In fase pianificazione, la vera gita fuori porta doveva essere un parco nazionale, salvo poi realizzare che tutti erano infattibili in giornata, tra cui il mitico
Algonquin Provincial Park, che avendo "provincial" nel nome sembra la sagra del marrone di Villar Focchiardo, ma che è tipo quasi 8000 km2, poco meno che l'Umbria per capirci. Quindi, si cerca di integrare un po' di natura in altro modo. Prima di programmare la visita non avevo mai realizzato che le cascate del Niagara fossero relativamente vicine a Toronto. Sicuramente più che a New York o qualsiasi altra città americana: da Toronto sono 70km in linea d'aria, poco meno del doppio via terra; e, per di più, ci si arriva in treno con una delle linee per pendolari di Go, di cui Niagara Falls è il capolinea della linea Lakeshore West. In bassa stagione la maggior parte dei treni non va alle cascate, ma di solito c'è almeno un treno per andare la mattina e un treno per tornare verso l'ora di pranzo e la sera; ma per tornare non ho problemi, perché uno dei miei parigrado regionali è basato a Toronto, anche se abita nei pressi delle cascate, e ha un evento in un hotel di Toronto nei giorni in cui sono in zona, per cui organizziamo per vederci nel primo pomeriggio alle cascate e tornare insieme in macchina a Toronto. Uno di quei momenti in cui i pianeti si allineano...
Arrivo a Union Station ben prima del previsto e ben prima della partenza del treno; la stazione è simile ad una grossa stazione europea - zone d'attesa, negozi, persone che passano, caffeinomani coi loro intrugli in tazze take away di Tim Horton o Starbucks. Dato che ho preinstallato l'app di Presto sul telefono, ho solo bisogno di fare tap-in tap-out e sono a posto - anche se poi dovrò fare a parte un daypass per gli autobus a Niagara. Col senno di poi, sarebbe convenuto un biglietto integrato...
Esce il binario e un piccolo tsunami umano invade la banchina, che è bassissima, roba che non vedevo da quando ero un bambino negli anni '80. E le traversine in legno!!!
Tutti i treni di Go Transit sono operati con le BiLevel Coach, prodotte originariamente da Hawker-Siddeley Canada dalla metà degli anni '70, nella vistosa livrea a doppio tono di verde e bianco (un po' come la vecchia livrea Ferrovie Nord: mi sento a casa!). Le semipilota hanno subito un restyling un po' di anni fa per renderle più aerodinamiche e soprattutto per aggiungere un po' di sicurezza in caso di incidente.
Le vetture sono piuttosto confortevoli e spaziose, e nonostante la ressa sul binario, c'è posto per tutti senza grossi problemi.
Partiamo con qualche minuto di ritardo e raggiungiamo in fretta la nostra velocità di crociera - i treni per Niagara Falls sono espressi e fanno meno fermate, dato che il tragitto è piuttosto lungo. La linea è interamente a trazione diesel, come praticamente tutte le linee passeggeri canadesi che non siano metropolitane o tram. La linea credo risalga a Muzio Scevola, tanto è sconnessa e tanto si sballonzola; pensavo stessimo viaggiando direttamente sulla massicciata. Fossimo su un aereo, il segnale delle cinture di sicurezza sarebbe sempre attivo. Ci sono però
progetti per migliorarla e renderla, almeno parzialmente, a trazione elettrica. Arriviamo in qualche modo (leggi: senza vomitare) a Niagara Falls. Tap out e via alla ricerca del bus!
Bus che trovo poco dopo, strapieno. Scendo poco dopo il Rainbow Bridge che connette la sponda canadese con quella americana.
Il cielo è perfetto, però è mattina e la luce è per lo più contro. A parte il lungo-cascate, il resto della cittadina è una trappola per turisti, con casinò e mega-alberghi.
