[TR] Ai confini dell’aviazione commerciale: da Bukhara a Tashkent con Silkavia


Planner

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28 Settembre 2008
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Non mi era mai capitato prima, e credo difficilmente mi capiterà di nuovo, di essere l’unico passeggero, ma non di un volo: dell’aeroporto.

Bukhara, una mattina di agosto. Caldo, molto, ma secco, un po’ventilato, sopportabile, meglio del clima tropicale caldo-umido lasciato qualche giorno prima in Italia.

Vengo da Samarcanda (in treno) e, dopo aver visitato Bukhara, proseguo per Tashkent. Il volo UH 802 parte alle 12:00 e sono le 9:00. Sono arrivato presto in aeroporto perché non sapevo se avrei trovato affollamento (ingenuo), se avrei incontrato traffico fra l’albergo e l’aeroporto e perché l’app di Silkavia, la divisione regional di Uzbekistan Airways, non ha funzionato quando ho provato a scaricare la carta di imbarco.

È anche vero che le autorità uzbeke non amano le carte di imbarco digitali e quindi la funzione di download potrebbe essere stata disattivata. Rispetto a quando altri forumisti avevano notato l’impossibilità di fare check-in online in Uzbekistan, qualcosa effettivamente è cambiato: il check-in si può fare, ma non si possono ottenere le carte di imbarco digitali; nemmeno Turkish con la sua app lo permette, come constaterò in partenza da Tashkent.

All’esterno del terminal, se vogliamo chiamarlo così, operai dipingono di rosso il piazzale, senza però lasciare varchi di passaggio. Mi fanno cenno di passare in un punto dove la vernice di sarebbe già asciugata. Procedo con cautela.

Appena dentro, un addetto alla sicurezza si smuove dal suo torpore, passo i bagagli allo scanner ed entro. Non c’è nessuno.

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[NdR: in un TR del 2018 di Scarab, allora col nick del cap, e Dancrane (https://www.aviazionecivile.it/threads/tr-transoxiana.140691/post-1850243) sono ritratti alcuni particolari dell’interno dell’aeroporto di Bukhara che io, però, non ho ritrovato: possibile che ci fosse una parte dell’aeroporto chiusa come le nonne e le zie tenevano chiuso il salotto buono?].

Aspetto, non posso fare altro.

Qualcuno passa: prima altri operai, poi qualche addetto alle operazioni di terra, uno dei quali comincia a piazzare ulteriori e ottimistiche corsie per il check-in.

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Pochi voli oggi, ma sospetto sia sempre così.

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Tutti i tabelloni sono ricoperti di plastica. C’è una bilancia, ovviamente analogica, presumo per pesare i bagagli. Una ragazza, quella che più tardi mi consegnerà la carta di imbarco, pesa se stessa.

[NdR 2: ho ripescato un post del 2015 secondo cui Uzbekistan Airways avrebbe (riporto testualmente) “deciso di far scattare il controllo del peso prima dell'imbarco anche per i passeggeri, oltre che per i bagagli a mano, per determinare con esattezza il piano di volo. Lo riporta la CNN spiegando che in una recente dichiarazione, la compagnia di bandiera del paese ha annunciato che peserà passeggeri e il loro bagaglio a mano prima di un volo. L'Uzbekistan Airlines ha annunciato che i passeggeri saranno pesati su bilance nelle zone di partenza degli scali e sarà assicurata la massima privacy.https://www.aviazionecivile.it/threads/curiosita-uzbekistan-airways.136275/post-1702121]

Dopo un po’ arriva una famigliola; sembrano indiani, padre, madre e figlio piccolo, e sono tentato di salutarli. Poco per volta, arrivano altri passeggeri, in prevalenza cinesi, che sembrano avere un’aria smarrita o perlomeno perplessa.

Un’ora prima dell’imbarco conto 10 passeggeri in attesa, me compreso, e siccome questo è l’unico volo della mattinata, ne deduco che siamo 10 in tutto l’aeroporto.

Il check-in apre, non ci metto molto e mi indicano di salire al piano superiore dove c’è l’area di imbarco. Prima si passa da un banco dove controllano il passaporto, poi agli scanner.

I contenitori degli oggetti sono cassette per la frutta.

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Scusate la pochezza dello zoom digitale, ma avevo timore ad avvicinarmi, dato che, in genere, fare foto ai varchi di controllo è vietato.

