Ma facciamo un passo indietro. Prima di salire sul quel Fokker a Mogadiscio ci sono arrivato e soprattutto ci sono rimasto. Le barriere, i checkpoint, i militari, un aeroporto dal quale uscire è un’avventura. Tensione, paura, eccitazione, curiosità. Lo stesso mix di emozioni che non mi lascia da qualche giorno. Dalla sera della partenza, da Malpensa.
Sono le 21:30 del 13 maggio. L’area check-in dell’hub è deserta.
Oggi si vola Ethiopian, economy. MXP-ADD-MGQ. Un 787-8 di 11 anni che faccio fatica a capire come faccia ad essere messo così male.
Saluti dal mio 52J
Il boarding è bestiale. Gente che sembra non aver mai preso un aereo, bagagli di dimensioni improbabili, italiani in modalità Tanzania e assistenti di volo che sembrano finite sul volo per caso. Mi accomodo al mio posto e respiro profondamente, tutti vanno da qualche parte, non necessariamente nella direzione giusta. Fuori è notte. Dopo un poco finalmente si parte.
Viene distribuito il rancio. Io salto, solo acqua. Il mio vicino ha detto che era buono.
L’acqua etiope. La Ambo, famosa tra gli amanti delle acque frizzanti. Una sorta di San Pellegrino o Perrier made in Africa.
Il resto del volo è eventless. Arriviamo ad Addis in orario. Il terminal degli internazionali è relativamente nuovo, credo sia stato ampliato durante il Covid. C’è tantissima gente, qui si connette l’Africa. Prima di cercare il gate però ho bisogno di una sola cosa. Una cosa che so essere nella lounge di Ethipian. La lounge è immensa.
A me però interessa solo un angolo, quello del caffe. Roba seria in Etiopia, chicchi tostati, macinati e preparati al momento.
Caffè fatto, adesso possiamo cercare il gate. Mogadiscio.
Qui mi rendo conto che sto per imbarcarmi su un volo assurdo, sto andando in Somalia. Mogadiscio è un posto che sa di guerra, terrorismo, caos, pirati, problemi, rapimenti, un posto dove semplicemente non si va. Mi viene in mente Richard Phillips e la sua storia ripresa da Tom Hanks. Mi viene in mente Ilaria Alpi, per un attimo penso a Black Hawk down. Ho un po’ di paura, per un attimo penso seriamente se sia il caso di andare. E si, bisogna andare. Per me c’è di più. C’è la storia, la geopolitica, il legame con l’Italia, la Somalia di oggi, quella che sui giornali ed in TV trova spazio quasi esclusivamente per gli argomenti a cui ci ha abituato negli ultimi trent’anni.
Ci sono tanti bambini su questo volo, ci sono famiglie che tornano a casa, c’è aria di normalità, le loro risate mi dicono che per loro Mogadiscio non è Captain Philips, non è un posto assurdo, è semplicemente casa. Mogadiscio sarà davvero così difficile? Non lo so, ma ora sono più tranquillo. E’ ora di sedersi al mio window seat senza window.
737 MAX 8 ex Ural. Nuovo e chiaramente ancora in modalità Ural Airlines. Ethiopian ha messo un poggiatesta nonwoven e amen.
Viene servito una sorta di Happy Meal by Ethiopian
Panino, biscotto, frutta, acqua.
Sbircio dal finestrino davanti e vedo la costa. Il vento è forte, si balla un poco. Ci siamo quasi.
Welcome to Somalia!
Primo incontro con l’aviazione locale
Ryanair, quasi. Questa è Rayaan Air, la versione somala. Tranquilli, O’Leary non ha ancora iniziato a negoziare incentivi con Mogadiscio per aprire il diretto su Stansted...certo che fantasia
Da qui in poi niente foto. Mi becco il primo cazziatone, se non voglio essere rispedito ad Addis telefono in tasca. Messaggio chiaro. Riesco solo a rubare una foto dell’immigrazione
Ai banchi “non-Citizen” siamo cinque. Tutto digitale, foto, impronte ed in dieci minuti sono fuori. Il processo è veloce e sorprendentemente moderno (a differenza dell’uscita). E questa è una cosa che ritroverò continuamente nei prossimi giorni. La Somalia ha praticamente saltato qualche passaggio. Dove per decenni sono mancate infrastrutture tradizionali fatte di banche, uffici governativi, personale, telecomunicazioni, il digitale ha riempito il vuoto. Se non hai molto da ricostruire, tanto vale partire direttamente dal 2026. E così in uno dei Paesi che nell’immaginario collettivo associamo al caos, quasi tutto passa dal telefono. Ma sul leapfrogging torneremo dopo. Ora bisogna uscire dall’aeroporto, anzi no, prima SIM locale e poi usciamo
Anche qui, tutto digital. E-sim veloce e con dati illimitati per un mese a 2 USD.
