Riprendiamo da dove eravamo arrivati. Centro, centro.
Arriviamo alla Juba tower. Un nuovo edificio dove vendono appartamenti arredati e moderni. Parcheggiamo il pick up e facciamo due passi.
Siamo qui per un rooftop, ottimo punto di osservazione dell’intera città. Prima però c’è il Mogadishu Mall.
Gli altri salgono, io chiedo se posso fare un giro nel mall. Permesso accordato. Massimo 10 minuti, ci sono un po’ di negozi di abbigliamento. A me interessa Waitrose, sorry, intendevo Aaran.
Pasta!
E pure le Weetabix. Pazzesco, nella versione al cioccolato che qui in Svizzera non c’è!
Esco e mi avvio verso il rooftop. La strada principale è completamente sfondata, polvere, lavori, gente ovunque, negozi, palazzi nuovi. Siamo sui loro Champs Elysees solo che qui manca pure l’asfalto.
Tutto si muove, tutto sembra in costruzione ma anche già distrutto. Arrivo all’ultimo piano di uno dei palazzi moderni. Da una parte c’è Terrazza, un ristorante Italiano, che tra un tikka kabab e un bruschetta con frutta tropicale pone seri dubbi alla sua italianità
Dall’altra un bar tipo Starbucks. Dentro c’è tanta gente giovane e la vista sulla città è notevole
Qui conosco anche alcune ragazze somale. Parliamo un po’, mi raccontano quello che fanno, del loro negozio di sciarpe, le garbasar. Anche questa, sinceramente, è una Mogadiscio che non avevo immaginato. Ma mi raccontano anche che sognano l’occidente, l’Europa, l’America. Mi viene voglia di raccontargli di Tajani, della benzina a 3 euro, dell'afd, dell'Europa che sa solo trasformare tutto in una crisi. Desisto, non voglio rovinare i loro sogni ma la loro immaginazione mi fa capire quanto sia facile idealizzare il posto dove non si vive. Solo per dovere di cronaca, due ragazze davvero belle.
Offro loro un matcha latte (incredibile il potere della globalizzazione, sta roba è arrivata anche qui) e finalmente testo la Somalia cashless. Telefono, numero, conferma. Fatto. Funziona esattamente come TWINT o Satispay, forse anche meglio perché chiunque può aprire un account in pochi minuti. Il telefono è praticamente il conto corrente. Stipendi e trasferimenti finiscono direttamente sul wallet legato al numero di telefono. Solo per gli stranieri, con USD, si va da un agente e da quel momento i soldi restano digitali e continuano a girare da telefono a telefono.
Una società completamente cashless dove anche i panhandlers girano con un numero di telefono attaccato al collo.
Ma ritorniamo al rooftop. Da qui si vede praticamente tutta Mogadiscio
Quello che resta della cattedrale
L’arco di Umbero I e di fronte il palazzo dell’amministrazione regionale e la Moschea Arba Racun risalente al 1250
Ed infine, il famoso faro costruito dagli Italiani durante il periodo coloniale. Mezzo crollato, sfondato dalla guerra e dal tempo ma ancora in qualche modo in piedi davanti al mare. Un altro pezzo di quella Mogadiscio che, da appassionato di storia mi ha sempre affascinato ma che purtroppo ormai esiste solo nella forma di rovine. Comunque tutti questi pezzi di storia per ora li guardiamo dall’alto, domani ci torniamo, dentro.
Sono ormai le 18. Cominciamo a pensare alla cena. Scendiamo dal tetto, salutiamo la modernità, ritorniamo nella Mogadiscio della gente normale, tra polvere, caos e venditori di tutto. Gli sguardi sono sorpresi, le nostre facce sono palesemente venute da un altro mondo. Scatto qualche foto, la gente non sorride, non si mette in posa, non fa niente se non studiarci. Ci guarda e basta.
In tutta l’assurdità di questa passeggiata, troviamo anche un negozio di souvenir. La guida ci invita ad entrare. C’è un poco di paccottiglia cinese, calamite I love Somalia e tante banconote vecchie ormai inutilizzabili. Interessanti anche le cartoline, purtroppo non riesco a fare foto. C’è una Mogadiscio quasi mediterranea, ci sono viali alberati, edifici monumentali, hotel, lungomare, gli Italiano avevano lasciato l'ossatura della capitale.
Sfogliare quel raccoglitore e poi rialzare gli occhi sulla città di oggi è un pugno allo stomaco, quelle sono le immagini di uno popolo e di una nazione piena di ambizioni. Ora andiamo, fuori dalla porta c'è la Somalia di oggi.
Arriviamo al giardino della Pace. Un parco, piccolo e nemmeno bello ma ha una particolarità, è l’unico posto della città (e credo della Somalia) dove è vietato entrare con le armi. Ormai è buio, l’atmosfera è rilassata.