Vado in bagno (pulito, devo dire, ma senza passeggeri non deve essere difficile) e replico involontariamente la scena di Peter Sellers con la carta igienica in Hollywood Party.

Nei pochi metri quadri dell’area di imbarco si trovano un duty free shop (chiuso)

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e un bar (l’unico, aperto).

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Sfrutto le finestre che danno sull’apron (i cui vetri hanno visto tempi migliori) per fare qualche foto al nulla.

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11, 12, 13, 16, 32, 58 (li contavo): arrivano i passeggeri locali, con calma. Alla fine si riempiranno pressoché tutti i 70 posti dell’ATR 72-600, nel frattempo arrivato da Tashkent e immortalato con la scarsissima qualità fotografica che contraddistingue questo TR, complici anche i vetri lerci (ma soprattutto per il fatto che avevo solo il telefono per fare foto e non prevedevo di fare un TR).

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Ci imbarchiamo. Autobus ululà, ATR ululì.

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(Chiarisco nel caso ve ne fosse bisogno: ululà è il punto di partenza).

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Arrivo al mio posto (9D, finestrino) e lo trovo occupato da una signora, sicuramente uzbeka. Mi siedo al posto a fianco, lato corridoio, che poi era il suo. Mostrandomi la cintura di sicurezza, mi chiede di aiutarla a stringerla.

Distribuiscono caramelle: forti e unisoni rumori di scartocciamento.

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Già in rullaggio, la signora uzbeka riceve una telefonata, alla quale risponde. Perplesso, mi giro e vedo che sono in molti ad essere occupati in conversazioni o a inviare messaggi, anche dopo il decollo. La signora uzbeka non mette in modalità aereo.

La salita è parecchio turbolenta; la signora uzbeka si mette le mani in faccia, non so se sta pregando o se è terrorizzata, o entrambe le cose. Sicuramente è terrorizzata, perché ad ogni sobbalzo si gira verso di me cercando conforto. Io provo a tranquillizzarla con lo sguardo, ma probabilmente mi prende per scemo.

In crociera il volo procede tranquillo e anche la signora uzbeka lo diventa, per ora.

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Il comandante si manifesta con un annuncio trilingue, uzbeko, russo e inglese. Io mi distraggo un po’ leggendo la rivista di bordo (di Uzbekistan Airways) e trovo interessante la lista dei divieti, particolarmente il primo: It is forbidden to enter the cockpit and interfere with the flight crew.

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Comincia la discesa verso Tashkent e ricominciamo le turbolenze. La signora uzbeka si rianima e afferra saldamente lo schienale davanti a lei, provando invano a stabilizzare il volo.

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Beve più volte dalla bottiglia di acqua Montella, generosamente offerta da Silkavia, avendo probabilmente la salivazione leggerissimamente azzerata.

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All’atterraggio la signora uzbeka rilascia tutta la tensione mollandomi un cazzotto sulla gamba e finalmente si rilassa. Sollevando l’indice, mi fa capire che è la prima volta che vola: bene signora, sono contento che sia finita.

Benarrivati a Tashkent, capitale della gloriosa nazione dell’Uzbekistan.
 
Distribuiscono caramelle: forti e unisoni rumori di scartocciamento.

POESIA.

Bellissimo il TR, ma non puoi lasciarci cosi', senza sapere di piu'.

Come sei arrivato? cos'hai fatto a Bukhara? Come sei aritornato da Tashkent? La nostra guida (la Loredana Berte' uzbeca) pensa ancora a Dancrane? Lo cercano ancora per il terribile furto della bandiera del BUXORO PFC?
 
Grazie, grazie a tutti.

Prometto a breve un seguito con le foto e alcune considerazioni sui posti visitati.

Per quanto riguarda la signora uzbeka, al netto delle difficoltà di comunicazione, credo di aver capito che sarebbe dovuta rientrare a Bukhara, ma non mi sembrava contenta.
 
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Oh, finalmente un altro neo-trip-reportista che perde la timidezza e ci regala una chicca! Divertente e pure le foto non sono male, per dire, meglio di quelle che fa Dancrane con una reflex. Mi associo alle richieste di OT, sono soprattutto curioso, se ne avessi, di foto e dettagli sulla tratta in treno.

DaV
 
Molto bello!
Come detto anche dagli altri, non vediamo l'ora di un po' di OT :D


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Quindi niente concerti rock a bordo?!?! Peccato... :ROFLMAO: 🤘
 
Diceva Kant che la bellezza è qualcosa che sentiamo, ma che non riusciamo a definire. In un viaggio, oltre la ricerca della bellezza, c’è l’interesse, la capacità di un posto di creare suggestioni e conoscenza. Infine, quello che io chiamo il particolare, ciò che è differente da tutto quello che abitualmente ci circonda e vediamo.