Parafrasando il celebre detto che riguarda le cascate di Iguazù,
los Estados Unidos tienes la puta e el Canadà la disfruta, o qualcosa del genere. Il lato bello delle cascate è per lo più in zona americana, e quindi la visione migliore si ha dal lato canadese.
Il rombo è notevolissimo. Un ASMR naturale, nonostante i decibel che spara fuori. Le American Falls.
Dal lato americano si può salire in mongolfiera o scendere a riva, a seconda del grado di umidità preferito.
Lungo il lungo-cascate si trovano alcuni punti ristoro con l'immancabile souvenir shop, tutto molto ben organizzato. Non mi esimo dal prendere un paio di magneti e altre cazzate assortite, tipo le caramelle gommose allo sciroppo d'acero; è anche il giusto momento per un break e qualcosa da sgranocchiare. Si torna sul lungo-cascata per il piatto principale, la Horseshoe Fall, quella più famosa, quella che solleva più spruzzi, quella che fa più casino. MAGNIFICA.
I battelli vanno quasi sotto, la doccia è assicurata nonostante i preservativi rossi o gialli che le varie compagnie di navigazione offrono a chi ha deciso di buttare la macchina fotografica.
Passando vicino al Table Rock Welcome Centre, la doccia è assicurata anche per chi rimane sulla passeggiata; nei 200 metri che passano lungo la caduta, il vapore sollevato dalla cascata ricondensa come pioggia in questo punto preciso; le condizioni meteo e la posizione del sole sono perfetti per la creazione di arcobaleni.
Arrivati al Table Rock il rumore si attenuta. Centinaia di pennuti prendono il sole sui tanti massi che si trovano sul percorso del fiume Niagara.
Le cascate sono sempre state un punto privilegiato per la produzione di energia idroelettrica. Attualmente, impianti idro esistono sia sul lato americano che quello canadese, e producono oltre 5000MW in totale; non ci sono stazioni direttamente sulla cascata per preservarne l'aspetto turistico, e l'acqua viene prelevata sia a monte che a valle delle cascate con flussi determinati tramite un
trattato internazionale per garantire che le cascate abbiano un volume minimo di acqua. La vecchia stazione elettrica canadese, oggi in disuso, è visitabile e si può scendere fino al vecchio tunnel di scarico delle acque, che si apre a livello delle acque.
Nei pressi si trova anche la Floral Showhouse - i giardini botanici sono più a valle, ma questa serra vale comunque la pena se siete in zona e amate il genere.
Per la serra occorre comprare un biglietto.
Fuori c'è anche un giardino con animali di piante che, nonostante la stagione autunnale avanzata, è ancora rigoglioso.
E un laghetto già in mood autunnale.
Il sole gira un po' e ora ho pure montato il grandangolo. Torno indietro ripassando per la zona di pioggia.
Beh, che dire. Sono sicuramente una cosa da vedere almeno una volta nella vita.
Ci vediamo poco dopo col collega e partiamo alla volta di Toronto. Mi fa fare un breve tour automobilistico della cittadina - abbastanza insignificante, onestamente - e mi dice che per venire a Niagara di solito passa dal lato americano, che è più veloce e pensa che potremmo tagliare qualche minuto facendo lo stesso giro. Realizzo in un petosecondo che vorrebbe dire entrare da clandestino negli Stati Uniti, visto che non ho l'ESTA - manca poco che gli prendo il volante e gli tiro il freno a mano! Mi chiedo tra l'altro come possa essere una scorciatoia visto che dobbiamo andare più a est per poi tornare nuovamente a ovest, boh... torniamo sulla strada per rimanere in Canada e ci fermiamo da Tim Horton per il mio primo assaggio del rivale canadese di Starbucks. Faccio l'errore di dire che non ho ancora avuto l'onore - quasi un'onta - e usciamo dal negozio con un paio di bevande a caso (per me un iced caramel macchiato, buono e dolce il giusto) e una tonnellata di roba da mangiare, tra cui, soprattutto, i
timbits, i buchi delle ciambelle
Con vettovaglie ipercaloriche (e, onestamente, goduriosissime) per un esercito, ci mettiamo alla guida per le due ore e mezza fino a Toronto.