Ci sono anche delle altalene, l’autoscontro, un campo da calcio
Sono poche, rare e malandate. Ma sono immagini di una normalità che scorre tra confini blindati, in una situazione complessa, in un posto ai limiti dove però le famiglie continuano a vivere, dove i bambini continuano a sorridere e le ragazze cercano solo di essere ragazze. Perché la Somalia? Perché posti al limite? Perché dietro ogni posto che il mondo considera perduto c'è sempre qualcuno che sta semplicemente cercando di vivere. Ed è per vederlo con i miei occhi che viaggio.
Ci fermiamo in un ristorante. C’è uno spettacolo, canzoni improbabili, arabo-africane.
Meglio ordinare qualcosa. Prendo una zuppa di pollo e del pane. C’è anche una insalata. Mangio pollo e pane, l’insalata torna al mittente. Chi viaggia in certi posti lo sa, peel it, boil it, cook it or leave it.
La giornata è stata intensa. Mogadiscio è tesa, ruvida, imprevedibile, caotica. Una città al limite, in tutti i sensi. Per oggi basta così. Torniamo al pick up, alla scorta, alla strada verso l'albergo. Non ho incontrato terroristi, non ho usato kalashnikov, non ho avuto paura. Direi che per il primo giorno può bastare. Buonanotte.
Il sole entra nella mia camera presto. Fa caldo, sento l'odore della fogna, mi entra forte nel naso. L'albergo è nuovo, ma il cesso chissà a cosa è collegato. Meglio spalancare tutto. Un po’ rintronato mi butto sotto la doccia sperando che l'acqua passi in tubi un po' più puliti. Colazione con datteri, pane, miele, uova, caffe. Possiamo partire.
Fuori ci sono loro ad aspettarci. Già pronti. Incappucciati e armati.
Ci muoviamo in una città che sembra ancora dormire, in giro non c’è il traffico di ieri, fa caldo, si sente il profumo del mare.
Dura poco però. Il mercato del pesce arriva prima al naso poi agli occhi. Un odore acre, pesante, quasi solido. Pesce, sangue, acqua stagnante, sole forte. Il caldo amplifica tutto. La gente è ovunque. Si cammina a fatica tra cassette, squali, pescispada, carretti. Le mosche entrano nel naso, si posano sulle mani, sui vestiti, ovunque.
A terra sangue, squame, ghiaccio sciolto e fango. È sporco, rumoroso, disordinato. Non è un posto per deboli di cuore. Crudo, grezzo, forte. È pero ipnotico.
Ad un certo punto sento che devo uscire, ho bisogno di aria pulita, ho le scarpe piene di sangue e terra, la gente continua a venirmi addosso con enormi pesci sulle spalle. Basta. Fuori ci sono loro, mi chiedono una foto, vorrei chiedergli qualcosa ma non ci sono lingue e gesti comuni. L’unica cosa che capiscono “Italia”…e l’unica cosa che rispondono è un sorriso.
Faccio due passi nei dintorni. Uno degli uomini della scorta mi accompagna. La spiaggia è ridotta male: sporca, piena di plastica, bottiglie ovunque. Uno schifo. Quando l'acqua si beve solo in bottiglia e non esiste un sistema per raccoglierle una volta vuote, il finale è quasi inevitabile. La costa è praticamente una discarica.
Loro mi tengono sott’occhio
Qui una volta, sorgevano strutture portuali, ormai resta ben poco
Ci avviamo verso il famoso faro italiano, da questa spiaggia c’è un via vai di barche che trasportano tonni, squali e pescispada.
Ed eccolo, il faro. Ha visto il colonialismo, l'indipendenza, la guerra civile e tutto quello che è venuto dopo. Nel 2023 una parte della struttura è crollata. Quel poco che è rimasto continua a guardare l’Oceano Indiano e nonostante tutto l’Unesco sta provando a recuperare qualcosa.
Ci sono altre strutture risalenti all’epoca coloniale, ma sono messe davvero male
Tra polizia, esercito e scorta credo di essere l’unico senza armi. Anche su una spiaggia, l’atmosfera può essere intensa
E nonostante tutto, selfie di rito. Poi sorrisi, strette di mano, qualche foto insieme. Alla fine basta poco perché prima di ogni altra cosa, siamo persone.
Prossima fermata, il nucleo più vecchio della Mogadiscio storica. Parcheggiamo il pick-up in una piazza. Ci sono ragazzi che giocano a calcio, tutti in ciabatte o piedi nudi. Ma mi accorgo anche di un’altra cosa che in realtà sto vedendo da quando sono arrivato. Maglie da calcio ovunque. Real Madrid, Barcellona, Arsenal, Chelsea, Milan, Olympiacos, nazionali, squadre che arrivano letteralmente dall’altra parte del mondo. Le indossano i bambini, i ragazzi, anche gli adulti. Probabilmente perché non costano nulla, forse perché si trovano facilmente o perché il calcio qui piace da morire. Mi piace pensare che ci sia anche qualcosa di più, un sogno forse. Alla fine il calcio fa ancora questa cosa qua, fa sognare, in grande ed arriva dappertutto.
A breve per la visita del nucleo storico della capitale piü pericolosa del mondo!