Terza puntata
Ci eravamo lasciati mentre mi imbarcavo sul volo Air Chathams diretto a Wellington.
Il volo prosegue senza particolari eventi degni di nota e arriviamo nella capitale neozelandese sostanzialmente in orario.
Il meteo, però, non promette niente di buono.
Nuvoloni bassi, vento e quell’aria generale da “potrebbe complicarsi tutto nel giro di mezz’ora”.
E infatti, appena il telefono torna online, arriva una mail di Air New Zealand: il mio volo serale per Auckland è per il momento confermato, ma potrebbe essere cancellato se le condizioni dovessero peggiorare.
Problema non proprio secondario, perché la mattina successiva ho un altro volo da Auckland che non posso assolutamente perdere.
Mi dirigo quindi subito al banco Air New Zealand e chiedo se, vista la situazione, sia possibile anticipare.
L’addetto guarda il computer e mi risponde con grande naturalezza:
“Se vuole ce n’è uno che imbarca fra dieci minuti.”
Mi aspettavo flessibilità.
Non pensavo di essere già praticamente in boarding.
Accetto comunque un volo un paio d’ore più tardi: abbastanza presto da evitare il rischio meteo, ma abbastanza tardi da concedermi un passaggio in lounge.
Anche nelle emergenze bisogna mantenere un minimo di ordine nelle priorità.
Noto due particolarità:
Wellington Airport pensa anche ai passeggeri a quattro zampe, con un’area dedicata al check-in dei cani.
In Nuova Zelanda, evidentemente, anche Fido ha una gestione operativa più ordinata di quella che si vede in parecchi aeroporti europei.
Poco più avanti, ai check-in, compare anche Smaug.
Perché, evidentemente, un aeroporto normale sarebbe stato troppo poco neozelandese.
Il drago di
The Hobbit domina la zona partenze e ricorda abbastanza chiaramente che siamo pur sempre nella terra di Tolkien cinematografico.
La lounge domestica Air New Zealand di Wellington, purtroppo, non è disponibile: è stata recentemente colpita da un incendio.
La compagnia ha però allestito rapidamente una
pop-up lounge per i passeggeri che normalmente avrebbero accesso. Niente di particolarmente scenografico, ovviamente, ma il servizio c’è tutto: personale sorridente, buona scelta di cibo e bevande, caffè e abbastanza spazio per aspettare il volo in maniera decisamente più piacevole del gate.
Considerando che si tratta di una soluzione temporanea messa in piedi dopo un incendio, direi che Air New Zealand se la cava molto bene.
Non sarà la lounge definitiva, ma è uno di quei casi in cui capisci che il servizio conta più dell’arredamento.
Arrivo ad Auckland senza particolari problemi e torno in hotel.
La parte davvero interessante, però, deve ancora cominciare.
Fiji Airways
Fiji Airways mi aveva lasciato un ottimo ricordo quando l’avevo utilizzata l’ultima volta, circa due anni fa.
Nel frattempo è anche entrata in
oneworld, dettaglio che per me migliora ulteriormente il quadro.
Qualche giorno prima avevo fatto un’offerta per un upgrade in Business Class sul volo Auckland-Nadi.
Non avevo grandi speranze.
Mi era infatti arrivata una mail che, con elegante linguaggio commerciale, faceva capire che la mia offerta non fosse esattamente irresistibile.
Poi, praticamente all’ultimo momento, arriva la conferma.
Upgrade accettato.
Per
187 SGD, dollari di Singapore, volerò quindi in Business Class per le circa tre ore fino a Nadi.
Il volo è operato da un
Airbus A330-200.
Non è il prodotto più recente della flotta Fiji Airways, ma per una tratta di questa durata direi che può andare decisamente bene.
Prima però c’è la lounge.
Da quando Fiji Airways è entrata in oneworld utilizza la
Qantas Lounge di Auckland, che trovo davvero piacevole.
L’unico piccolo limite è che il mio status Sapphire non consente l’accesso al Platinum Dining.
Problema temporaneo.
Prima o poi porremo rimedio anche a questa grave ingiustizia, raggiungendo lo status Emerald con Royal Jordanian, programma a cui sono passato dopo che BA, mia casa per molti anni, ha deciso di uccidere l’Executive Club.
Mi reco al gate per l’imbarco, non prima di aver dato un’occhiata alla “fauna” locale. Bellissimo il CX in livrea storica.
AKL-NAN
Ci imbarchiamo.
La Business Class dell’A330-200 Fiji Airways è un prodotto ormai non recentissimo, ma il sedile è ampio e per un volo regionale di circa tre ore è più che adeguato.
