[OT] Lo Stato proprietario dei treni (e perché non degli aerei?)


Un esperto di trasportistica come Giorgio Stagni ha osservato
- quanto è forte il monopolista quando alza il ditino del no
- che la scelta era inequivocabilmente quella giusta

Un altro, Marco Ponti, è sulla posizione opposta. Autore a mio parere molto discutibile, visto che ha fatto il consulente del peggior ministro dei trasporti degli ultimi anni (no, non quello attuale: era un tipo con i baffi, assicuratore) e che non ha il coraggio di citare ciò nelle sue bote biografiche sul quotidiano cui collabora.

da Mobility Magazine n. 508

Punti di vista


Una Rosco italiana?

Nel 2026 accadranno due eventi molto rilevanti per il settore ferroviario italiano: l’apertura alla concorrenza dei servizi passeggeri di lunga distanza non AV e di quelli regionali, e la fine dei finanziamenti del PNRR. Ora, sembra che questi finanziamenti riguardino anche molto materiale rotabile, e ovviamente non è pensabile che questo vada a beneficio di un’impresa specifica, in un contesto che vuole essere aperto alla competizione “per lotti contendibili” nei servizi di lunga distanza, e con concessioni regionali per quelli locali.
Una concorrenza certo “più regolata” di quella che esiste già oggi per i servizi merci e per quelli di Alta Velocità (che competono “nel mercato”), ma comunque di concorrenza si tratta.
Ma non sembra ragionevole rinunciare a queste risorse europee solo per questo ostacolo.
È stata formulata l’ipotesi che lo Stato costituisca, sul modello inglese pre-rinazionalizzazione, una società pubblica per noleggiare il materiale rotabile di provenienza PNRR a ogni soggetto che ne faccia richiesta. L’acronimo inglese era “RoSCo”: Rolling Stock Company. Quello della compagnia italiana sarà AFI (Assetti Ferroviari Italiani).
Le motivazioni sono in apparenza solide: per le ferrovie, al contrario di tutti gli altri modi di trasporto, il mercato secondario dei mezzi è quasi inesistente. Per aerei, camion, e navi è sempre possibile rivendere i mezzi usati, e non richiede tempi biblici procurarsene di nuovi (eventualmente in leasing) pronti all’uso.
Ma per i treni non è così: le esigenze delle diverse reti ferroviarie, le condizioni di sicurezza e i sistemi di segnalamento e di alimentazione in Europa non sono identici, e i tempi di costruzione sono molto lunghi. Questo è un oggettivo ostacolo alla concorrenza, per- ché rende molto costosa e incerta l’entrata (e l’uscita) dal mercato per gli operatori ferroviari che volessero competere. Tuttavia il modello inglese ha dato risultati perlomeno dubbi, soprattutto per l’estrema complessità gestionale che ne è derivata, e ne deriverebbe se riproposta: una rete ferroviaria comune a tutti, che dovrebbe essere regolata dallo Stato in quanto è un “monopolio naturale”, come tutte le infrastrutture, una società pubblica che noleggi i mezzi ad un mercato molto particolare (e in parte ancora da costruire), e infine degli operatori ferroviari in parte pubblici e in parte privati, e con regimi diversi tra servizi locali e di lunga distanza. E si ricorda per inciso che anche i servizi passeggeri
di lunga distanza, oltre a quelli regionali, sono fino ad oggi sussidiati, una complicazione ulteriore.
Si è parlato, per sottolineare la farraginosità del caso inglese, di 2.700 contratti diversi.
Ora, per valutare possibili alternative al modello “RoSCo” occorre osservare due circostanze rilevanti.
La prima è che in Italia abbiamo già due tipologie di servizi aperti alla concorrenza, senza problemi insolubili di approvvigionamento del materiale rotabile: i già citati servizi merci e quelli AV (e in quest’ultimo sta “entrando” un terzo e agguerrito concorrente francese).
La seconda osservazione è che è obbiettivo primario europeo rendere interoperabili i sistemi ferroviari di tutti i paesi, e questo configurerà entro tempi ragionevoli un mercato secondario del materiale ferroviario di dimensioni rilevanti, assolutamente non paragonabili a quelle di un singolo paese.
Infine, non si può dimenticare né l’elevatissima complessità del modello RoSCo (che si traduce in tempi, costi, e rischi di infiniti contenziosi), né il fatto che una società pubblica, anche se formalmente esterna alla compagnia ferroviaria nazionale non può essere ritenuta priva di conflitti di interesse nei confronti di un’altra società pubblica, quale è FSI.
Se il padrone è lo stesso, farà molta fatica ad essere neutrale tra società pubbliche e competitori privati.
In secondo luogo, ordinare e gestire i mezzi di trasporto ha una grande rilevanza anche per l’innovazione tecnologica: si pensi al caso RyanAir, che vede uno dei fattori più rilevanti del proprio successo commerciale proprio nel modello di gestione e di scelta degli aeromobili.
Non sembrerebbe allora più semplice alienare il materiale rotabile “in arrivo”, ovviamente con aste contendibili e trasparenti, e questo senza aggiungere un altro livello di intermediazione pubblica ad un sistema che già per ragioni intrinseche si presenta complesso e difficile da aprire alla concorrenza?
Certo la strada maestra da seguire sarebbe quella suggerita in modo esplicito, anche se non formalizzato, dal presidente dell’Autorità di regolazione del settore (ART). Privatizzare i servizi ferroviari già esposti alla concorrenza, cioè merci e AV.
Molti conflitti di interesse sparirebbero per questa via, che ridurrebbe anche la complessità gestionale e regolatoria del sistema, separando definitivamente la rete dagli operatori dei servizi.

