[TR] Champagne, piste corte e isole sperdute: viaggio ai margini dell’Oceania


OT Chatham Islands: vediamo finalmente che posto è

La sera precedente mi ero fermato qui:

“Domani finalmente vediamo che posto è.”

E quindi vediamolo.

Con la luce del giorno, le Chatham iniziano finalmente a mostrare il loro carattere.

La prima impressione è soprattutto quella dello spazio. Tanto spazio, pochissima gente, cielo enorme, pascoli, spiagge e lagune che sembrano non finire mai.

Waitangi, che è il principale centro dell’isola, è in realtà poco più di un piccolo insediamento affacciato sulla baia.

Il termine “principale” qui va preso con una certa elasticità.

20260914-120909.jpg


Ci sono l’Hotel Chatham, il porto, qualche casa, pochi edifici e parecchio spazio.

Molto spazio.

Il tempo cambia in continuazione. Nuvole basse, vento, improvvisamente sole, poi di nuovo grigio. In pochi minuti il paesaggio passa da Scozia a Pacifico del Sud senza chiedere permesso.

20260914-120432.jpg


20260915-133847.jpg


20260915-133930.jpg


E qui si capisce subito una cosa: alle Chatham il mare non è uno sfondo.

È una strada.

Per secoli tutto è arrivato e partito da lì, persone comprese.

Primo giorno: capire l’isola

La mattina la passo soprattutto nei dintorni di Waitangi.

Il centro principale dell’isola è talmente piccolo che nel giro di poco inizi già a riconoscere facce.

Non perché tu abbia improvvisamente sviluppato una memoria fotografica.

Perché semplicemente le facce sono poche.

Una delle prime tappe è il piccolo Chatham Islands Museum.

20260915-105817.jpg


È uno di quei musei locali che, pur senza dimensioni monumentali, spiegano molto meglio di una brochure dove sei finito.

Moriori, Māori, primi europei, baleniere, pesca, allevamento, naufragi, collegamenti con la mainland.

E naturalmente, per noi malati di AviazioneCivile, c’è anche parecchio da guardare sul fronte aeronautico.

20260915-111417.jpg


20260915-111426.jpg


20260915-111514.jpg


Vecchie fotografie, primi collegamenti aerei, freight, crayfish spediti verso la Nuova Zelanda e una successione di aeroplani che altrove sarebbero probabilmente finiti in museo molto prima.

Alle Chatham, invece, continuavano a lavorare.

Convair compresi.

20260915-111556.jpg


In pratica sto guardando proprio il motivo per cui, più di dieci anni fa, avevo iniziato a interessarmi a queste isole.

Il museo spiega anche un’altra cosa che rende la loro posizione ancora più particolare.

Le Chatham si trovano sul margine orientale di Zealandia, l’enorme massa continentale quasi completamente sommersa sotto il Pacifico e solo di recente descritta come l’ottavo continente, separato dall’Australia dal piccolo, piccolissimo Cato Through.

20260915-104258.jpg


20260915-104451.jpg


Quello che vediamo della Nuova Zelanda, in sostanza, è solo una piccola parte emersa di qualcosa di enormemente più grande.

E queste isole sono un altro minuscolo pezzo che riesce a restare sopra il livello del mare.

La storia umana locale, invece, sembra spesso seguire uno schema più semplice:

Qualcuno arrivò per mare.

Qualcuno non riuscì a ripartire.

Qualcun altro naufragò.

Alla fine ci costruirono una famiglia.

Non è nemmeno una battuta.

Alfie

Una di queste storie arriva direttamente al tavolo della colazione.

All’Hotel Chatham conosco Alfie, pescatore locale.

20260916-203834.jpg


Alfie non entra propriamente nella mia vita attraverso un’escursione prenotata o una visita organizzata.

Viene a colazione.

Si siede, iniziamo a parlare e dopo pochi minuti mi lascia anche il suo volantino elettorale: è candidato al Chatham Islands Council.

20260914-082338.jpg


Il testo è magnificamente diretto.

Alla voce Employment il curriculum parte con tre stagioni al meat works, passa per 25 anni da pescatore commerciale, manutenzione stradale, camion del carburante, scuolabus e finisce con “swimming pool caretaker before pool was covered”.

A quel punto capisco che qui chiedere a qualcuno “che lavoro fai?” rischia seriamente di produrre una risposta di venti minuti.

Poi arriva la parte politica, anche quella molto Chatham:

“I will be true and honest with respect for my fellow councillors, government officials, all iwi and other ethnic groups…”

E alla fine chiude con il proverbio Māori:

“He aha te mea nui o te ao? He tangata, he tangata, he tangata.”

La cosa più importante al mondo sono le persone.

Dopo qualche giorno qui, difficile trovare uno slogan elettorale più adatto.

Parlando della sua famiglia salta fuori anche la Finlandia.

Alfie è di origine mista Māori e finlandese, un mix diciamo decisamente particolare.

Il suo antenato era Gabriel Johanson, di Vaasa, arrivato alle Chatham nell’Ottocento dopo un naufragio.

Mi racconta con evidente orgoglio delle origini finlandesi della famiglia, di come quella storia sia rimasta viva nelle generazioni successive e di quanto, in un posto così piccolo, genealogia e storia dell’isola finiscano spesso per essere la stessa cosa.

La cosa mi incuriosisce parecchio.

Il giorno dopo Alfie torna a colazione.

Con un libro sotto braccio.

20260916-200649.jpg


From the Midnight Sun to the Long White Cloud.

È un libro sulla storia dell’emigrazione finlandese in Nuova Zelanda, ma con Alfie accanto smette rapidamente di essere soltanto un libro di storia.

Lo sfoglia, mi indica nomi, famiglie, collegamenti con le Chatham.

20260916-201647.jpg


Poi arriva a pagina 153.

E lì, orgogliosissimo, mi mostra la fotografia dei suoi genitori.

20260916-201741.jpg


A quel punto il libro diventa praticamente un album di famiglia.

Ed è forse questa una delle cose che mi colpiscono di più delle Chatham: la storia qui non è qualcosa che leggi soltanto al museo.