C’è, per me, un solo modo per andare in cerca di bellezza, di elementi di interesse e particolari: camminare. Credo che camminare (parlo di 20 e fino a 30 chilometri al giorno) sia indispensabile per non ridurre un viaggio ad una successione slegata di immagini, per provare ad avere una visione quanto più ampia possibile di un posto, benché – ne resto convinto – per quanto cerchiamo di essere viaggiatori consapevoli, in pochi giorni o anche poche settimane, non riusciremo mai a non essere turisti.

Non ci credo alla distinzione fra turisti e viaggiatori, la trovo forzata e schematica, basata su un’illusione: quella di riuscire a conoscere davvero un posto. Per conoscerlo bisogna viverci, anni, probabilmente. Il resto è e rimane turismo.

Ha scritto Paul Bowles: “Non si considerava un turista bensì un viaggiatore, e spiegava che si tratta in parte di una differenza temporale. Dopo poche settimane, o pochi mesi, il turista si affretta a tornare a casa; il viaggiatore, che non appartiene ad alcun luogo in particolare, si sposta lentamente da un punto all’altro della terra, per anni.” (Il tè nel deserto).

Anni, questo servirebbe. Ma non li abbiamo, non più: il mondo di oggi, semplicemente, ci impedisce di essere viaggiatori e ci lascia la sola possibilità di essere turisti.

Naturalmente, c’è modo e modo di fare turismo, ci sono tante combinazioni possibili e possibili scelte negli stili di viaggio, stili che possono essere l’uno l’opposto dell’altro. Il mio è così: occhi, gambe, curiosità e voglia di scoprire.

Sono questi i criteri che mi spingono a decidere una destinazione di viaggio, e l’Uzbekistan prometteva di rispettarli tutti.

(Continua)
 
Il viaggio prevedeva la connessione a Istanbul. Turkish vola su diverse città dell’Uzbekistan e il collegamento con Samarcanda risultava particolarmente comodo nella prospettiva di ottimizzare i tempi, con partenza all’1:10am e arrivo alle 7:30.

Decido di prendere un volo mattutino dall’Italia, in modo da avere la possibilità di fare un giro per Istanbul (dove ero già stato in precedenza) praticamente a costo zero, ovvero al solo costo della metropolitana, o giù di lì.

Istanbul è splendida, come sempre, ma affollata, affollatissima di turisti.

La sera torno in aeroporto, faccio una doccia (piuttosto costosa, 20 euro, ma tutti i prezzi in aeroporto sembrano folli: una bottiglia di birra da supermercato da 33 cl, 17 euro!) e mi metto a fare vasche avanti e indietro.

IST è diventato oramai il primo aeroporto europeo per numero di passeggeri. Nel 2025, Heathrow lo ha sopravanzato di nemmeno 6.000 passeggeri (praticamente, appena 16 al giorno), ma quest’anno sembra che il primato, già parzialmente certificato per i primi 7 mesi dell’anno, possa confermarsi.

Il punto è che l’ho trovato un aeroporto – se così posso dire – noioso: i negozi si ripetono uguali ogni poche decine di metri e la struttura, per come è fatta, non consente granché di vedere gli aerei, se non in certi punti.

L’imbarco sull’A321 è puntuale, chiamando prima i passeggeri seduti nella metà posteriore. La prima cosa che noto è la temperatura interna: chiederò una coperta, altrimenti sarà difficile dormire.

Il primo tentativo lo faccio mentre distribuiscono un kit con mascherina e calzini-pantofola; la risposta da parte di un assistente di volo è incoraggiante: “Gliela porto in un minuto”. Vedo che alcune coperte vengono effettivamente consegnate a chi ne aveva fatto richiesta, fra cui una signora al 21D (io ero al 20C), quindi sono fiducioso.

Dopo un po’, però, la mia fiducia nella coperta comincia a calare, simultaneamente alla temperatura. Chiedo ad una seconda assistente di volo (il primo a cui avevo chiesto non era più tornato da me) e questa volta la risposta è meno incoraggiante: “Vedo se ne sono rimaste”, ma anche lei non mi dà alcun riscontro.