Al posto troviamo già il menu.
Scelgo il pollo, soprattutto perché è l’opzione che sembra avere il carattere più locale dell’intero menu, accompagnato da un Sauvignon Blanc.
Il servizio è piacevole, il volo scorre senza problemi e dopo qualche ora arriviamo a
Nadi.
Qui affrontiamo un controllo immigrazione particolarmente lento, ma alla fine entro ufficialmente nelle Fiji.
Il mio secondo volo della giornata mi porterà a
Suva, capitale del paese.
Solo che è previsto diverse ore più tardi.
L’idea di passare tre ore nel terminal domestico di Nadi non mi entusiasma particolarmente, quindi provo di nuovo la tattica già funzionata a Wellington.
“C’è qualcosa prima?”
Nessun problema.
Cambio effettuato quasi immediatamente.
Comincio a sospettare che, da queste parti, l’orario stampato sul biglietto venga considerato più una linea guida che un vincolo giuridico.
Nadi Domestic
Il terminal domestico di Nadi è molto semplice.
Pochi banchi, poche sedute, un gate.
Si fa presto a orientarsi.
Il tabellone dei voli non è dei più fantasiosi.
Il volo per Suva è operato da uno dei piccoli della flotta Fiji Airways:
ATR 42-600.
La tratta fino a Nausori, l’aeroporto di Suva, dura circa
24 minuti.
Praticamente il tempo necessario su certi aeroporti europei per completare il rullaggio.
Arriviamo in orario.
Passerò la notte in un Airbnb a pochi minuti a piedi dall’aeroporto.
Perché il giorno successivo comincia finalmente il FUN.
Il giorno dopo
La mattina raggiungo l’aeroporto a piedi.
Il terminal di Suva riesce nell’impresa non banale di essere ancora più minimalista di quello di Nadi.
Fa un certo effetto pensare che si tratti dell’aeroporto della capitale delle Fiji.
Ma il volo che mi interessa oggi è decisamente particolare.
Parte da qui soltanto tre volte alla settimana ed è uno dei pochissimi collegamenti internazionali regolari dello scalo.
Da qui in avanti il viaggio cambia parecchio scala.
A proposito, alle Fiji le battute di cattivo gusto sembrano essere ufficialmente scoraggiate:
A bordo
Il volo è operato da un
ATR 72-600.
Circa due ore e mezza sopra il Pacifico.
Il servizio a bordo è semplice ma più che dignitoso.
Per lunghi tratti, fuori dal finestrino, non c’è praticamente nulla.
Solo oceano.
Poi, lentamente, compare una striscia sottilissima di terra.
Più ci avviciniamo, più sembra improbabile che lì possa esserci non soltanto un aeroporto, ma addirittura una capitale.
Ed è solo a questo punto che arriva il momento di svelare la destinazione.
Benvenuti a FUN.
FUN, in questo caso, non è una promessa.
È davvero il codice dell’aeroporto.
E sta per
Funafuti, capitale di
Tuvalu.
Uno degli Stati più piccoli e meno visitati del mondo.
Tuvalu
Tuvalu è una manciata di isole e atolli nel Pacifico, con poco più di diecimila abitanti e una superficie terrestre ridottissima.
Gran parte del paese si trova appena pochi metri sopra il livello del mare.
Il rapporto con l’oceano, qui, non è quindi esattamente teorico.
La capitale, Funafuti, si sviluppa su una sottilissima lingua di terra attorno a una laguna enorme.
E possiede uno degli aeroporti più particolari che abbia mai visto.
Una pista che è anche una piazza
L’aeroporto di Funafuti è famoso per un motivo molto semplice.
La pista non è soltanto una pista.
È anche, di fatto, uno dei principali spazi pubblici della città.
Quando non ci sono voli la gente ci cammina, corre, attraversa in motorino, gioca a calcio.
Poi arriva un aereo.
E improvvisamente tutto deve tornare a essere un aeroporto.
La pista viene liberata poco prima dell’atterraggio e una parte consistente della popolazione si sistema ai lati per assistere all’arrivo.
Un ATR che altrove passerebbe quasi inosservato qui diventa praticamente l’evento della giornata.
Welcome to Tuvalu.
Prima missione: internet
La prima cosa da fare una volta arrivati è procurarsi una SIM locale.
Le classiche eSIM internazionali che coprono mezzo pianeta sembrano essersi dimenticate dell’esistenza di Tuvalu.
Poco male.