Ti si siede davanti a colazione.

Ti racconta da dove viene.

E il giorno dopo torna con un libro per fartelo vedere meglio.

Molto Chatham.

Hotel Chatham, centro sociale non dichiarato dell’isola

Nel frattempo l’Hotel Chatham diventa rapidamente il mio quartier generale.

Più che un albergo sembra il salotto comune dell’isola.

Entrano persone, escono persone, qualcuno viene a bere, qualcuno a cena, qualcuno semplicemente a parlare.

Io, naturalmente, sono sempre più identificabile come:

quello nuovo.

In cucina incontro anche Mark.

Mark è pilota del piccolo Cessna di Air Chathams, 5 sedili più lui.

Ed è il figlio della proprietaria dell’hotel.

Il piccolo Cessna utilizzato per i voli verso Pitt Island è però in manutenzione ad Auckland, quindi in questo momento Mark non ha molto da pilotare.

Risultato?

Aiuta in cucina.

Pilota quando c’è l’aereo.

Ristorante quando non c’è.

Non vedo falle nel sistema.

Pitt Island: piano A cancellato prima ancora del viaggio

Su Pitt Island bisogna chiarire una cosa.

Io sapevo già prima di arrivare che non avrei potuto raggiungerla nel modo in cui volevo.

Il Cessna era ad Auckland per manutenzione e mi era stato detto in anticipo.

Quindi niente dramma da “arrivo qui e scopro che il volo è cancellato”.

Il piano A era morto ancora prima di partire.

Peccato, perché Pitt mi interessa moltissimo: poche decine di abitanti, ancora più remota di Chatham Island, colonie di uccelli marini e quel piccolo volo in Cessna che, per un avgeek, vale probabilmente da solo metà del viaggio.

Decido quindi che, se deve essere, sarà per un’altra volta.

Poi però arriva un gruppo di pensionati in seafood tour.

Diciamo che, in un’isola dove l’età media non è esattamente quella di una vacanza a Ibiza, il loro arrivo riesce comunque a far sembrare la sala colazioni ancora più senior del solito.

Nel giro di poco finisco per fare praticamente tutte le colazioni con loro.

E naturalmente diventano subito complici di uno dei miei piani peggiori.

“Perché non proviamo ad andare a Pitt via mare?”

Interessante.

Partono telefonate, domande, contatti.

Per qualche ora sembra davvero possibile.

Esiste anche l’opzione di charterizzare qualche pescatore locale, ma il preventivo porta rapidamente il progetto dalla categoria “avventura” alla categoria “acquisto di infrastruttura”.

Troppo.

Resta quindi una possibilità più organizzata via mare.

Aspettiamo le condizioni.

Aspettiamo ancora.

E alla fine arriva il vero ministro dei trasporti delle Chatham:

il Pacifico.

Mare non adatto.

Niente partenza.

Pitt Island, per questa volta, resta lì.

La prossima volta ci riproviamo.

Ma preferibilmente nel modo corretto.

In Cessna.

I McCallum, atto secondo


Nel frattempo continuo a vedere i misteriosi McCallum Brothers conosciuti già sul volo da Auckland.

Che, come abbiamo scoperto, non sono due brothers ma padre e figlio.

Il figlio vive a Lugano e quindi, dopo essere arrivato a 44 gradi sud nel Pacifico, riesco persino a farmi salutare in italiano.

Da quel momento diventano praticamente una presenza fissa.

Ogni sera finiamo insieme all’Hotel Chatham.

Cena.

Una bottiglia di vino.

Un’altra bottiglia di vino.

Discussioni sull’isola, sulle navi, sull’oyster farming.

Eventualmente altro vino.

Il bello è che, parlando con loro, capisco gradualmente che il “McCallum Brothers” dell’email di Trudy non indicava esattamente due tizi qualsiasi con un pickup.

McCallum Bros è una storica società marittima neozelandese e oggi è coinvolta anche nell’acquacoltura. Attraverso la joint venture 44 South Shipping, insieme a Nova Marine Carriers, è stata scelta per sviluppare il nuovo servizio marittimo di lungo periodo per Chatham e Pitt Islands. Nel frattempo la loro landing craft MV William Fraser, lunga 68 metri, viene utilizzata e adattata per il trasporto di general cargo, mezzi, carburante e, una volta completate le necessarie autorizzazioni, anche livestock.

Callum è talmente uomo di mare che uno dei figli si chiama Nelson.

A quel punto evito prudentemente di chiedere il nome degli altri, nel timore di trovare un Cook o un Horatio.

Il giorno della nave

La mattina prevista per l’arrivo della nave scendo a colazione.

La sala è più piena del solito.

Molto più piena.

Soprattutto di gente del posto.

E tutti parlano della stessa cosa.

La nave.

“A che ora arriva?”

“Verso le 8:15.”

“Da dove si vede meglio?”

“Dal porto?”

“Dalla collina?”

“Qualcuno l’ha già vista?”

Per qualche minuto sembra che stia arrivando la Queen Mary 2 con Taylor Swift a bordo.

In realtà è la nave del nuovo servizio McCallum.

20260916-081827.jpg


Ed è proprio qui che l’isolamento smette di essere una bella parola da brochure e diventa qualcosa di estremamente concreto.

Per me è una nave.

Per loro è carburante.

È macchinari.

È materiali.

È animali.

È pezzi di ricambio.

È continuità.

È una strada.

Solo che galleggia.

La nave entra finalmente nella baia e nel giro di poco sembra che tutto il villaggio sappia già che è arrivata. I McCallum sono ufficialmente i nuovi eroi dell’isola.

La sera, all’Hotel Chatham, compare anche una lavagna.

20260916-202520.jpg


“Today we welcome the McCallum Bros’ first ship to our island.”


Il piccolo mistero del gate di Auckland è diventato nel giro di pochi giorni un pezzo piuttosto importante della vita dell’isola.

Io, nel frattempo, continuo principalmente a berci vino insieme.

È comunque coinvolgimento con la comunità.

Il soggiorno continua tra Waitangi, porto, incontri e visite nei dintorni.

