OT Chatham Islands: vediamo finalmente che posto è
La sera precedente mi ero fermato qui:
“Domani finalmente vediamo che posto è.”
E quindi vediamolo.
Con la luce del giorno, le Chatham iniziano finalmente a mostrare il loro carattere.
La prima impressione è soprattutto quella dello spazio. Tanto spazio, pochissima gente, cielo enorme, pascoli, spiagge e lagune che sembrano non finire mai.
Waitangi, che è il principale centro dell’isola, è in realtà poco più di un piccolo insediamento affacciato sulla baia.
Il termine “principale” qui va preso con una certa elasticità.
Ci sono l’Hotel Chatham, il porto, qualche casa, pochi edifici e parecchio spazio.
Molto spazio.
Il tempo cambia in continuazione. Nuvole basse, vento, improvvisamente sole, poi di nuovo grigio. In pochi minuti il paesaggio passa da Scozia a Pacifico del Sud senza chiedere permesso.
E qui si capisce subito una cosa: alle Chatham il mare non è uno sfondo.
È una strada.
Per secoli tutto è arrivato e partito da lì, persone comprese.
Primo giorno: capire l’isola
La mattina la passo soprattutto nei dintorni di Waitangi.
Il centro principale dell’isola è talmente piccolo che nel giro di poco inizi già a riconoscere facce.
Non perché tu abbia improvvisamente sviluppato una memoria fotografica.
Perché semplicemente le facce sono poche.
Una delle prime tappe è il piccolo
Chatham Islands Museum.
È uno di quei musei locali che, pur senza dimensioni monumentali, spiegano molto meglio di una brochure dove sei finito.
Moriori, Māori, primi europei, baleniere, pesca, allevamento, naufragi, collegamenti con la mainland.
E naturalmente, per noi malati di AviazioneCivile, c’è anche parecchio da guardare sul fronte aeronautico.
Vecchie fotografie, primi collegamenti aerei, freight, crayfish spediti verso la Nuova Zelanda e una successione di aeroplani che altrove sarebbero probabilmente finiti in museo molto prima.
Alle Chatham, invece, continuavano a lavorare.
Convair compresi.
In pratica sto guardando proprio il motivo per cui, più di dieci anni fa, avevo iniziato a interessarmi a queste isole.
Il museo spiega anche un’altra cosa che rende la loro posizione ancora più particolare.
Le Chatham si trovano sul margine orientale di
Zealandia, l’enorme massa continentale quasi completamente sommersa sotto il Pacifico e solo di recente descritta come l’
ottavo continente, separato dall’Australia dal piccolo, piccolissimo Cato Through.
Quello che vediamo della Nuova Zelanda, in sostanza, è solo una piccola parte emersa di qualcosa di enormemente più grande.
E queste isole sono un altro minuscolo pezzo che riesce a restare sopra il livello del mare.
La storia umana locale, invece, sembra spesso seguire uno schema più semplice:
Qualcuno arrivò per mare.
Qualcuno non riuscì a ripartire.
Qualcun altro naufragò.
Alla fine ci costruirono una famiglia.
Non è nemmeno una battuta.
Alfie
Una di queste storie arriva direttamente al tavolo della colazione.
All’Hotel Chatham conosco
Alfie, pescatore locale.
Alfie non entra propriamente nella mia vita attraverso un’escursione prenotata o una visita organizzata.
Viene a colazione.
Si siede, iniziamo a parlare e dopo pochi minuti mi lascia anche il suo
volantino elettorale: è candidato al Chatham Islands Council.
Il testo è magnificamente diretto.
Alla voce
Employment il curriculum parte con tre stagioni al meat works, passa per 25 anni da pescatore commerciale, manutenzione stradale, camion del carburante, scuolabus e finisce con “swimming pool caretaker before pool was covered”.
A quel punto capisco che qui chiedere a qualcuno “che lavoro fai?” rischia seriamente di produrre una risposta di venti minuti.