Mi giro più volte verso la signora al 21D e vedo ogni volta che la sua coperta è buttata con noncuranza sulle ginocchia: penso seriamente di sottrargliela.

Ci provo con una terza assistente di volo che mette fine alle mie speranze: “Mi dispiace, le abbiamo finite”. Sconforto, che diventa quasi disperazione quando vedo il mio vicino di posto infilare le braccia dentro la polo, sì da somigliare ad un manichino amputato.

Forse avrei dovuto portare una felpa, ma perché mai – cerco di autoassolvermi – se le temperature sono attese oscillare fra i 28 e i 38 gradi?

Perché insisto tanto su questa storia della coperta? Perché ha avuto delle conseguenze 1) sulla mia nottata, 2) sul mio giudizio sul servizio di Turkish, 3) sulla mia efficienza fisica, almeno nel primo giorno di visita.

Dopo un’ora circa dal decollo (oramai le 2:30, ora di Istanbul) distribuiscono la cena. L’alternativa – sento a distanza – è fra pollo e pasta. Magari era buonissima, ma l’idea della pasta cotta chissà quando e conservata sotto fogli di alluminio mi fa tornare in mente la mensa dell’università: quindi, pollo sia.

Il problema è che il pollo finisce dopo poche file di economy e quando l’assistente di volo (per la cronaca: la seconda a cui avevo chiesto la coperta) arriva da me, non dice nulla e mi mette il vassoio con la pasta sul tavolinetto.

Perché, accidenti a me, non ho comprato l’upgrade in business (380 euro per la sola tratta Istanbul–Samarcanda, sempre per la cronaca)? Preso dallo sconforto, quasi disperazione, protesto, legando in un unico, confuso discorso coperte, pollo e pasta. Il risultato è che l’assistente di volo si vede costretta a chiedere ad un collega (per la cronaca: il primo della coperta). E il pollo arriva.

Non posso fare a meno di domandarmi se Turkish non abbia avuto qualche problema di pianificazione, almeno per quanto riguarda pollo e coperte, e particolarmente queste ultime, trattandosi di un volo notturno con l’aria condizionata sparata a mille. Non avrebbero dovuto tenerne conto?

Aggiungo che le luci in cabina sono rimaste accese fino quasi all’inizio della discesa verso l’aeroporto di Samarcanda, con il doppio risultato che 1) non ho dormito nemmeno un minuto, 2) ho maturato dubbi sulla qualità del servizio di Turkish (anche se, devo dire, nel successivo volo da Tashkent a Istanbul non ho avuto alcun motivo di lamentarmi, ma se non altro si potrebbe notare una certa inconsistenza nei livelli di qualità e nell’attitudine del personale di cabina fra volo e volo).

All’arrivo a Samarcanda ci è voluto un po’ per il controllo passaporti, ma non avevo fretta. La macchina che avevo prenotato mi aspettava puntuale per portarmi in albergo. Avevo prenotato un transfer da/per ogni aeroporto o stazione; questo mi ha permesso di evitare di affrontare i tenaci tassisti uzbeki e di dover distinguere fra abusivi e autorizzati; e, da quello che so, anche gli autorizzati improvvisano un po’.

In albergo (oramai erano quasi le 9:00) ho la fortuna di avere, pur non richiesto, un early check-in gratuito. Vista la notte in bianco, avrei potuto decidere di recuperare un paio d’ore di sonno, ma, per una serie di ragioni, decido di no, meglio uscire subito.

La prima tappa è piazza Registan: maestosa, meravigliosa.

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Il livello artistico delle tappe successive (Mausoleo di Tamerlano, Moschea di Bibi Khanum, Complesso di Shah-i Zinda) non scende, facendo di Samarcanda uno scrigno di tesori.

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Con un limite, però: pur splendidi, questi siti sono episodi isolati di una città che, nel suo tessuto diffuso, non trasmette un’atmosfera, trasformata non sempre con criterio nel corso degli anni.

La città vecchia l’ho trovata piuttosto deludente e peraltro, ad un certo punto, ho faticato a uscirne, perché il mio percorso transitava per cantieri edili e per strade sterrate per rifacimento, condizioni ignote a Google Maps.

Rientrato in albergo, crollo, per la notte in bianco, per le lunghe camminate prima a Istanbul, poi a Samarcanda, e dormo 13 ore di fila. Questo mi ha impedito di vedere piazza Registan illuminata di sera. Peccato.

Domani si va a Bukhara.
 