20260914-121810.jpg


Più tempo passo qui, più mi rendo conto che il fascino delle Chatham non è tanto nella lista delle cose da vedere.

È nel modo in cui funziona tutto.

La hostess dell’aereo conosce praticamente tutti i passeggeri.

Un pescatore viene a colazione e il giorno mi racconta la storia del tuo trisavolo Finlandese naufrago, da cui è nato tutto.

Un pilota, finché il suo Cessna è in manutenzione, dà una mano nella cucina dell’hotel della madre.

L’armatore con cui hai volato finisce a bere con te tutte le sere.

Il personale dell’hotel sa già chi parte e chi resta.

Monty è il poliziotto. Uno.

E nel giro di pochi giorni inizi a riconoscere quasi tutti.

Terzo giorno: roadtrip

Il terzo giorno decido finalmente di esplorare l’isola più seriamente.

Serve un mezzo.

Noleggio questo.

20260916-115702.jpg


Un pickup che sembra aver già avuto una vita interessante prima di conoscermi.

Costo:

250 dollari neozelandesi al giorno.

Circa 125 euro al giorno.

Al prezzo di una berlina premium europea ricevo qualcosa che sembra essere sopravvissuto a più governi neozelandesi e probabilmente anche a qualche ciclone.

Sul cruscotto compare poi questo rassicurante messaggio.

20260916-162142.jpg


NO 4WD

Perfetto.

Considerando dove sto per portarlo, dettaglio molto confortante.

La parte burocratica è altrettanto rilassata.

Chiedo a Bonnie: “Vuoi vedere la patente?”

No, vai tranquillo.

Non sembra una questione sulla quale perdere troppo tempo.

Cinture?

Più un orientamento filosofico che una vera ossessione normativa. Sempre Bonnie: “sulle Chatham non esistono cinture, ma tienile buckled up dietro la schiena sennò comincia a suonare”.

Inizio a capire perché Monty, il poliziotto, riesca a gestire l’isola senza un battaglione di rinforzi.

Henga Scenic Reserve

Prima tappa seria: Henga Scenic Reserve.

20260916-115651.jpg


Il sentiero parte attraversando pascoli e terreni agricoli.

20260916-121538.jpg


Poi cambia tutto.

20260916-122142.jpg


Bosco fitto.

Alberi bassi.

Rami contorti.

Vegetazione modellata dal vento.

20260916-121116.jpg


Qui il vento non è un fenomeno meteorologico.

È un architetto.

Poi vedo un tratto di terreno apparentemente innocuo.

20260916-120325.jpg


Che sarà mai un po’ di fango, penso fra me e me. Tanto ho gli scarponi da montagna.

Non è fango.

È merda di mucca.

Molta.

A un certo punto sto letteralmente sprofondando, che modo inglorioso di lasciare questo mondo, nelle “merde mobili”.

Per qualche secondo considero seriamente di lasciare lì una scarpa come monumento ai caduti e continuare senza.

Non so esattamente come ne esco.

Ma ne esco.

Con dignità fortemente ridimensionata.

20260916-121216.jpg


Poi compare il Pacifico


Il bosco improvvisamente si apre.

20260916-123637.jpg


E davanti appare una costa completamente diversa da quella che immaginavo.

Spiagge enormi.

Dune.

Acqua sorprendentemente turchese.

20260916-124848.jpg


E praticamente nessuno.

20260916-124852.jpg


Solo sabbia, oceano e vento.

Dopo giorni di otto gradi, nuvole e alberi deformati dalle raffiche, il colore dell’acqua è quasi offensivo.

Sembra tropicale.

Poi arriva una folata e ti ricorda immediatamente che non sei alle Maldive.

Ocean Mail

Proseguo verso la Ocean Mail Scenic Reserve.

E ancora una volta cambia completamente il paesaggio.

Ed è spettacolare.

20260916-144224.jpg


20260916-144621.jpg


Siamo nel punto esatto in cui era naufragato Gabriel Johansen nel 1885, comincio a capire perché sia voluto restare …

Verrebbe quasi voglia di farsi il bagno, non fosse per due dettagli da poco.

Il vento.

E soprattutto lui.

20260914-120134.jpg


L’unico simpatico animaletto che la Nuova Zelanda ha deciso di non lasciare in monopolio alla vicina Australia.

Continuo lungo alla strada per arrivare alla vicina Wetland Walk.

20260916-150057.jpg


Vegetazione bassa.

Acqua.

Passerelle.

20260916-150450.jpg


In pochissimi chilometri si passa dai pascoli al bosco, dalle spiagge alle zone umide.

20260916-152236.jpg


Le persone continuano a essere poche.

20260916-153256.jpg


Le pecore, invece, sembrano aver risolto da tempo il problema demografico.

20260916-153559.jpg


20260916-153903.jpg


Comincio a sospettare che il dato ufficiale della popolazione abbia dimenticato la maggioranza degli abitanti.

Le strade

Anche guidare qui fa parte dell’esperienza.

20260916-141711.jpg


20260916-141713.jpg


Strade sterrate.

Lagune a pochi metri.

Pascoli.

Qualche pickup.

E bestiame ovunque.

Il traffico dell’ora di punta, fortunatamente, rimane gestibile.

Ultima sera: finalmente seafood

Arriva l’ultima sera.

E c’è ancora una questione importante da sistemare.

Il seafood.

Comincio con una dozzina di ostriche locali.

20260916-191407.jpg


Poi arriva lui.

20260914-104127.jpg


20260916-192422.jpg


Il Chatham Islands crayfish.

Dopo giorni passati a parlare di pesca, oyster farming, cargo, Air Chathams e collegamenti marittimi, direi che il finale era praticamente obbligatorio.

Il cerchio si chiude nel piatto.

La porzione “small”, tra l’altro, dimostra che alle Chatham anche il concetto di piccolo è soggetto a interpretazione locale.

Aggiungo un bicchiere di vino.

A quel punto sarebbe quasi offensivo non farlo.

Ultimo giorno: ritorno a Tuuta

Poi arriva il momento di ripartire.