Marco Ponti – BRT onlus
 
Lo stato deve essere proprietario dell'infrastruttura mentre lascia la concorrenza sui gestori (rfi per la rete - trenitalia come gestore assieme agli altri).
Perchè? se la totalità degli investimenti sulla rete la fa lo stato è inutile che il beneficio (sull'infrastruttura) sia dei privati ma dello stato stesso (infatti è RFI che guadagna).

La cosa buffa nel settore aviazione è il fatto che ci sono i concessionari che sono per lo piu' privati o pseudo privati per quanto riguarda l'infrastruttura, cosicchè lo stato paga in maniera significativa con gli investimenti a fondo perduto le società private, altri investimenti vengono finanziati secondo modelli di progetto dagli stessi privati con l'incremento delle tariffe (quindi si tratta di trovare banche per attualizzare le risorse finanziarie che arriveranno), ed in via residuali attraverso i capitali propri di questi imp-prenditori, ma il grosso degli azionisti vanno con un filo di gas e distribuiscono dividendi.

Settori in concessione totale che beneficiano di investimenti diretti dello stato (ma se sono in concessione sono caxxi del concessionario) o incrementi delle tariffe per fare gli investimenti stessi. Galline dalle uova d'oro con la scritta sotto "noi siamo i campioni della concorrenza".
 
A quanto pare la proposta è già finita nel cestino

PNRR ferrovie, stop alla Rosco: cancellata dal decreto​


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Il capitolo ferroviario del decreto PNRR approvato nella giornata di ieri registra una possibile battuta d’arresto su una delle novità più discusse delle ultime settimane.

Si tratta dello stralcio della società per il materiale rotabile (Rosco), lo strumento che avrebbe dovuto facilitare l’apertura del mercato ferroviario italiano alla concorrenza, in linea con gli impegni presi con Bruxelles.

Secondo quanto emerso, la società – che avrebbe dovuto chiamarsi Asset Ferroviari Italiani – avrebbe avuto un ruolo centrale nella riorganizzazione del settore. Partendo da 1,2 miliardi di euro di fondi PNRR, il nuovo soggetto avrebbe acquistato treni, locomotive e carrozze destinati ai servizi Intercity e regionali, per poi concederli in affitto agli operatori vincitori delle future gare.

L’obiettivo era chiaro: abbattere le barriere economiche all’ingresso nel mercato, evitando che le imprese dovessero sostenere investimenti iniziali troppo elevati per il materiale rotabile. In questo modo, le risorse pubbliche impiegate dallo Stato e dalle Regioni per acquistare i convogli sarebbero confluite verso l’operatore più competitivo, favorendo efficienza e concorrenza.

Tuttavia, stando a quanto riportato dai quotidiani economici e generalisti in edicola oggi, la norma sarebbe stata cancellata dal testo finale del decreto. Una decisione che potrebbe avere ripercussioni non solo industriali ma anche politiche e finanziarie, soprattutto nei rapporti con l’Unione europea.

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Secondo Il Foglio, "l’effetto più rischioso di questo stralcio è nel rapporto con la Ue. La norma era stata concordata con Bruxelles che la considerava fondamentale per portare più efficienza nelle ferrovie italiane. A meno che non si pensi di mettere in campo la settima revisione del Pnrr, il primo effetto sarà perdere il miliardo e 200 milioni di fondi Pnrr che a questa misura erano destinati. E non è detto che la cosa si fermi qui. Il Pnrr ferroviario, M3C1, 20 miliardi di investimenti, aveva contato sulla benevolenza della commissione a sopportare ritardi, stralci di opere (dalla circonvallazione di Trento in giù), sostituzione di lotti, accettazione del principio della “rendicontazione per parti di opera”. Insomma, ci hanno dato una grossa mano per non farci perdere neanche un centesimo. In cambio avevano chiesto tre cose: riforma della programmazione degli investimenti, gare su intercity e regionali, Rosco. Ora sfiliamo una delle zampe del tavolo. Dovremo capire nei prossimi giorni se non rischia di venire giù il tavolo, per esempio con un po’ meno di benevolenza nell’esaminare lo stato effettivo delle opere. Né l’Italia né la commissione Ue ci fanno una bella figura".

Il passaggio del quotidiano evidenzia come la Rosco fosse considerata uno dei pilastri dell’accordo con Bruxelles, insieme alla riforma della programmazione degli investimenti e alle gare per i servizi Intercity e regionali. La sua eliminazione potrebbe quindi mettere a rischio non soltanto il finanziamento specifico da 1,2 miliardi, ma anche l’atteggiamento più flessibile che finora la Commissione europea ha mantenuto sull’intero pacchetto ferroviario del PNRR, che vale circa 20 miliardi di euro.

Nei prossimi giorni sarà quindi cruciale capire se si tratti di uno stop definitivo o di una semplice revisione tecnica. In gioco non c’è solo una misura organizzativa, ma l’equilibrio complessivo del piano ferroviario italiano e la credibilità del Paese nel rispettare gli impegni presi a livello europeo.
Via ferrovie.info
 
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