L’ufficio della telecom locale è praticamente fuori dal terminal.
SIM acquistata, prezzi decisamente abbordabili e problema risolto.
Ma perché sono qui?
Domanda più che legittima.
Atterrare a
FUN?
Già questo, per un appassionato di aviazione, sarebbe un motivo perfettamente valido.
Visitare uno dei paesi meno frequentati al mondo?
Anche.
Ma la vera “scusa” per arrivare fin qui è il calcio.
La
Tuvalu Islands Football Association mi ha infatti invitato a tenere una lezione agli arbitri locali.
La federazione è molto piccola, guidata da un General Manager olandese, e sta cercando di rafforzare il proprio ruolo nel calcio oceanico con l’obiettivo di entrare in
OFC e, in prospettiva, in FIFA.
Ricevo anche un graditissimo souvenir.
Non capita tutti i giorni di arrivare in uno degli Stati più piccoli del mondo e tornare con il gadget ufficiale della federazione calcistica locale.
E naturalmente si arbitra sulla pista
Durante il soggiorno arriva anche il momento di arbitrare.
La particolarità è il campo.
Siamo sulla pista dell’aeroporto.
Quando non ci sono voli, infatti, la runway torna a essere uno degli spazi più grandi e utilizzabili dell’intera capitale.
Quindi si gioca anche a calcio.
Per qualche ora mi ritrovo così ad arbitrare su una pista che, poco dopo, dovrà tornare a fare il proprio mestiere e accogliere un ATR internazionale.
Direi che non capita spesso di dirigere una partita con la numerazione pista sullo sfondo.
Domenica a Tuvalu
Il giorno successivo è domenica.
E domenica a Tuvalu significa essenzialmente una cosa:
non succede niente.
Tuvalu è una società profondamente religiosa e la domenica viene rispettata in maniera molto rigorosa.
Negozi chiusi.
Attività praticamente inesistenti.
Ristoranti chiusi, con pochissime eccezioni pensate soprattutto per gli stranieri.
Il sabato, quindi, i piccoli supermercati vengono presi d’assalto.
“Supermercati”, peraltro, è forse una definizione un po’ generosa.
Molti scaffali sono occupati da prodotti confezionati e ultra-processati, mentre trovare qualcosa di fresco è decisamente più complicato.
C’è poi un’altra regola quotidiana che racconta bene l’atmosfera locale.
Ogni sera, intorno alle
18:45, arriva il momento della preghiera familiare.
Se sei per strada, ti fermi.
A piedi, in motorino, in auto.
Tutti fermi.
Per una quindicina di minuti.
L’isola, letteralmente, va in pausa.
E la polizia prende la cosa molto seriamente.
Quindi cosa si fa di domenica?
Qui entra in scena il caso.
Incontro una coppia di turisti israeliani che scopro avere anche un passato nelle forze speciali.
Non so esattamente attraverso quale combinazione di diplomazia, capacità negoziali e insistenza riescano nell’impresa, ma convincono un pescatore locale a portarci in giro per la laguna nonostante sia domenica.
Erik tratta il prezzo.
25 dollari neozelandesi per un’intera giornata.
Una cifra talmente bassa che per qualche secondo penso di aver capito male.
Alla fine spenderemo un po’ di più perché servirà anche una seconda barca.
Rimane comunque uno degli affari turistici più convenienti del viaggio.
La laguna di Funafuti
La laguna è enorme rispetto alla sottile striscia di terra su cui si concentra la vita della capitale.
Bastano pochi minuti di barca e il piccolo mondo relativamente urbanizzato attorno alla pista scompare.
Davanti rimangono acqua turchese, reef, isolotti e praticamente nessuno.
La giornata diventa così una specie di giro completo dell’atollo.
Afelita
Prima tappa
Afelita. Un’isola ma anche un resort, aperto su prenotazione.
Non avendo prenotato, rimaniamo poco.
Anche perché veniamo cacciati.
Inizio promettente.
Fualifeke
Poi Fualifeke.
Acqua incredibile, sabbia e praticamente nessuno.
Paava
A
Paava il catering diventa molto locale.
Raccogliamo cocchi freschi e li apriamo direttamente lì.
Difficile fare più chilometro zero di così.
Te Afualiku
A
Te Afualiku finalmente ci si butta in acqua.
Cristallina, calda e praticamente deserta, a parte una colonia di uccelli che a quanto pare nidificano su questa piccolissima isola.
Dopo gli otto gradi delle Chatham, il Pacifico finalmente decide di comportarsi secondo le aspettative.