Torno all’Inia William Tuuta Memorial Airport.

20260917-082255.jpg


Di giorno riesco finalmente a osservarlo bene.

Piccolo, pulito, essenziale.

Dentro trovo parecchi riferimenti alla storia dell’aviazione delle isole.

20260917-082737.jpg


Primi voli.

Freight.

Crayfish.

Convair.

ATR.

In pratica tutto ciò che, undici anni prima, mi aveva fatto scoprire l’esistenza di Air Chathams e poi delle isole stesse.

Al check-in trovo una faccia conosciuta.

Molly.

La stessa hostess del volo di andata.

Solo che questa volta è al banco.

Naturalmente.

20260917-082428.jpg


Io tiro istintivamente fuori il passaporto.

Molly mi guarda quasi come se avessi presentato il certificato di battesimo.

“I don’t need it. Nice to see you again, Daniel”.

Lei conosce tutti.

L’unico nome vagamente esotico sulla lista sono io.

La valigia finisce poi su una splendida bilancia Avery.

20260917-082544.jpg


Analogica.

Lancetta.

Fine.

Niente touchscreen.

E, inspiegabilmente per gli standard del 2026, funziona benissimo.

Ultimi minuti alle Chatham

La sala d’attesa è piccola.

20260917-082816.jpg


Ma ha vista apron.

Per cui, secondo gli standard di AviazioneCivile, è già classificabile come lounge premium.

Fuori trovo anche questo capolavoro.

20260917-082850.jpg


PEOPLE ON RUNWAY: NO


Sintetico.

Efficace.

Difficile presentare ricorso.

E sull’apron c’è di nuovo Air Chathams.

20260917-092940.jpg


20260917-110340.jpg


Questa volta però niente Auckland.

Si torna sulla mainland via Wellington.

Guardo fuori un’ultima volta. E l’ultimo saluto alle Chatham è lei, la bellissima pista di CHT.

20260917-094203.jpg


In pochi giorni le Chatham sono passate dall’essere un puntino remoto sulla mappa a una raccolta di persone e storie.

Alfie, nipote di naufraghi, che arriva a colazione e torna con un libro sui finlandesi.

Mark, pilota temporaneamente riciclato in cucina.

I pensionati del seafood tour che per qualche ora riescono a farmi credere che Pitt Island sia ancora raggiungibile.

Pitt stessa, che dovrà aspettare un futuro viaggio in Cessna.

I McCallum, con cui ormai finisco a bere praticamente ogni sera, e la loro nave che mobilita mezzo villaggio. Ci rivedremo in Franciacorta, Callum e Nelson – è una promessa.

Monty, che spero continui ad avere molto poco lavoro.

Zealandia sotto i piedi.

Il pickup.

Le spiagge vuote.

E soprattutto la quantità industriale di merda di mucca nella quale ho rischiato di lasciare una scarpa (e anche qualcosa di più).

Direi che ne è valsa la pena.

Adesso però si torna a volare.

TBC…
 
Ultima modifica:
Destinazione totalmente fuori dall'ordinario, non si può dire niente. Sciapò.
Sembrano l'annello di congiunzione tra le Orcadi, le Hawaii e Marettimo.
 
  • Like
Reactions: fra110 and BrunoFLR
Anche se so non essere questo l'ambito il pentolone che si vede nella foto del museo mi ricorda molto quelli in cui cuocevano i primi esploratori europei sbarcati sulle isole per mangiarseli.
 
Terza puntata

Ci eravamo lasciati mentre mi imbarcavo sul volo Air Chathams diretto a Wellington.

Il volo prosegue senza particolari eventi degni di nota e arriviamo nella capitale neozelandese sostanzialmente in orario.

Il meteo, però, non promette niente di buono.

Nuvoloni bassi, vento e quell’aria generale da “potrebbe complicarsi tutto nel giro di mezz’ora”.

E infatti, appena il telefono torna online, arriva una mail di Air New Zealand: il mio volo serale per Auckland è per il momento confermato, ma potrebbe essere cancellato se le condizioni dovessero peggiorare.

Problema non proprio secondario, perché la mattina successiva ho un altro volo da Auckland che non posso assolutamente perdere.

Mi dirigo quindi subito al banco Air New Zealand e chiedo se, vista la situazione, sia possibile anticipare.

L’addetto guarda il computer e mi risponde con grande naturalezza:

“Se vuole ce n’è uno che imbarca fra dieci minuti.”

Mi aspettavo flessibilità.

Non pensavo di essere già praticamente in boarding.

Accetto comunque un volo un paio d’ore più tardi: abbastanza presto da evitare il rischio meteo, ma abbastanza tardi da concedermi un passaggio in lounge.

Anche nelle emergenze bisogna mantenere un minimo di ordine nelle priorità.

Noto due particolarità:

20260917-111554.jpg


Wellington Airport pensa anche ai passeggeri a quattro zampe, con un’area dedicata al check-in dei cani.

In Nuova Zelanda, evidentemente, anche Fido ha una gestione operativa più ordinata di quella che si vede in parecchi aeroporti europei.

Poco più avanti, ai check-in, compare anche Smaug.

Perché, evidentemente, un aeroporto normale sarebbe stato troppo poco neozelandese.

Il drago di The Hobbit domina la zona partenze e ricorda abbastanza chiaramente che siamo pur sempre nella terra di Tolkien cinematografico.

20260917-112103.jpg


La lounge domestica Air New Zealand di Wellington, purtroppo, non è disponibile: è stata recentemente colpita da un incendio.

20260917-141012.jpg


La compagnia ha però allestito rapidamente una pop-up lounge per i passeggeri che normalmente avrebbero accesso. Niente di particolarmente scenografico, ovviamente, ma il servizio c’è tutto: personale sorridente, buona scelta di cibo e bevande, caffè e abbastanza spazio per aspettare il volo in maniera decisamente più piacevole del gate.

20260917-141617.jpg


20260917-141646.jpg


Considerando che si tratta di una soluzione temporanea messa in piedi dopo un incendio, direi che Air New Zealand se la cava molto bene.

