Mondo Piccolo
Ci eravamo lasciati a fine tappa, davanti alla Casa del Popolo. Quale casa? Quale popolo? Non puo' che esserci una risposta: Brescello, ovviamente.
Ottant'anni fa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si tenevano le elezioni comunali a Brescello. Vinse un tale Bottazzi Giuseppe detto Peppone, di professione meccanico. Riparava trattori russi e automobili propulse a promesse elettorali, o cosi' narra la leggenda. In canonica, la notizia non viene presa bene dal prelato del paese, un tale Don Camillo. O magari era tutta un'invenzione.
I libri di Guareschi, in casa, giravano parecchio. Da bambino, quando andavo da mia nonna ("Le pattineeeee!", su quel parquet lei aveva eliminato gli attriti), i libri di Guareschi erano una delle cose che potevo prendere senza nemmeno chiedere. E, prima ancora di vederne i film, avevo gia' letto di Don Camillo, di Peppone, del Gesu' parlante e, ovviamente, del Grande Fiume. Il sole che picchia martellate in testa alla gente, le storie di quel
parva mundi che, a me, sembrava cosi' lontano da sembrare quasi mitologico. Mia nonna era stata sfollata, durante la guerra, in posti del genere e ne aveva un ricordo abbastanza dolce, per quanto potesse essere dolce una donna come lei. E qualcosa, un vago senso di nostalgia, m'e' rimasto addosso.
Abbiamo visto tutti i film, insieme, e sebbene siano invecchiati raccontano di un passato dove, a prescindere dalle divisioni ideologiche, era ancora possibile lavorare per il bene comune in uno spirito
bipartisan che ora sembra morto. I protagonisti di Don Camillo non erano persone perfette - uno manesco, l'altro non immune al fascino delle donne, entrambi con un tasso etilico da tassista kazako - ma era proprio questo che me li faceva piacere. Ne' perfetti ne' figghebbottana.
Avevamo deciso apposta di fermarci a Brescello e di non fare la benche' minima dose di ricerca. Il rischio di finire in un paese morto e stramorto, uno scheletro di case nella pianura, c'era. Dopotutto il borgo conta cinquemila anime a star larghi. Ma, non appena arrivati, ci si palesa questo, sulla scuola:
E forse, ma dico forse, le cose sono leggermente diverse.
C'imbattiamo in una specie di centro sociale autogestito, sembra di essere a Torino nel 2006.
Poi, di fianco al museo di Don Camillo, ecco l'M26 Pershing a ricordo del carro armato usato nel film
Don Camillo e l'onorevole Peppone.
Canyon ed io ci infiliamo persino in chiesa. Roba mai fatta da un decennio. C'e' un cartello epico, all'ingresso, firmato dal parroco, che dice "Tenete chiusa la porta altrimenti entrano i piccioni". Queste sono le vere esperienze di viaggio.
Dio ci vede, specialmente nel segreto del seggio... ma dov'e' LUI? Dov'e' il Cristo parlante?
Ah, eccolo. Non ci dice nulla, pero'. Sara' il caldo.
La piazza e' imballata. Un palco, un generatore diesel della Protezione Civile, sedie e tavoli ovunque. Prendiamo uno spritz al bar di Don Camillo, piazzato all'opposto della chiesa e di fianco a quello di Peppone, che ci promettiamo di provare, e il barista ci dice che si celebra la festa del santo patrono, San Genesio (ottimo nome per una marca di amari, o per una bici in acciaio), e che stasera c'e' la sagra e robe varie tipo le scuole di danza dei bambini, la presentazione della squadra di calcio locale - che non si chiama Dinamo, purtroppo - e via dicendo.
Fossimo in Piemonte rifuggerei le sagre, ma decidiamo di partecipare. Facciamo aperitivo poco distante, poi l'aperitivo diventa cena, apriamo una boccia di Lambrusco che scende che e' un piacere, e poi ci trasferiamo in piazza. Sul palco ci sono donne che cantano come se fossimo ad Amici di Maria de Filippi, la piazza e' gremita, bambini ovunque. L'aria e' fresca, c'e' un bel venticello. Iniziano le scuole di ballo, Canyon ed io ci sentiamo leggermente in imbarazzo a essere li', in mezzo a gente che si conosce, a guardare bambini non nostri che ballano sul palco. Ma scoviamo poco dopo un chioschetto che serve birra e alcolici vari. Prezzi popolari.
Ci dia ventordici Moscow Mule, buon uomo e' l'ordine del giorno. Ci mettiamo leggermente in disparte a goderci questa scena, telefoni rigorosamente in tasca. Il paese e' in festa, i bambini piu' grandicelli ballano, le famiglie se la contan su. Gli anziani demoliscono porzioni di tortello, i trentenni e quarantenni fanno capannelli con in braccio i bambini, ci sono Sikh e gente di colore che se la chiaccherano con famiglie autoctone, un idillio. Il programma e' andato a farsi benedire, si fa casino.
E forse, mi dico, quel piccolo mondo non e' mai morto. M'immagino Don Camillo e Peppone, seduti ai tavolacci dell'associazione di volontariato, a bersi il quindicesimo bicchiere di amaro e a fumarsi un mezzo toscano, mentre il paese festeggia e c'e' una brezzolina splendida. Non si sentono nemmeno le zanzare.