Andiamo diretti al suo hotel, che è in downtown, lascia giù le sue cose e usciamo per una passeggiata - ci sforziamo di non parlare di lavoro, ma come fai...

tra l'altro stasera c'è una delle finali della World Series di baseball, e i Toronto Blue Jays sono impegnati contro i LA Lakers. La città è tappezzata per i Jays, inclusi gli autobus che mostrano "Go Jays" a ripetizione dopo il numero della linea e la destinazione.
Dopo un po' di gironzolare, decidiamo per cena di andare in un pub per guardare la partita, un paio di birre e qualcosa da masticare. Ora, I may or may have not bevuto un paio di birre di troppo da questa lista... alcune erano davvero notevoli (ricordo specificamente la
NEIPA come eccezionale).
La partita va avanti e i Jays fanno un discreto culo ai Lakers (peccato che purtroppo, alla fine delle 7 partite, non abbiano vinto

). Bellissima atmosfera, decorazioni di Halloween super kitsch, birra ottima, cibo eccellente in porzioni misere, e io che pensavo che i norteamericanos mangiassero minimo 1 kg di cibo a pasto.
Però... però volevo davvero fare un parco. Ma proprio tanto. Andare in Canada in autunno e non vedere un parco è come andare a Napoli e non assaggiare una pizza. Certo, da Sorbillo fai due ore di coda e se finiscono gli impasti ti attacco ar ca'... così come in Canada per andare all'Algonquin devi prenotare i lodge nei due nanosecondi dall'apertura delle prenotazioni, avere almeno tre o quattro giorni per girare e possibilmente un mezzo di locomozione a combustione interna. Quindi, a Napoli si va alla friggitoria che conosce solo lo zio Peppo che fa una pizza fritta da paura, e a Toronto si va al
Rouge National Urban Park. Echecazz'è un national urban park, mi direte voi. È una figata, dico io, come la pizza fritta della friggitoria di zio Peppo. 75 km2 di zone umide, boschi, oltre 50km di sentieri, un fiume (il Rouge, appunto), tutto nel mezzo dell'area urbana orientale di Toronto, al confine con Pickering e Markham. Dentro, anche un zoo e due linee ferroviarie, così, tanto per gradire.
Mi sveglio con un sospetto mal di gola, ma ormai è deciso che voglio andare al parco e al parco andrò. Chiusa la valigia e fatto il check-out, esco ragionevolmente presto e prendo la metro in direzione nord, fino a York Mills, un sobborgo verdissimo e molto posh. Sembra di prendere la metro verde a Milano, un pezzo sottoterra, un pezzo fuori terra, solo che noi arriviamo a Cascina Burrona e Gessate con i maranza che ti lamano.
La fermata della metro e la stazione degli autobus sono integrati in un enorme complesso uffici/negozi semideserto, dove si sale e si scende e si cammina lungo corridoi vuoti; e dove mi perdo un paio di volte. Il mio destriero sarà il bus 92; il primo non ferma o, meglio, ferma, ma l'autista dice che non riparte e che il prossimo 92 partirà dal parcheggio opposto; rischiando probabilmente la deportazione, invece che farmi tutto il giro del parcheggio sul sottile marciapiede, attraverso sulla strada. Sento gli occhi degli astanti osservarmi con disprezzo. Arriva il secondo 92 e, invece che un bel pullman a due piani come il primo, è una specie di mototrappola che non starebbe male in qualche film dell'orrore; un
MCI D4500, prodotto a Winnipeg, tonnellate di pesantissimo inutile acciaio che neanche i
Centauro dell'Esercito sono così corazzati. Dentro, i sedili sono super imbottiti, sembrano bassissimi e il pavimento altissimo sulle ruote, e appena si muove mi crea un effetto nausa ansiogena che vorrei solo scendere subito. Non so come passano i 40 minuti di strazio sull'autostrada, ma in qualche modo passano e mi piombo fuori, non senza aver salutato l'autista, una signora dai modi gentilissimi e coi capelli rossissimi che ispirava simpatia solo a sentirne la voce.