Poi arriva la parte politica, anche quella molto Chatham:
“I will be true and honest with respect for my fellow councillors, government officials, all iwi and other ethnic groups…”
E alla fine chiude con il proverbio Māori:
“He aha te mea nui o te ao? He tangata, he tangata, he tangata.”
La cosa più importante al mondo sono le persone.
Dopo qualche giorno qui, difficile trovare uno slogan elettorale più adatto.
Parlando della sua famiglia salta fuori anche la Finlandia.
Alfie è di origine mista Māori e finlandese, un mix diciamo decisamente particolare.
Il suo antenato era
Gabriel Johanson, di Vaasa, arrivato alle Chatham nell’Ottocento dopo un naufragio.
Mi racconta con evidente orgoglio delle origini finlandesi della famiglia, di come quella storia sia rimasta viva nelle generazioni successive e di quanto, in un posto così piccolo, genealogia e storia dell’isola finiscano spesso per essere la stessa cosa.
La cosa mi incuriosisce parecchio.
Il giorno dopo Alfie torna a colazione.
Con un libro sotto braccio.
From the Midnight Sun to the Long White Cloud.
È un libro sulla storia dell’emigrazione finlandese in Nuova Zelanda, ma con Alfie accanto smette rapidamente di essere soltanto un libro di storia.
Lo sfoglia, mi indica nomi, famiglie, collegamenti con le Chatham.
Poi arriva a
pagina 153.
E lì, orgogliosissimo, mi mostra la fotografia dei suoi genitori.
A quel punto il libro diventa praticamente un album di famiglia.
Ed è forse questa una delle cose che mi colpiscono di più delle Chatham: la storia qui non è qualcosa che leggi soltanto al museo.
Ti si siede davanti a colazione.
Ti racconta da dove viene.
E il giorno dopo torna con un libro per fartelo vedere meglio.
Molto Chatham.
Hotel Chatham, centro sociale non dichiarato dell’isola
Nel frattempo l’Hotel Chatham diventa rapidamente il mio quartier generale.
Più che un albergo sembra il salotto comune dell’isola.
Entrano persone, escono persone, qualcuno viene a bere, qualcuno a cena, qualcuno semplicemente a parlare.
Io, naturalmente, sono sempre più identificabile come:
quello nuovo.
In cucina incontro anche
Mark.
Mark è pilota del piccolo Cessna di Air Chathams, 5 sedili più lui.
Ed è il figlio della proprietaria dell’hotel.
Il piccolo Cessna utilizzato per i voli verso Pitt Island è però in manutenzione ad Auckland, quindi in questo momento Mark non ha molto da pilotare.
Risultato?
Aiuta in cucina.
Pilota quando c’è l’aereo.
Ristorante quando non c’è.
Non vedo falle nel sistema.
Pitt Island: piano A cancellato prima ancora del viaggio
Su Pitt Island bisogna chiarire una cosa.
Io sapevo
già prima di arrivare che non avrei potuto raggiungerla nel modo in cui volevo.
Il Cessna era ad Auckland per manutenzione e mi era stato detto in anticipo.
Quindi niente dramma da “arrivo qui e scopro che il volo è cancellato”.
Il piano A era morto ancora prima di partire.
Peccato, perché Pitt mi interessa moltissimo: poche decine di abitanti, ancora più remota di Chatham Island, colonie di uccelli marini e quel piccolo volo in Cessna che, per un avgeek, vale probabilmente da solo metà del viaggio.
Decido quindi che, se deve essere, sarà per un’altra volta.
Poi però arriva un gruppo di pensionati in
seafood tour.
Diciamo che, in un’isola dove l’età media non è esattamente quella di una vacanza a Ibiza, il loro arrivo riesce comunque a far sembrare la sala colazioni ancora più senior del solito.
Nel giro di poco finisco per fare praticamente tutte le colazioni con loro.
E naturalmente diventano subito complici di uno dei miei piani peggiori.
“Perché non proviamo ad andare a Pitt via mare?”
Interessante.