Diceva Kant che la bellezza è qualcosa che sentiamo, ma che non riusciamo a definire. In un viaggio, oltre la ricerca della bellezza, c’è l’interesse, la capacità di un posto di creare suggestioni e conoscenza. Infine, quello che io chiamo il particolare, ciò che è differente da tutto quello che abitualmente ci circonda e vediamo.

C’è, per me, un solo modo per andare in cerca di bellezza, di elementi di interesse e particolari: camminare. Credo che camminare (parlo di 20 e fino a 30 chilometri al giorno) sia indispensabile per non ridurre un viaggio ad una successione slegata di immagini, per provare ad avere una visione quanto più ampia possibile di un posto, benché – ne resto convinto – per quanto cerchiamo di essere viaggiatori consapevoli, in pochi giorni o anche poche settimane, non riusciremo mai a non essere turisti.

Non ci credo alla distinzione fra turisti e viaggiatori, la trovo forzata e schematica, basata su un’illusione: quella di riuscire a conoscere davvero un posto. Per conoscerlo bisogna viverci, anni, probabilmente. Il resto è e rimane turismo.

Ha scritto Paul Bowles: “Non si considerava un turista bensì un viaggiatore, e spiegava che si tratta in parte di una differenza temporale. Dopo poche settimane, o pochi mesi, il turista si affretta a tornare a casa; il viaggiatore, che non appartiene ad alcun luogo in particolare, si sposta lentamente da un punto all’altro della terra, per anni.” (Il tè nel deserto).

Anni, questo servirebbe. Ma non li abbiamo, non più: il mondo di oggi, semplicemente, ci impedisce di essere viaggiatori e ci lascia la sola possibilità di essere turisti.

Naturalmente, c’è modo e modo di fare turismo, ci sono tante combinazioni possibili e possibili scelte negli stili di viaggio, stili che possono essere l’uno l’opposto dell’altro. Il mio è così: occhi, gambe, curiosità e voglia di scoprire.

Sono questi i criteri che mi spingono a decidere una destinazione di viaggio, e l’Uzbekistan prometteva di rispettarli tutti.

(Continua)

Non potrei esser piu' d'accordo. Provo un'allergia invereconda per chi parla, IMHO a vanvera, di "esplorare" qualche posto quando ci fai al massimo un weekend. I veri viaggiatori sono pochi e vanno per l'appunto o a piedi o in bicicletta; mi piace tantissimo incontrare quei giovani - sono quasi sempre giovani, bonta' loro - che fanno 3, 6, 9 mesi in bici. Dalla Germania a Tokyo, dalla Francia a Citta' del Capo, cose cosi'. Dio ce li conservi.

Mi permetto, pero', di farti una critica: scrivi da Dio, sei iscritto dal 2008 e... Ti palesi solo ora?!?! Pretendo gli arretrati. Non provare a fare come il Principe che non fa i TR perche' "lavora".
 
mi piace tantissimo incontrare quei giovani - sono quasi sempre giovani, bonta' loro - che fanno 3, 6, 9 mesi in bici. Dalla Germania a Tokyo, dalla Francia a Citta' del Capo, cose cosi'. Dio ce li conservi.
Siccome ti annovero tra i giovani (visto che giri mezzo Giappone in bici, tra l'altro), quando pubblichi un'altra puntata dei "Diari della Bicicletta? "
E non dirmi che non sei andato in giro che non ci credo....

P.S. Tra tutti, l'eroica in Sudafrica rimane da urlo.....
 
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Siccome ti annovero tra i giovani (visto che giri mezzo Giappone in bici, tra l'altro), quando pubblichi un'altra puntata dei "Diari della Bicicletta? "
E non dirmi che non sei andato in giro che non ci credo....

P.S. Tra tutti, l'eroica in Sudafrica rimane da urlo.....

Gli "anta" incombono, caro mio!
Per quanto riguarda i diari, quest'anno e' stato avaro di viaggi, complici i miei sodali che preferiscono ospedali e soccorsi in elicottero all'idea di pedalare insieme.
Ma se tutto va bene, io mi aspetto grandissime cose da Planner. Adesso che ha levato il tappo non puo' fare a meno di servire il Selosse, e copiosamente.
 