Mentre scendo, odo due ragazzi (che erano seduti proprio di fronte a me e che disquisivano tra loro in francese) chiedere informazioni a chi gli capitava a tiro su come raggiungere l'ingresso del Rouge Park; stante che nessuno degli astanti pareva sapere di cosa stessero parlando, intervengo nella conversazione e dico loro che sto andando proprio lì, e basta attraversare la strada e farsi il chilometro e mezzo lungo Kingston Road fino al campeggio.
Ivan, ingegnere elettrico, lionese proprietario di un'azienda di consulenza nello stesso settore, amante di funghetti allucinogeni e cannabis, coda di cavallo biondo cenere e paltò doppiopetto; Giulia, la di Ivan ragazza, lionese dal nasino all'insù e dalle poche parole tranne quando si tratta di cazziare in francoprovenzale il biondo-coduto, a sua volta bionda e sicuramente italiana in incognito perché se sei francese ti chiami Julie, non Giulia. Ci facciamo la strada insieme, lui è a Toronto per una conferenza ma ha due giorni liberi prima di volare in Argentina per lavoro e, non sapendo che fare, si fanno un giro al Rouge. Durante il covid si sono fatti buona parte della
via Francigena a piedi, da Besançon a Roma, e in generale troviamo fertile terreno di discussione nell'apparente comune passione per l'Asia.
All'ingresso del parco si trova una cartina piuttosto esplicativa sulla dimensione e numero di sentieri. Faramo insieme il Mast Trail (14 sulla cartina), poi ci divideremo - io vado più a nord sull'Orchard Trail e il Cedar Trail, prima di tornare all'area di sosta di Twyne River e imboccare il Vista Trail, in totale circa 15km tra andata e ritorno.
I numerosi cartelli mettono in guardia dai pericoli del parco: attenti agli orsi; attenti alla vegetazione; attenti a non cadere nel fiume; non cogliere funghi. Intanto, sarà l'effetto dei funghetti (che rifiuto gentilmente, ma che pare siano molto leggeri), ma abbiamo una psichedelica conversazione sul salutare estranei lungo i sentieri: si fa, non si fa? Se ti saluto, ti impongo la mia presenza e se non lo faccio, sono maleducato? Un trip nel trip. Abbandoniamo la strada asfaltata che finisce poco dopo il campeggio e iniziamo la camminata lungo il Mast Trail, sotto una coltre di conifere verdissime.
Il Mast Trail è quello che attacca una delle tantissime forre incise dal Rouge e dai suoi affluenti; abbastanza velocemente quindi la strada sale lungo la cresta, sia come scalinata che come sentiero.
Appena arrivati al culmine, la cresta si appiattisce e finalmente le conifere lasciano un po' di spazio ai gialli autunnali di pioppi, aceri, betulle e faggi. La stagione è lievemente in ritardo (siamo proprio a fine ottobre) e quindi il mix è più verde-giallo che rosso-oro.
Saluto i due simpatici francesi al fiume e continuo verso nord. La vegetazione cambia, e iniziano a vedersi canneti e foglie rosse con più frequenza.
Tunnel verde. Il sentiero ricoperto di aghi di pino mi ricorda la passeggiata per arrivare al faro di Bibione, che era appunto al termine di una pineta, e che facevo ogni estate da bambino insieme ai miei genitori.