Partono telefonate, domande, contatti.
Per qualche ora sembra davvero possibile.
Esiste anche l’opzione di charterizzare qualche pescatore locale, ma il preventivo porta rapidamente il progetto dalla categoria “avventura” alla categoria “acquisto di infrastruttura”.
Troppo.
Resta quindi una possibilità più organizzata via mare.
Aspettiamo le condizioni.
Aspettiamo ancora.
E alla fine arriva il vero ministro dei trasporti delle Chatham:
il Pacifico.
Mare non adatto.
Niente partenza.
Pitt Island, per questa volta, resta lì.
La prossima volta ci riproviamo.
Ma preferibilmente nel modo corretto.
In Cessna.
I McCallum, atto secondo
Nel frattempo continuo a vedere i misteriosi
McCallum Brothers conosciuti già sul volo da Auckland.
Che, come abbiamo scoperto, non sono due brothers ma padre e figlio.
Il figlio vive a Lugano e quindi, dopo essere arrivato a 44 gradi sud nel Pacifico, riesco persino a farmi salutare in italiano.
Da quel momento diventano praticamente una presenza fissa.
Ogni sera finiamo insieme all’Hotel Chatham.
Cena.
Una bottiglia di vino.
Un’altra bottiglia di vino.
Discussioni sull’isola, sulle navi, sull’oyster farming.
Eventualmente altro vino.
Il bello è che, parlando con loro, capisco gradualmente che il “McCallum Brothers” dell’email di Trudy non indicava esattamente due tizi qualsiasi con un pickup.
McCallum Bros è una storica società marittima neozelandese e oggi è coinvolta anche nell’acquacoltura. Attraverso la joint venture 44 South Shipping, insieme a Nova Marine Carriers, è stata scelta per sviluppare il nuovo servizio marittimo di lungo periodo per Chatham e Pitt Islands. Nel frattempo la loro landing craft MV William Fraser, lunga 68 metri, viene utilizzata e adattata per il trasporto di general cargo, mezzi, carburante e, una volta completate le necessarie autorizzazioni, anche livestock.
Callum è talmente uomo di mare che uno dei figli si chiama
Nelson.
A quel punto evito prudentemente di chiedere il nome degli altri, nel timore di trovare un Cook o un Horatio.
Il giorno della nave
La mattina prevista per l’arrivo della nave scendo a colazione.
La sala è più piena del solito.
Molto più piena.
Soprattutto di gente del posto.
E tutti parlano della stessa cosa.
La nave.
“A che ora arriva?”
“Verso le 8:15.”
“Da dove si vede meglio?”
“Dal porto?”
“Dalla collina?”
“Qualcuno l’ha già vista?”
Per qualche minuto sembra che stia arrivando la Queen Mary 2 con Taylor Swift a bordo.
In realtà è la nave del nuovo servizio McCallum.
Ed è proprio qui che l’isolamento smette di essere una bella parola da brochure e diventa qualcosa di estremamente concreto.
Per me è una nave.
Per loro è carburante.
È macchinari.
È materiali.
È animali.
È pezzi di ricambio.
È continuità.
È una strada.
Solo che galleggia.
La nave entra finalmente nella baia e nel giro di poco sembra che tutto il villaggio sappia già che è arrivata. I McCallum sono ufficialmente i nuovi eroi dell’isola.
La sera, all’Hotel Chatham, compare anche una lavagna.
“Today we welcome the McCallum Bros’ first ship to our island.”
Il piccolo mistero del gate di Auckland è diventato nel giro di pochi giorni un pezzo piuttosto importante della vita dell’isola.
Io, nel frattempo, continuo principalmente a berci vino insieme.
È comunque coinvolgimento con la comunità.
Il soggiorno continua tra Waitangi, porto, incontri e visite nei dintorni.
Più tempo passo qui, più mi rendo conto che il fascino delle Chatham non è tanto nella lista delle cose da vedere.
È nel modo in cui funziona tutto.