Finalmente sono fuori. Incontro la mia guida, l’autista. Ad aspettarmi però non ci sono solo loro. C’è anche la scorta, soldati, un paio in divisa, un paio in abiti civili e security privata. Tutti armati, parecchio. Kalashnikov, pickup e armi anche dentro la macchina. Uno spare anche per me. Non si sa mai.
Per i prossimi due giorni armi e scorta saranno praticamente un’ombra. La normalità dell’aeroporto finisce più o meno qui. Welcome to Mogadiscio!!
Ci avviamo fuori, la strada è così.
Hilux o bajajs (tuk tuk). La società somala mi dà subito una immagine chiara di quello che è, una sintesi tra questi due mezzi. Due mondi. Da una parte il mezzo di chi ha soldi, potere, armi o qualcuno da proteggere. Dall’altra tutti gli altri. La terza categoria è a piedi. Ai bordi delle strade, sotto i ponti, in mezzo alla polvere. Non hanno nulla e non stanno andando da qualche parte. Sono già dove vivono.
Arriviamo in albergo, l’Holiday Hotel aperto ad inizio 2026. Per entrare ci sono vari checkpoints. Anche qui niente foto. Costo 80 USD a notte colazione inclusa. Mi sono dimenticato di fare una foto della camera, ma considerando che siamo in Somalia, direi che è proprio bello. Vero?
Questo il panorama dalla finestra
In albergo incontro anche gli altri due che verranno in giro con me. Una ragazza anglo-malese ed un ragazzo canadese. Ora si parte, il programma di questi due giorni è intenso. Porto, il faro simbolo dell’epoca coloniale italiana, monumento SYL dedicato al movimento per l’indipendenza, milite ignoto, mercato del pesce, moschea dell’Unione, Lido, Cattedrale e Peace Park. Ci vuole flessibilità, si va dove si può, quando si può e come dice la scorta. L’alternativa sono problemi, anche grossi.
Partiamo, con un pick-up della polizia. Noi dentro, la scorta nel cassone. La faccia da pirla è quella di uno che sembra decisamente gradire. Foto di gruppo, i ninja incappucciati apprezzano. Yallah!!
La strada è così. C’è distruzione, rovine ma anche storia. Non la storia fatta di bellezze o di cose incredibili ma una storia recente, fatta di guerre, devastazione, politiche sbagliate. Una storia di uno stato collassato, di occasioni mancate e di interventi esterni che raramente hanno compreso la complessità locale. Non voglio addentrarmi troppo, si potrebbe scrivere un libro ma questo vialone pieno di palazzi crivellati di colpi raccontano di una Mogadiscio che ne ha viste di tutti i colori. La caduta del regime di Siad Barre, le lotte tra clan e signori della guerra, il crollo delle istituzioni, la guerra fredda, gli interventi ONU e USA negli anni 90, il caos totale.
C'è una cosa che mi colpisce. I negozi, almeno in questa zona della città non hanno insegne. Ci sono disegni, pittogrammi coloratissimi, tutti dipinti a mano. Un paio di forbici per il parrucchiere, una capra per il macellaio, un telefono per il negozio di elettronica. In una città dove l’analfabetismo raggiunge il 60% e dove il restante 40% non parla la stessa lingua, le immagini sembrano funzionare meglio delle parole
Intanto ci avviciniamo al mare, ci dirigiamo verso un ristorante per pranzo. Ovviamente sempre in auto. La situazione fuori è tranquilla, la vita scorre normale ma il pickup con le guardie attira attenzioni. Di luoghi complicati ne ho visitati parecchi ma qui la sensazione è diversa. Per la prima volta da molto tempo, non sono sicuro che avrei voglia di allontanarmi da solo.