Gli "anta" incombono, caro mio!
Per quanto riguarda i diari, quest'anno e' stato avaro di viaggi, complici i miei sodali che preferiscono ospedali e soccorsi in elicottero all'idea di pedalare insieme.
Ma se tutto va bene, io mi aspetto grandissime cose da Planner. Adesso che ha levato il tappo non puo' fare a meno di servire il Selosse, e copiosamente.
Quante scuse!
(Non ho saputo resistere! 😇 😇 )
 
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Mi dispiace I-DAVE, non ho foto del treno Samarcanda-Bukhara. Solo una della stazione di partenza.

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Posso però dire che i treni in Uzbekistan, almeno quelli classificati come alta velocità (media, và), si possono prendere tranquillamente e con profitto organizzativo. La prenotazione online è stata facilissima, il treno era confortevole, economico (per una tratta di 1h:50 ho speso l’equivalente di 24 euro in classe VIP, la più alta delle tre presenti sull’Afrosiyob – un Talgo spagnolo da esportazione) e ha viaggiato puntuale. Certo, la puntualità è favorita dalla scarsa frequentazione della rete ferroviaria; ad esempio, fra Samarcanda e Bukhara, non ho memoria di treni incrociati nel senso contrario e alle stazioni, di partenza, arrivo e intermedie, il nostro era di fatto l’unico treno presente.

Due notazioni aggiuntive. Pochi annunci durante il viaggio, quelli giusti sulle stazioni in arrivo, e luci interne modulate, intense solo all’approssimarsi delle soste.

Trenitalia, per favore, prendi nota: esiste un concetto nell’erogazione dei servizi che si chiama customer experience. Tu, Trenitalia, la ignori, fra annunci continui (sul capotreno che è pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, su modalità di presentazione di reclami, su diritti a imprecisate indennità secondo il modello di calcolo definito dalla delibera ART n. 106 del 2018, e tutto un armamentario più burocratico che utile) e luci sparate a mille anche su treni in partenza alle 5 del mattino. Su questo, Trenitalia, dovresti imparare dalle ferrovie uzbeke, ma tanto so che non lo farai.

Seconda notazione: il rumore del treno, così diverso dal classico tu-tum-tu-tum. E niente, così.

Bukhara, quindi.

Quando organizzo un viaggio in un posto nuovo, preferisco vedere meno immagini possibile della mia destinazione, giusto quelle che servono, sia per non creare aspettative che potrebbero tradursi in delusioni, sia, soprattutto, per cercare un effetto sorpresa.

Samarcanda ha un posto nel mito, ma Bukhara cos’è, oltre che un tappeto, com’è?

All’inizio del mio giro, dall’albergo a Piazza Lyabi, niente di che, le solite case uzbeke, basse, raccolte attorno ad un cortile interno e le strade, polverose e spesso sconnesse, con canaletti di scolo al centro. Poi, nella piazza, le prime moschee e le madrasse, meno imponenti di quelle di Samarcanda, ma non meno eleganti.

Ma la vera sorpresa è stata la città vecchia, questa volta ristrutturata con rispetto, con il risultato che, qui sì, si è mantenuta un’atmosfera: bellezza, interesse e particolare, dicevo prima.

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Bene, cosa resta ora? Solo Tashkent. Come ci sono arrivato, lo sapete già. Quello che devo dire è che la città è molto deludente dal punto di vista artistico e ambientale, questo anche a causa del terremoto del 1966 e delle manie di grandezza di Islom Karimov.

Gli edifici di stile tradizionale sono, in prevalenza, costruzioni recenti.

Elementi di interesse, ma non di bellezza, si possono trovare nelle architetture moderniste (nello scorso mese di luglio, questi edifici del ‘900 sono stati inclusi nella lista dei beni UNESCO, giusto in tempo perché modificassi il mio itinerario in modo da includerli) e nello stile di vita della città, così diverso da quello delle città minori, benché uniformato a quello di altre metropoli asiatiche, solo più verde.

È un’eresia se affermo che Tashkent mi ha più volte fatto venire in mente Shanghai?

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A proposito di manie di grandezza e di architettura, c’è un’abbondante letteratura di origine psicanalitica, a cominciare da Freud, che associa i grattacieli alla simbologia fallica. Nel 1932, il sociologo americano Lewis Mumford definì i grattacieli come “monumenti all’ego maschile irrisolto”. Va detto, però, che questa non deve essere considerata una prerogativa dei tempi moderni, perché già nel passato, proprio a Bukhara…

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Nulla da rilevare sul viaggio di ritorno, se non che l’aeroporto di Tashkent, per essere il principale del paese, è piccolo e caotico. E sul volo TAS-IST, per il pranzo, un’unica scelta: pollo.