Non sarà la lounge definitiva, ma è uno di quei casi in cui capisci che il servizio conta più dell’arredamento.

Arrivo ad Auckland senza particolari problemi e torno in hotel.

20260917-163606.jpg


La parte davvero interessante, però, deve ancora cominciare.

Fiji Airways

Fiji Airways mi aveva lasciato un ottimo ricordo quando l’avevo utilizzata l’ultima volta, circa due anni fa.

Nel frattempo è anche entrata in oneworld, dettaglio che per me migliora ulteriormente il quadro.

Qualche giorno prima avevo fatto un’offerta per un upgrade in Business Class sul volo Auckland-Nadi.

Non avevo grandi speranze.

Mi era infatti arrivata una mail che, con elegante linguaggio commerciale, faceva capire che la mia offerta non fosse esattamente irresistibile.

Poi, praticamente all’ultimo momento, arriva la conferma.

Upgrade accettato.

Per 187 SGD, dollari di Singapore, volerò quindi in Business Class per le circa tre ore fino a Nadi.

Il volo è operato da un Airbus A330-200.

Non è il prodotto più recente della flotta Fiji Airways, ma per una tratta di questa durata direi che può andare decisamente bene.

Prima però c’è la lounge.

Da quando Fiji Airways è entrata in oneworld utilizza la Qantas Lounge di Auckland, che trovo davvero piacevole.

20260918-121131.jpg


20260918-121135.jpg


L’unico piccolo limite è che il mio status Sapphire non consente l’accesso al Platinum Dining.

Problema temporaneo.

Prima o poi porremo rimedio anche a questa grave ingiustizia, raggiungendo lo status Emerald con Royal Jordanian, programma a cui sono passato dopo che BA, mia casa per molti anni, ha deciso di uccidere l’Executive Club.

Mi reco al gate per l’imbarco, non prima di aver dato un’occhiata alla “fauna” locale. Bellissimo il CX in livrea storica.

20260918-132329.jpg


20260918-132337.jpg


AKL-NAN

Ci imbarchiamo.

20260918-134250.jpg


La Business Class dell’A330-200 Fiji Airways è un prodotto ormai non recentissimo, ma il sedile è ampio e per un volo regionale di circa tre ore è più che adeguato.

Al posto troviamo già il menu.

20260918-134342.jpg


20260918-134351.jpg


Scelgo il pollo, soprattutto perché è l’opzione che sembra avere il carattere più locale dell’intero menu, accompagnato da un Sauvignon Blanc.

20260918-151112.jpg


20260918-151121.jpg


Il servizio è piacevole, il volo scorre senza problemi e dopo qualche ora arriviamo a Nadi.

20260918-174718.jpg


Qui affrontiamo un controllo immigrazione particolarmente lento, ma alla fine entro ufficialmente nelle Fiji.

20260918-174709.jpg


Il mio secondo volo della giornata mi porterà a Suva, capitale del paese.

Solo che è previsto diverse ore più tardi.

L’idea di passare tre ore nel terminal domestico di Nadi non mi entusiasma particolarmente, quindi provo di nuovo la tattica già funzionata a Wellington.

“C’è qualcosa prima?”

Nessun problema.

Cambio effettuato quasi immediatamente.

Comincio a sospettare che, da queste parti, l’orario stampato sul biglietto venga considerato più una linea guida che un vincolo giuridico.

Nadi Domestic

Il terminal domestico di Nadi è molto semplice.

20260918-190455.jpg


Pochi banchi, poche sedute, un gate.

20260918-190945.jpg


20260918-191126.jpg


Si fa presto a orientarsi.

Il tabellone dei voli non è dei più fantasiosi.

20260918-191028.jpg


Il volo per Suva è operato da uno dei piccoli della flotta Fiji Airways:

ATR 42-600.

20260918-192235.jpg


20260918-192944.jpg


La tratta fino a Nausori, l’aeroporto di Suva, dura circa 24 minuti.

Praticamente il tempo necessario su certi aeroporti europei per completare il rullaggio.

Arriviamo in orario.

20260918-201848.jpg


Passerò la notte in un Airbnb a pochi minuti a piedi dall’aeroporto.

20260919-075809.jpg


Perché il giorno successivo comincia finalmente il FUN.

Il giorno dopo

La mattina raggiungo l’aeroporto a piedi.

20260919-080023.jpg


20260919-080752.jpg


Il terminal di Suva riesce nell’impresa non banale di essere ancora più minimalista di quello di Nadi.

20260919-080913.jpg


20260919-081931.jpg


Fa un certo effetto pensare che si tratti dell’aeroporto della capitale delle Fiji.

Ma il volo che mi interessa oggi è decisamente particolare.

Parte da qui soltanto tre volte alla settimana ed è uno dei pochissimi collegamenti internazionali regolari dello scalo.

Da qui in avanti il viaggio cambia parecchio scala.

A proposito, alle Fiji le battute di cattivo gusto sembrano essere ufficialmente scoraggiate:

20260919-081056.jpg


A bordo

Il volo è operato da un ATR 72-600.

20260919-095502.jpg


Circa due ore e mezza sopra il Pacifico.

20260919-122439.jpg


Il servizio a bordo è semplice ma più che dignitoso.

20260919-111227.jpg


20260919-111237.jpg


Per lunghi tratti, fuori dal finestrino, non c’è praticamente nulla.

Solo oceano.

Poi, lentamente, compare una striscia sottilissima di terra.

Più ci avviciniamo, più sembra improbabile che lì possa esserci non soltanto un aeroporto, ma addirittura una capitale.

20260919-124628.jpg


20260919-124635.jpg


Ed è solo a questo punto che arriva il momento di svelare la destinazione.

Benvenuti a FUN.

FUN, in questo caso, non è una promessa.

È davvero il codice dell’aeroporto.

E sta per Funafuti, capitale di Tuvalu.

Uno degli Stati più piccoli e meno visitati del mondo.

20260919-150315.jpg


Tuvalu

Tuvalu è una manciata di isole e atolli nel Pacifico, con poco più di diecimila abitanti e una superficie terrestre ridottissima.

