinnanzi a sé solo questa stessa via d'uscita. E all'improvviso sento il bisogno di andarmene via da questo museo.
Per fortuna, a un'oretta circa di bici, c'è il Peace Memorial Park.

Le tante, troppe, lapidi (entrambe le parti sono rappresentate) mi mettono di nuovo tristezza, ma il sole e il mare danno una mano. E poi m'imbatto in uno dei giardinieri, seduto di fianco al suo tosaerba, che dà da mangiare alle anatre. Lo guardo mentre lui, con una calma zen spensierata, lancia bocconi ai pennuti e mi sento improvvisamente molto meglio.