Magari è solo perchè non ho ancora confidenza con il posto ma tutto mi dà l’impressione che non esista una regola. Nessuna. A tutti i livelli.
Arriviamo al ristorante. Checkpoint all'esterno. La security sembra più presa da TikTok che dalla sicurezza
Mi sembra di essere stato catapultato da un’altra parte. Piscina, palco per gli spettacoli, terrazza sul mare. Tutto pulito, ordinato, quasi elegante.
Sotto la terrazza la spiaggia, piena. Famiglie, ragazzi, bambini, gente che fa il bagno, che gioca, che passa il pomeriggio al mare. Una scena assolutamente normale, almeno finché non ci affacciamo noi. Diventiamo parte dello spettacolo.
Ci guardano, salutano, chiedono foto, alcuni ci lanciano anche qualcosa ma vabbè. Un minimo di normalità, Mogadiscio comincia a contraddirsi da sola. Ora però ho problema molto più concreto. Si chiama fame. Ritorniamo dentro. Io ordino una grigliata di pesce. Per un paio di dollari non c’è molto da lamentarsi.
“Can we make it to the beach?” La domanda crea qualche secondo di silenzio. Gli sguardi si incrociano. Le guardie non sembrano particolarmente convinte. La guida, per fare bella figura sembra possibilista. I miei compagni invece hanno quell'espressione che sembra misto tra un vaffa ed un ma perché. Per qualche motivo, io volevo solo vedere il mare ma mi sembra di aver complicato notevolmente il pranzo. Alla fine, sembrano tutti convinti.
Gente ovunque. Ragazzi, bambini, sorrisi, telefoni in mano, selfie, pose improbabili. Tutti vogliono una foto. Qualche spinta, qualcuno che mi arriva addosso, sabbia dappertutto, anche un po’ in aria. Tanta curiosità, due mondi lontanissimi che si incontrano, la scorta cerca di tenere un minimo di spazio attorno a noi ma è abbastanza inutile. Un casino meraviglioso, la tensione scende, Mogadiscio smette di sembrarmi un posto da capire e comincia semplicemente a sembrarmi un posto da vivere. Però ci sono armi, vedo pistole, tanti kalashnikov e soprattutto uomini che non stanno ridendo affatto e che mi guardano in un modo che mi ricorda abbastanza chiaramente che io qui da solo, probabilmente non durerei molto. Normalità e tensione convivono nel giro di pochi metri
Restiamo pochi minuti, la folla aumenta, arrivano alcuni che ci invitano a fare un giro sulla loro barca. Tra i dubbi di tutti saliamo a bordo.
Rientriamo. Il problema sarà passare tra le decine di somali in attesa del nostro rientro. Via tutto, telefoni, zaini, scarpe. Veniamo istruiti sul da farsi. Si scappa in auto.
Sono abbastanza frastornato ma queste sono le cose per cui viaggio. Stare in mezzo alla gente, stringere mani, fare foto, ridere senza capirsi troppo, finire dentro situazioni che senza che siano state programmate. Il contatto umano, la voglia di incontrarsi, la voglia di capire il mondo.
Però qui al momento è ancora diverso. La tensione non sparisce. In altri posti ho quasi sempre avuto la sensazione che, bene o male, ci fosse una direzione. Una specie di strada verso la normalità. Qui no, tutto sembra fragile, casuale, al limite. Riattraversiamo la città, andiamo al monumento del Milite Ignoto. Nasce durante il periodo coloniale italiano come monumento ai caduti e poi, dopo l’indipendenza, cambia significato. Oggi sotto c’è una gigantesca bandiera somala.
Qualche foto e si riparte.
Ripartiamo, verso il centro. Qualcuno direbbe centro, centro. La zona di Mogadiscio più affollata e che vive quasi nella normalità di supermercati, negozi, nuove costruzioni, bar, ristoranti. Insomma una sorta di pianeta Marte per la maggior parte dei Somali.
Ma questo ve lo racconto nella prossima puntata!