Gran parte del paese si trova appena pochi metri sopra il livello del mare.

Il rapporto con l’oceano, qui, non è quindi esattamente teorico.

La capitale, Funafuti, si sviluppa su una sottilissima lingua di terra attorno a una laguna enorme.

E possiede uno degli aeroporti più particolari che abbia mai visto.

Una pista che è anche una piazza

L’aeroporto di Funafuti è famoso per un motivo molto semplice.

La pista non è soltanto una pista.

È anche, di fatto, uno dei principali spazi pubblici della città.

Quando non ci sono voli la gente ci cammina, corre, attraversa in motorino, gioca a calcio.

Poi arriva un aereo.

E improvvisamente tutto deve tornare a essere un aeroporto.

La pista viene liberata poco prima dell’atterraggio e una parte consistente della popolazione si sistema ai lati per assistere all’arrivo.

Un ATR che altrove passerebbe quasi inosservato qui diventa praticamente l’evento della giornata.

Welcome to Tuvalu.

20260919-125507.jpg


20260919-125531.jpg


Prima missione: internet

La prima cosa da fare una volta arrivati è procurarsi una SIM locale.

Le classiche eSIM internazionali che coprono mezzo pianeta sembrano essersi dimenticate dell’esistenza di Tuvalu.

Poco male.

L’ufficio della telecom locale è praticamente fuori dal terminal.

20260919-131436.jpg


SIM acquistata, prezzi decisamente abbordabili e problema risolto.

Ma perché sono qui?

Domanda più che legittima.

Atterrare a FUN?

Già questo, per un appassionato di aviazione, sarebbe un motivo perfettamente valido.

Visitare uno dei paesi meno frequentati al mondo?

Anche.

Ma la vera “scusa” per arrivare fin qui è il calcio.

La Tuvalu Islands Football Association mi ha infatti invitato a tenere una lezione agli arbitri locali.




La federazione è molto piccola, guidata da un General Manager olandese, e sta cercando di rafforzare il proprio ruolo nel calcio oceanico con l’obiettivo di entrare in OFC e, in prospettiva, in FIFA.

Ricevo anche un graditissimo souvenir.

20260919-200935.jpg


Non capita tutti i giorni di arrivare in uno degli Stati più piccoli del mondo e tornare con il gadget ufficiale della federazione calcistica locale.

E naturalmente si arbitra sulla pista

Durante il soggiorno arriva anche il momento di arbitrare.

La particolarità è il campo.

20260921-105658.jpg


Siamo sulla pista dell’aeroporto.

Quando non ci sono voli, infatti, la runway torna a essere uno degli spazi più grandi e utilizzabili dell’intera capitale.

Quindi si gioca anche a calcio.

Per qualche ora mi ritrovo così ad arbitrare su una pista che, poco dopo, dovrà tornare a fare il proprio mestiere e accogliere un ATR internazionale.

Direi che non capita spesso di dirigere una partita con la numerazione pista sullo sfondo.

20260919-153156.jpg


20260919-153433.jpg


Domenica a Tuvalu

Il giorno successivo è domenica.

E domenica a Tuvalu significa essenzialmente una cosa:

non succede niente.


Tuvalu è una società profondamente religiosa e la domenica viene rispettata in maniera molto rigorosa.

Negozi chiusi.

Attività praticamente inesistenti.

Ristoranti chiusi, con pochissime eccezioni pensate soprattutto per gli stranieri.

Il sabato, quindi, i piccoli supermercati vengono presi d’assalto.

20260919-195221.jpg


“Supermercati”, peraltro, è forse una definizione un po’ generosa.

Molti scaffali sono occupati da prodotti confezionati e ultra-processati, mentre trovare qualcosa di fresco è decisamente più complicato.

C’è poi un’altra regola quotidiana che racconta bene l’atmosfera locale.

Ogni sera, intorno alle 18:45, arriva il momento della preghiera familiare.

Se sei per strada, ti fermi.

A piedi, in motorino, in auto.

Tutti fermi.

Per una quindicina di minuti.

L’isola, letteralmente, va in pausa.

E la polizia prende la cosa molto seriamente.

Quindi cosa si fa di domenica?

Qui entra in scena il caso.

Incontro una coppia di turisti israeliani che scopro avere anche un passato nelle forze speciali.

Non so esattamente attraverso quale combinazione di diplomazia, capacità negoziali e insistenza riescano nell’impresa, ma convincono un pescatore locale a portarci in giro per la laguna nonostante sia domenica.

Erik tratta il prezzo.

25 dollari neozelandesi per un’intera giornata.


Una cifra talmente bassa che per qualche secondo penso di aver capito male.

Alla fine spenderemo un po’ di più perché servirà anche una seconda barca.

Rimane comunque uno degli affari turistici più convenienti del viaggio.

La laguna di Funafuti

La laguna è enorme rispetto alla sottile striscia di terra su cui si concentra la vita della capitale.

Bastano pochi minuti di barca e il piccolo mondo relativamente urbanizzato attorno alla pista scompare.

20260920-112456.jpg


Davanti rimangono acqua turchese, reef, isolotti e praticamente nessuno.

La giornata diventa così una specie di giro completo dell’atollo.

20260920-143520.jpg


Afelita

Prima tappa Afelita. Un’isola ma anche un resort, aperto su prenotazione.

20260920-114028.jpg


Non avendo prenotato, rimaniamo poco.

Anche perché veniamo cacciati.

Inizio promettente.

Fualifeke

Poi Fualifeke.

20260920-114257.jpg


20260920-115531.jpg


20260920-115846.jpg


Acqua incredibile, sabbia e praticamente nessuno.

20260920-124253.jpg


Paava

A Paava il catering diventa molto locale.

Raccogliamo cocchi freschi e li apriamo direttamente lì.

Difficile fare più chilometro zero di così.

20260920-124314.jpg


Te Afualiku

A Te Afualiku finalmente ci si butta in acqua.

20260920-132636.jpg


Cristallina, calda e praticamente deserta, a parte una colonia di uccelli che a quanto pare nidificano su questa piccolissima isola.