Sento un rumore zampettoso in mezzo alle foglie; con la coda dell'occhio vedo qualcosa muoversi ma ci impiego un po' a mettere bene a fuoco questo saltimbanco peloso sotto cocaina, quasi perfettamente mimetizzato tra le foglie:
Poco più avanti, la zona umida si supera tramite un camminamento sopraelevato, fino a incrociare nuovamente il fiume.
Da qui si inizia nuovamente a salire sul lato destro della forra.
Qui c'è il punto più alto dell'Orchard Trail, con una bella vista sui due laghetti che separano questa sponda del fiume dalla Beare Hill. In mezzo, scorre una linea ferroviaria della Canadian Pacific.
Proprio sulla sommità ci sono un paio di tavoli e panchine da picnic. Non c'è nessuno in giro, vedo solo passare due signori con un paio di labrador. Pranzo al sacco: un buonissimo pane ai cereali (mai mangiato pane in cassetta da supermercato così buono), tacchino arrosto e formaggio a fette. Il Frappuccino però me la farà pagare qualche chilometro più avanti.
Scendo lungo il sentiero, verso il passaggio a livello di Beare.
Traversine in legno, puzza di ferro, binari stortignaccoli, un sogno! Si sentono in lontananza le trombe di svariati convogli, ma non ne vedo alcuno all'orizzonte. All'incrocio invece c'è, per mia somma fortuna, una toilette chimica, visto che il malefico Frapuccino decide proprio in quel momento che deve triggerare il mio riflesso gastrocolico. Toilette chimica che è, devo dire pulitissima. Alternativamente... direi che di alberi non ne mancavano.
Faccio un pezzetino del Beare Wetland Loop per congiungermi al Cedar Trail. Qui è più aperto, non si è più in mezzo al bosco e si può andare fino in riva ad entrambi i laghi. Uno è il regno delle papere; nell'altro, a starnazzare ci sono due signore dal chiaro accento inglese che sembra una riunione di sua maestà. Non si vedono nella foto, ma su uno dei tronchi c'erano tre o quattro tartarughe a prendere il sole.
Oggi ci sentiamo artisti.
Arrivo fino al Little Rouge Creek. l'idea originale era quella di completare il Cedar Trail, tornare verso lo zoo lungo Meadowvale Rd e prendere un bus da lì verso Toronto; peccato che il Conservation Centre, così come l'attacco al Vista Trail, siano chiusi per costruire il nuovo Visitor Centre, e quindi il parcheggio sia chiuso e gli autobus sospesi. Per fortuna mi ero informato prima, e avevo già preventivato di fare anda e rianda sullo stesso percorso.
Sento un paio di fischi in lontananza; appena sopra il Little Rouge Creek passa la ferrovia, che scavalca il torrente con un piccolo ponte di prefabbricati in cemento; provo a fermarmi sul pendio a fianco ai binari per vedere il treno passare, ma in dieci minuti non passa nulla. Probabilmente sono treni sulla linea trasversale che incrocia questa a circa un chilometro di distanza. Torno sui miei passi per andare a fare il Vista Trail (il sentiero è aperto, solo l'imbocco lato zoo è chiuso) prima di tornare a Toronto downtown. Ripasso per il passaggio a livello di CN Beare e sento altri fischi, questa volta chiaramente vicini e direzionali - lungo i binari! Mi apposto e aspetto pochi minuti - le barriere del passaggio a livello si abbassano e tre minuti dopo arriva lui:
Di treni merci ne ho visti, ma non ero pronto a questo. Tre
GE ES44-DC in testa, una circa a metà, e l'ultima una dozzina di vagoni prima della coda; dai timestamp delle foto, il treno ha impiegato 6 minuti a passare tutto, quindi verosimilmente era lungo circa 4 chilometri visto che andava abbastanza piano. Ciascun locomotore è mosso da un motore diesel da 12 cilindri e 4400 cavalli, che aziona un alternatore che fornisce energia elettrica ai motori di trazione.