La hostess dell’aereo conosce praticamente tutti i passeggeri.
Un pescatore viene a colazione e il giorno mi racconta la storia del tuo trisavolo Finlandese naufrago, da cui è nato tutto.
Un pilota, finché il suo Cessna è in manutenzione, dà una mano nella cucina dell’hotel della madre.
L’armatore con cui hai volato finisce a bere con te tutte le sere.
Il personale dell’hotel sa già chi parte e chi resta.
Monty è il poliziotto. Uno.
E nel giro di pochi giorni inizi a riconoscere quasi tutti.
Terzo giorno: roadtrip
Il terzo giorno decido finalmente di esplorare l’isola più seriamente.
Serve un mezzo.
Noleggio questo.
Un pickup che sembra aver già avuto una vita interessante prima di conoscermi.
Costo:
250 dollari neozelandesi al giorno.
Circa 125 euro al giorno.
Al prezzo di una berlina premium europea ricevo qualcosa che sembra essere sopravvissuto a più governi neozelandesi e probabilmente anche a qualche ciclone.
Sul cruscotto compare poi questo rassicurante messaggio.
NO 4WD
Perfetto.
Considerando dove sto per portarlo, dettaglio molto confortante.
La parte burocratica è altrettanto rilassata.
Chiedo a Bonnie: “Vuoi vedere la patente?”
No, vai tranquillo.
Non sembra una questione sulla quale perdere troppo tempo.
Cinture?
Più un orientamento filosofico che una vera ossessione normativa. Sempre Bonnie: “sulle Chatham non esistono cinture, ma tienile buckled up dietro la schiena sennò comincia a suonare”.
Inizio a capire perché Monty, il poliziotto, riesca a gestire l’isola senza un battaglione di rinforzi.
Henga Scenic Reserve
Prima tappa seria:
Henga Scenic Reserve.
Il sentiero parte attraversando pascoli e terreni agricoli.
Poi cambia tutto.
Bosco fitto.
Alberi bassi.
Rami contorti.
Vegetazione modellata dal vento.
Qui il vento non è un fenomeno meteorologico.
È un architetto.
Poi vedo un tratto di terreno apparentemente innocuo.
Che sarà mai un po’ di fango, penso fra me e me. Tanto ho gli scarponi da montagna.
Non è fango.
È
merda di mucca.
Molta.
A un certo punto sto letteralmente sprofondando, che modo inglorioso di lasciare questo mondo, nelle “merde mobili”.
Per qualche secondo considero seriamente di lasciare lì una scarpa come monumento ai caduti e continuare senza.
Non so esattamente come ne esco.
Ma ne esco.
Con dignità fortemente ridimensionata.
Poi compare il Pacifico
Il bosco improvvisamente si apre.
E davanti appare una costa completamente diversa da quella che immaginavo.
Spiagge enormi.
Dune.
Acqua sorprendentemente turchese.
E praticamente nessuno.
Solo sabbia, oceano e vento.
Dopo giorni di otto gradi, nuvole e alberi deformati dalle raffiche, il colore dell’acqua è quasi offensivo.
Sembra tropicale.
Poi arriva una folata e ti ricorda immediatamente che non sei alle Maldive.
Ocean Mail
Proseguo verso la
Ocean Mail Scenic Reserve.
E ancora una volta cambia completamente il paesaggio.
Ed è spettacolare.
Siamo nel punto esatto in cui era naufragato Gabriel Johansen nel 1885, comincio a capire perché sia voluto restare …
Verrebbe quasi voglia di farsi il bagno, non fosse per due dettagli da poco.
Il vento.
E soprattutto lui.
L’unico simpatico animaletto che la Nuova Zelanda ha deciso di non lasciare in monopolio alla vicina Australia.
Continuo lungo alla strada per arrivare alla vicina Wetland Walk.
Vegetazione bassa.
Acqua.
Passerelle.
In pochissimi chilometri si passa dai pascoli al bosco, dalle spiagge alle zone umide.