20260920-135954.jpg


Dopo gli otto gradi delle Chatham, il Pacifico finalmente decide di comportarsi secondo le aspettative.

Tepuka

A Tepuka lasciamo la spiaggia e ci inoltriamo nella vegetazione.

20260920-143544.jpg


20260920-143813.jpg


A piedi nudi.

20260920-144850.jpg


Perché evidentemente, a questo punto, le scarpe sono diventate un optional.

Attraversiamo la giungla fino a raggiungere i resti di un vecchio bunker americano, memoria della presenza statunitense nell’arcipelago durante la Seconda guerra mondiale.

20260920-145001.jpg


Uno di quei luoghi in cui la storia compare senza preavviso.

Cinque minuti prima stai mangiando cocco.

Poi ti ritrovi davanti a cemento militare americano in mezzo alla vegetazione.

Funafuti Conservation Area

Attraversiamo anche la Funafuti Conservation Area, istituita per proteggere una parte particolarmente delicata dell’ecosistema dell’atollo.

Comprende reef, laguna e diversi piccoli isolotti praticamente incontaminati, importanti per uccelli marini, pesci, tartarughe e coralli.

La differenza con Fongafale è impressionante.

Niente traffico.

Niente case.

Niente pista.

Solo Pacifico.

E infine arriviamo a Funafala.

20260920-162155.jpg


In totale passiamo circa otto ore in mare.

Diversi isolotti.

Cocco appena raccolto.

Nuotate.

Giungla.

Bunker.

Reef.

Una delle giornate più belle dell’intero viaggio.

Torniamo in città che è quasi sera, e ad accogliere l’avvicinamento della nostra barca è un gruppo di bambini che ci nuota incontro perché ha voglia di fare conversazione.

20260920-173932.jpg


La laguna ha nel frattempo assunto delle tonalità di un blu quasi commovente.

20260920-174805.jpg


Marcel

Una menzione speciale la merita Marcel, uno degli arbitri a cui ho fatto lezione il giorno prima.

Ha 67 anni.

Ed è uno di quei personaggi per i quali indicare una sola professione sarebbe francamente riduttivo.

Marinaio.

Arbitro.

Allenatore di calcio.

E probabilmente altre cose che scoprirei restando qualche giorno in più.

Nei tre giorni a Tuvalu diventa praticamente la mia ombra.

Ha trascorso 29 anni sulle navi battenti bandiera tuvaluana e ha girato mezzo mondo.

Mi racconta di Barbados, Guatemala, della Somalia e dei pirati.

Quando scopre che sono italiano tira fuori anche ricordi di Genova e Livorno.

Poi ci sono i baffi.

20260920-201738.jpg


I baffi di Marcel meritano quasi una citazione separata.

Marcel, grazie ancora per l’accoglienza, per il tempo dedicato a quest’arbitro arrivato dall’altra parte del mondo e per avergli fatto scoprire angoli di Tuvalu che, da semplice turista, difficilmente avrebbe mai visto.

Ultimo giorno: le ultime missioni

Il lunedì pomeriggio ho il volo di ritorno.

La mattina la dedico quindi alle ultime cose rimaste in sospeso.

Prima missione: una moneta di Tuvalu.

Il paese utilizza normalmente il dollaro australiano, ma esistono anche monete proprie tuvaluane.

E naturalmente io ne voglio una per la collezione.

Il problema è che circolano pochissimo, nonostante Tuvalu sia di fatto un paese cash only: il contante domina ancora incontrastato e le carte sono quasi assenti.

La ricerca mi porta fino alla banca nazionale.

20260921-110106.jpg


Mi metto in fila e attendo pazientemente, ma anche lì scopro che la disponibilità non è esattamente abbondante.

20260921-110906.jpg


Ne hanno una.

E finisce finalmente nelle mie mani.

Per recuperare una moneta del paese sono dovuto arrivare alla banca centrale.

Direi che l’impegno non è mancato.

I vicini della banca

Accanto alla banca nazionale c’è un altro edificio che attirerebbe poca attenzione, se non fosse per un’auto della polizia parcheggiata davanti da abbastanza tempo da aver iniziato una propria carriera botanica.

20260921-112640(1).jpg


Chiedo, per pura curiosità, cosa sia questo edificio che condivide l’ingresso con la banca. Scopro che è il carcere nazionale.

Un carcere con una particolarità: è una prigione “aperta”. In questo momento il detenuto è uno solo, condannato per un reato che evito volentieri di riportare. Può uscire, girare in città e ha semplicemente l’obbligo di rientrare entro le 17. A quanto mi raccontano può anche ricevere ospiti e mostrare l’interno ai visitatori. Mi viene offerta la possibilità di dare un’occhiata. Preferisco passare.

La caccia ai souvenir

Missione successiva: souvenir.

Che a Tuvalu sono sorprendentemente difficili da trovare.

Chiediamo in giro.

Niente.

Altro posto.

Niente.

20260921-112835.jpg


Poi qualcuno ci suggerisce:

“Provate alla moschea.”

Naturalmente.

Il posto più ovvio.

20260921-115753.jpg


Arriviamo e ci dicono di bussare alla porta sul retro.

“Porta” è una definizione abbastanza ottimistica.

Dietro la moschea troviamo una struttura con tetto in lamiera, muri molto provati e una temperatura interna notevole.

Bussiamo.

“Arrivo!”

Da una stanza compare un giovane indonesiano.

Scopriamo che è l’Imam della moschea.

I souvenir sono finiti anche lì, ma invece di andarcene finiamo naturalmente a chiacchierare per un po’.

20260921-115555.jpg


Foto di rito.

Posso quindi aggiungere alla lista delle esperienze di viaggio:

cercare di comprare souvenir di Tuvalu nel retro di una moschea da un imam indonesiano.

Non era esattamente nella programmazione iniziale.

Sue’s Kitchen e l’arrivo dell’ATR

È quasi ora di partire.

Ci dirigiamo quindi verso Sue’s Kitchen, che sembra essere il punto di ritrovo ufficioso di praticamente tutti gli stranieri presenti a Tuvalu.

Il locale si trova proprio accanto alla pista e al terminal.