Tepuka
A
Tepuka lasciamo la spiaggia e ci inoltriamo nella vegetazione.
A piedi nudi.
Perché evidentemente, a questo punto, le scarpe sono diventate un optional.
Attraversiamo la giungla fino a raggiungere i resti di un
vecchio bunker americano, memoria della presenza statunitense nell’arcipelago durante la Seconda guerra mondiale.
Uno di quei luoghi in cui la storia compare senza preavviso.
Cinque minuti prima stai mangiando cocco.
Poi ti ritrovi davanti a cemento militare americano in mezzo alla vegetazione.
Funafuti Conservation Area
Attraversiamo anche la
Funafuti Conservation Area, istituita per proteggere una parte particolarmente delicata dell’ecosistema dell’atollo.
Comprende reef, laguna e diversi piccoli isolotti praticamente incontaminati, importanti per uccelli marini, pesci, tartarughe e coralli.
La differenza con Fongafale è impressionante.
Niente traffico.
Niente case.
Niente pista.
Solo Pacifico.
E infine arriviamo a
Funafala.
In totale passiamo circa otto ore in mare.
Diversi isolotti.
Cocco appena raccolto.
Nuotate.
Giungla.
Bunker.
Reef.
Una delle giornate più belle dell’intero viaggio.
Torniamo in città che è quasi sera, e ad accogliere l’avvicinamento della nostra barca è un gruppo di bambini che ci nuota incontro perché ha voglia di fare conversazione.
La laguna ha nel frattempo assunto delle tonalità di un blu quasi commovente.
Marcel
Una menzione speciale la merita
Marcel, uno degli arbitri a cui ho fatto lezione il giorno prima.
Ha 67 anni.
Ed è uno di quei personaggi per i quali indicare una sola professione sarebbe francamente riduttivo.
Marinaio.
Arbitro.
Allenatore di calcio.
E probabilmente altre cose che scoprirei restando qualche giorno in più.
Nei tre giorni a Tuvalu diventa praticamente la mia ombra.
Ha trascorso
29 anni sulle navi battenti bandiera tuvaluana e ha girato mezzo mondo.
Mi racconta di Barbados, Guatemala, della Somalia e dei pirati.
Quando scopre che sono italiano tira fuori anche ricordi di
Genova e Livorno.
Poi ci sono i baffi.
I baffi di Marcel meritano quasi una citazione separata.
Marcel, grazie ancora per l’accoglienza, per il tempo dedicato a quest’arbitro arrivato dall’altra parte del mondo e per avergli fatto scoprire angoli di Tuvalu che, da semplice turista, difficilmente avrebbe mai visto.
Ultimo giorno: le ultime missioni
Il lunedì pomeriggio ho il volo di ritorno.
La mattina la dedico quindi alle ultime cose rimaste in sospeso.
Prima missione: una moneta di Tuvalu.
Il paese utilizza normalmente il
dollaro australiano, ma esistono anche monete proprie tuvaluane.
E naturalmente io ne voglio una per la collezione.
Il problema è che circolano pochissimo, nonostante Tuvalu sia di fatto un paese
cash only: il contante domina ancora incontrastato e le carte sono quasi assenti.
La ricerca mi porta fino alla
banca nazionale.
Mi metto in fila e attendo pazientemente, ma anche lì scopro che la disponibilità non è esattamente abbondante.
Ne hanno una.
E finisce finalmente nelle mie mani.
Per recuperare una moneta del paese sono dovuto arrivare alla banca centrale.
Direi che l’impegno non è mancato.
I vicini della banca
Accanto alla banca nazionale c’è un altro edificio che attirerebbe poca attenzione, se non fosse per un’auto della polizia parcheggiata davanti da abbastanza tempo da aver iniziato una propria carriera botanica.
Chiedo, per pura curiosità, cosa sia questo edificio che condivide l’ingresso con la banca. Scopro che è il
carcere nazionale.
Un carcere con una particolarità: è una prigione
“aperta”. In questo momento il detenuto è uno solo, condannato per un reato che evito volentieri di riportare. Può uscire, girare in città e ha semplicemente l’obbligo di rientrare entro le 17. A quanto mi raccontano può anche ricevere ospiti e mostrare l’interno ai visitatori. Mi viene offerta la possibilità di dare un’occhiata. Preferisco passare.
La caccia ai souvenir
Missione successiva:
souvenir.
Che a Tuvalu sono sorprendentemente difficili da trovare.
Chiediamo in giro.
Niente.
Altro posto.
Niente.
Poi qualcuno ci suggerisce:
“Provate alla moschea.”