Il treno è composto da dozzine e dozzine di carri container, cisterne e carri chiusi, e si muove che sembra un respiro: si contrae impercettibilmente, si estende impercettibilmente, non fosse per il chiari rumori che arrivano dai ganci e dal movimento dei binari che si abbassano e alzano ritmicamente ogni volta che un carrello vi poggia sopra un po' delle centinaia di tonnellate che lo compongono. Leggevo che la trazione distribuita è necessaria su questi treni, altrimenti lo sforzo sui ganci iniziali li romperebbe praticamente subito e le microvariazioni di velocità creerebbero un effetto fisarmonica su tutto il convoglio,
soprattutto sui carri cisterna, rappresentando un serio rischio per la marcia di questi treni lunghissimi. Quasi mi spiace quando passa l'ultimo carro.
Torno sui miei passi verso la diramazione dei sentieri.
Cammino con la macchina fotografica in mano, pensando ai fatti miei o, al più, a fare qualche foto decente; e arriva LUI, il re definitivo del parco. Enorme, fluffosissimo, assolutamente indefferente ai versi idioti che stavo facendo per cercare di farlo girare. Però mi ha fatto l'onore di posare una zampa sulla mia mano senza tirare fuori le unghie. Lo schiavo umano che lo reggeva stava visibilmente collassando sotto il suo peso.
La luce inizia a farsi più morbida, il sole sta lentamente scendendo, e il Vista Trail offre continui cambiamenti di panorama e colore.
Si sale nuovamente, visto che il culmine del Vista Trail è il belvedere sulla Beare Hill.
La diramazione che porta al parcheggio dello zoo è chiusa, come dicevo.
Lungo un pezzo del crinale c'è un'ampia area che è priva di alberi... appena mi avvicino, capisco perché: gli alberi ci sono, ma diciamo che sono di materiale diverso

almeno li hanno concentrati tutti in un'unica fascia abbastanza stretta, infatti quasi non se ne vedono nel resto del parco. Mi fermo a fare un paio di foto e a studiare angoli, quando sento passi dietro di me - c'è un ragazzo di chiara origine indiana che, passeggiando per il sentiero, si sta avvicinando guardandomi incuriosito.
Cerca di capire cosa stessi fotografando, con la faccia tipo anime giapponese col punto di domanda sopra. "They are trees, in a way", gli dico sornione. Mi guarda come si guarda un matto. Gli spiego che trovo il contrasto interessante - alberi di metallo in un bosco di alberi veri. Ci facciamo un pezzo di strada insieme, mi dice che abita poco lontano e che viene spesso a passeggiare qui in zona, il parco in autunno è molto rilassante. Arrivati al belvedere, poche centinaia di metri dopo, tira dritto mentre io salgo sulla struttura in legno che offre la visuale migliore della giornata.
Faccio una pausa snack e mi rendo conto che sono vestito troppo pesante: sotto la giacca sono sudatissimo, e il piumino è fradicio. Bevo quel che mi rimane delle provviste idriche e inizio il ritorno. Andando al contrario, il paesaggio è lo stesso ma la luce è diversa e ora il sole è quasi costantemente ad altezza occhi, solo mascherato dalla trama degli alberi.
Se sono fissato coi pali della luce, la colpa è di
Hideaki Anno. Gli alberi nella foresta sono elementi strutturali. I pali della luce nella natura diventano elementi organici.
Inizio ad affrettare il passo, di tempo ne ho in abbondanza ma visto che sono sudato fradicio vorrei avere un attimo per cercare di asciugare la giacca. Però è anche il momento con la luce migliore, come fai a non fermarti qui e là?
Passo al 14mm, visto che ho fatto tutto il bosco con il tele montato. f22 col sole basso, un miracolo non sia mossa.
La palette autunnale è al completo, sembrano più dei fiori che delle foglie morte.
Scatto l'ultima prima di mettere via tutta l'attrezzatura, da qui si scende verso l'ingresso del parco.
[cont]
DaV