Le persone continuano a essere poche.
Le pecore, invece, sembrano aver risolto da tempo il problema demografico.
Comincio a sospettare che il dato ufficiale della popolazione abbia dimenticato la maggioranza degli abitanti.
Le strade
Anche guidare qui fa parte dell’esperienza.
Strade sterrate.
Lagune a pochi metri.
Pascoli.
Qualche pickup.
E bestiame ovunque.
Il traffico dell’ora di punta, fortunatamente, rimane gestibile.
Ultima sera: finalmente seafood
Arriva l’ultima sera.
E c’è ancora una questione importante da sistemare.
Il seafood.
Comincio con una dozzina di ostriche locali.
Poi arriva lui.
Il
Chatham Islands crayfish.
Dopo giorni passati a parlare di pesca, oyster farming, cargo, Air Chathams e collegamenti marittimi, direi che il finale era praticamente obbligatorio.
Il cerchio si chiude nel piatto.
La porzione “small”, tra l’altro, dimostra che alle Chatham anche il concetto di piccolo è soggetto a interpretazione locale.
Aggiungo un bicchiere di vino.
A quel punto sarebbe quasi offensivo non farlo.
Ultimo giorno: ritorno a Tuuta
Poi arriva il momento di ripartire.
Torno all’
Inia William Tuuta Memorial Airport.
Di giorno riesco finalmente a osservarlo bene.
Piccolo, pulito, essenziale.
Dentro trovo parecchi riferimenti alla storia dell’aviazione delle isole.
Primi voli.
Freight.
Crayfish.
Convair.
ATR.
In pratica tutto ciò che, undici anni prima, mi aveva fatto scoprire l’esistenza di Air Chathams e poi delle isole stesse.
Al check-in trovo una faccia conosciuta.
Molly.
La stessa hostess del volo di andata.
Solo che questa volta è al banco.
Naturalmente.
Io tiro istintivamente fuori il passaporto.
Molly mi guarda quasi come se avessi presentato il certificato di battesimo.
“I don’t need it. Nice to see you again, Daniel”.
Lei conosce tutti.
L’unico nome vagamente esotico sulla lista sono io.
La valigia finisce poi su una splendida bilancia Avery.
Analogica.
Lancetta.
Fine.
Niente touchscreen.
E, inspiegabilmente per gli standard del 2026, funziona benissimo.
Ultimi minuti alle Chatham
La sala d’attesa è piccola.
Ma ha vista apron.
Per cui, secondo gli standard di AviazioneCivile, è già classificabile come lounge premium.
Fuori trovo anche questo capolavoro.
PEOPLE ON RUNWAY: NO
Sintetico.
Efficace.
Difficile presentare ricorso.
E sull’apron c’è di nuovo Air Chathams.
Questa volta però niente Auckland.
Si torna sulla mainland via
Wellington.
Guardo fuori un’ultima volta. E l’ultimo saluto alle Chatham è lei, la bellissima pista di CHT.
In pochi giorni le Chatham sono passate dall’essere un puntino remoto sulla mappa a una raccolta di persone e storie.
Alfie, nipote di naufraghi, che arriva a colazione e torna con un libro sui finlandesi.
Mark, pilota temporaneamente riciclato in cucina.
I pensionati del seafood tour che per qualche ora riescono a farmi credere che Pitt Island sia ancora raggiungibile.
Pitt stessa, che dovrà aspettare un futuro viaggio in Cessna.
I McCallum, con cui ormai finisco a bere praticamente ogni sera, e la loro nave che mobilita mezzo villaggio. Ci rivedremo in Franciacorta, Callum e Nelson – è una promessa.
Monty, che spero continui ad avere molto poco lavoro.
Zealandia sotto i piedi.
Il pickup.
Le spiagge vuote.
E soprattutto la quantità industriale di merda di mucca nella quale ho rischiato di lasciare una scarpa (e anche qualcosa di più).
Direi che ne è valsa la pena.
Adesso però si torna a volare.
TBC…