Naturalmente.
Il posto più ovvio.
Arriviamo e ci dicono di bussare alla porta sul retro.
“Porta” è una definizione abbastanza ottimistica.
Dietro la moschea troviamo una struttura con tetto in lamiera, muri molto provati e una temperatura interna notevole.
Bussiamo.
“Arrivo!”
Da una stanza compare un giovane indonesiano.
Scopriamo che è
l’Imam della moschea.
I souvenir sono finiti anche lì, ma invece di andarcene finiamo naturalmente a chiacchierare per un po’.
Foto di rito.
Posso quindi aggiungere alla lista delle esperienze di viaggio:
cercare di comprare souvenir di Tuvalu nel retro di una moschea da un imam indonesiano.
Non era esattamente nella programmazione iniziale.
Sue’s Kitchen e l’arrivo dell’ATR
È quasi ora di partire.
Ci dirigiamo quindi verso
Sue’s Kitchen, che sembra essere il punto di ritrovo ufficioso di praticamente tutti gli stranieri presenti a Tuvalu.
Il locale si trova proprio accanto alla pista e al terminal.
Ed è da lì che aspettiamo l’arrivo dell’ATR proveniente da Nadi.
Prima, però, bisogna trasformare nuovamente la piazza principale in un aeroporto.
Passa un trattore a controllare e pulire la pista da eventuali residui lasciati dalle attività quotidiane.
Ventiquattro ore prima ci stavo arbitrando una partita.
Adesso deve atterrarci un ATR.
Funafuti, in pratica.
Poi vengono chiusi gli accessi.
La procedura è accompagnata da
tre sirene.
Una circa quindici minuti prima dell’atterraggio.
Una a cinque minuti.
E l’ultima quando l’aereo sta effettivamente arrivando.
Il messaggio è abbastanza chiaro.
Persone, motorini, bambini e cani:
fuori dalla pista.
Nel giro di pochi minuti i bordi della runway si riempiono.
Famiglie.
Bambini.
Curiosi.
Motorini.
È sempre un ATR 72.
Ma qui viene accolto con un’attenzione che su qualsiasi altro aeroporto della regione non avrebbe mai.
L’aereo tocca terra, rallenta e parcheggia davanti al piccolo terminal.
Scendono i passeggeri.
Vengono scaricati i bagagli.
Noi?
Restiamo tranquillamente da Sue’s Kitchen.
Perché presentarsi in aeroporto con troppo anticipo, dopo qualche giorno qui, inizierebbe a sembrare quasi sospetto.
Security, versione Tuvalu
Ci muoviamo verso il terminal circa
cinque minuti prima dell’imbarco.
Adesso arriva finalmente il controllo di sicurezza.
O almeno una sua interpretazione locale.
Prima un’addetta con una
lista passeggeri stampata su carta.
Nome trovato.
Crocetta.
Avanti.
Poi si passa davanti a un metal detector.
Che non funziona.
Quindi entra in funzione il sistema alternativo.
Controllo manuale per tutti.
Nel frattempo altri due addetti aprono i bagagli a mano.
Guardano.
Tastano superficialmente.
“What’s inside?”
“Clothes.”
“Yes?”
“Yes.”
“All good.”
Segue il timbro di uscita sul passaporto.
E circa trenta secondi dopo siamo già nella sala d’imbarco.
Rapido, se non altro.
Goodbye FUN
È arrivato il momento di lasciare Funafuti.
Si sale nuovamente sull’ATR 72-600.
La pista che fino a poco prima era stata usata per passeggiare, giocare, attraversare in motorino e, nel mio caso, persino arbitrare una partita, torna improvvisamente alla sua funzione ufficiale.
Motori.
Allineamento.
Potenza.
E il decollo da Funafuti, con quella sottilissima striscia di terra sotto di noi e il Pacifico che occupa praticamente tutto il resto del finestrino, è ancora una volta spettacolare.
In pochi minuti Tuvalu torna a essere quello che era quando ero arrivato:
un minuscolo punto nel mezzo di un oceano enorme.
Solo che adesso non è più soltanto un punto sulla mappa.
Ha facce.
Marcel e i suoi baffi.
Gli arbitri.
L’Imam indonesiano.
Sue’s Kitchen.
Il pescatore della domenica.
La pista che, a seconda dell’ora, può essere aeroporto, piazza, strada o campo da calcio.
E una giornata intera passata tra isolotti, laguna, reef e mare aperto.
Destinazione Nadi.
E poi, di nuovo,
Nuova Zelanda.
TBC…