Ed è da lì che aspettiamo l’arrivo dell’ATR proveniente da Nadi.

20260921-130759.jpg


Prima, però, bisogna trasformare nuovamente la piazza principale in un aeroporto.

Passa un trattore a controllare e pulire la pista da eventuali residui lasciati dalle attività quotidiane.

20260921-131248.jpg


Ventiquattro ore prima ci stavo arbitrando una partita.

Adesso deve atterrarci un ATR.

Funafuti, in pratica.

Poi vengono chiusi gli accessi.

20260921-135443.jpg


La procedura è accompagnata da tre sirene.

Una circa quindici minuti prima dell’atterraggio.

Una a cinque minuti.

E l’ultima quando l’aereo sta effettivamente arrivando.

Il messaggio è abbastanza chiaro.

Persone, motorini, bambini e cani:

fuori dalla pista.

Nel giro di pochi minuti i bordi della runway si riempiono.

Famiglie.

Bambini.

Curiosi.

Motorini.

È sempre un ATR 72.

Ma qui viene accolto con un’attenzione che su qualsiasi altro aeroporto della regione non avrebbe mai.

20260921-140030.jpg


L’aereo tocca terra, rallenta e parcheggia davanti al piccolo terminal.

Scendono i passeggeri.

Vengono scaricati i bagagli.

Noi?

Restiamo tranquillamente da Sue’s Kitchen.

Perché presentarsi in aeroporto con troppo anticipo, dopo qualche giorno qui, inizierebbe a sembrare quasi sospetto.

Security, versione Tuvalu

Ci muoviamo verso il terminal circa cinque minuti prima dell’imbarco.

20260921-121422.jpg


Adesso arriva finalmente il controllo di sicurezza.

O almeno una sua interpretazione locale.

Prima un’addetta con una lista passeggeri stampata su carta.

Nome trovato.

Crocetta.

Avanti.

Poi si passa davanti a un metal detector.

Che non funziona.

Quindi entra in funzione il sistema alternativo.

Controllo manuale per tutti.

Nel frattempo altri due addetti aprono i bagagli a mano.

Guardano.

Tastano superficialmente.

“What’s inside?”

“Clothes.”

“Yes?”

“Yes.”

“All good.”

Segue il timbro di uscita sul passaporto.

E circa trenta secondi dopo siamo già nella sala d’imbarco.

Rapido, se non altro.

20260921-141931.jpg


20260921-141938.jpg


Goodbye FUN

È arrivato il momento di lasciare Funafuti.

20260921-143057.jpg


Si sale nuovamente sull’ATR 72-600.

La pista che fino a poco prima era stata usata per passeggiare, giocare, attraversare in motorino e, nel mio caso, persino arbitrare una partita, torna improvvisamente alla sua funzione ufficiale.

Motori.

Allineamento.

Potenza.

E il decollo da Funafuti, con quella sottilissima striscia di terra sotto di noi e il Pacifico che occupa praticamente tutto il resto del finestrino, è ancora una volta spettacolare.

20260921-145338.jpg


In pochi minuti Tuvalu torna a essere quello che era quando ero arrivato:

un minuscolo punto nel mezzo di un oceano enorme.

Solo che adesso non è più soltanto un punto sulla mappa.

Ha facce.

Marcel e i suoi baffi.

Gli arbitri.

L’Imam indonesiano.

Sue’s Kitchen.

Il pescatore della domenica.

La pista che, a seconda dell’ora, può essere aeroporto, piazza, strada o campo da calcio.

E una giornata intera passata tra isolotti, laguna, reef e mare aperto.

Destinazione Nadi.

20260921-171311.jpg


E poi, di nuovo, Nuova Zelanda.

TBC…
 
Semplicemente FUNAFUTI! La "conobbi" anni ed anni addietro, durante un pomeriggio "di lavoro" su Google Heart, non maps eh, Heart! E da lì me ne innamorai, poiché inizia a fare ricerche su ricerche e documentari su documentari... Sta annegando nel pacifico, lentamente ed inesorabilmente... Inoltre, ricordo che gli abitanti sono in gran parte obesi, che arriva una nave ogni due settimane per rifornimenti di vettovaglie e quant'altro... E cercai, ovviamente, un volo... Non vorrei dire corbellerie, ma al tempo, durata viaggio era di circa 28/30 ore, comprensivo di soste e se ben ricordo, i voli erano via USA, poi nuova Zelanda e quindi FUNAFUTI!!! Che bella sorpresa! E poi, che bello sapere che c'è un altro arbitro qui nel gruppo! Un saluto e grazie per il racconto, davvero bello bello bello!

Enviado desde mi WP36 mediante Tapatalk
 
Che viaggio. Che TR. Che esperienza.

Hai raccontato molto più di semplici voli.

A volte, un aereo non collega semplicemente luoghi: collega persone.

Tra champagne e piste corte, il viaggio diventa scoperta.

Grazie per averci ricordato perché voliamo.

Perché non è solo aviazione. È connessione. È umanità.

Tutto il resto è solo distanza. ✈️🌍✨
 
Bellissimo TR, non conoscevo le Chatham Islands, molto interessanti.

90K avios + 300euro per quella tratta e' un'ottimo prezzo.

Gli avios sono spesi molto meglio con QR che con BA non solo per il servizio ma anche per il costo.
 


Chi Siamo

  • AviazioneCivile.it è il portale online dell’Associazione Italiana Aviazione Civile (AIAC), da oltre vent’anni un punto di riferimento nel panorama associativo di settore. La community nasce nel 2005 da un gruppo di appassionati, crescendo fino a diventare uno dei più seguiti forum in lingua italiana sul mondo dell’aviazione civile. Il forum annovera tra i propri iscritti professionisti del settore come piloti e assistenti di volo, manager del trasporto aereo e impiegati in compagnie aeree, aeroporti ed enti pubblici oltre che una forte base di viaggiatori e semplici appassionati.

Statistiche forum

Discussioni
80,906
Messaggi
1,762,993
Utenti registrati
11,351
Ultimo utente registrato
testabd

User Menu