[TR]: MXP-IST-BSR & BGW-IST-MXP con TK. Basra To Baghdad on the road.


Seaking

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1 Febbraio 2012
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Notevole e capisco quello che dici: a volte anche a me è capitato di passare in posti non luccicanti ma autentici, dove si vede la vita reale nei suoi lati positivi (tanta spontaneità, ad esempio) ed in quelli negativi (povertà, sporcizia, degrado).

Alcune zone fuori dai circuiti classici in Oman in cui sono stato ricordano molto le foto di Bassora, compreso il sorriso dei bambini che ti guardano sempre come se fossi una creatura strana, comunque sempre ben accolta.

Io comunque il fegato di andare in Iraq non ce l’avrei, invidio davvero il tuo spirito di avventura.
 

FLR86

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Bellissimo!
Avendo uno zio acquisito iracheno, e frequentando la sua cerchia di amici compaesani, è una destinazione che mi ha sempre affascinato! Pensa che molti di loro non ci tornano anche da 20-30 anni!

Super invidia!
 
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East End Ave

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13 Agosto 2013
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su e giu' sull'atlantico...
Straordinario racconto, grazie davvero.
Vivo di narrativa di viaggio, specialmente se in zone "difficili"; da Sepulveda a Bettinelli, da Terzani a Kerouac, da Rumiz a Kapuściński , la mia libreria scoppia di questo.
E oggi anche del tuo affascinante TR, descritto con rara capacita'!
 
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ilPrincipeDiCasador

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16 Febbraio 2009
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Basel
Lunedi, 7 Novembre – Ore 04:25

La mia prima notte iraqena viene interrotta dal fastidioso, martellante ed asfissiante suono della sveglia del mio iPhone. Alle 5 si parte per le Marshes.

Faccio una fatica bestia ad alzarmi. L’orario selvaggio, la stanchezza, la confusione per il fuso orario, le ossa raddrizzate dal materasso in acciaio inox, la temperatura della stanza stile Ojmjakon non mi aiutano. Ci metto qualche minuto a capire che il mio riposo è terminato e a convincermi che devo alzarmi. Se mi riaddormento addio alba sulla congiunzione tra Tigri ed Eufrate.
In una decina di minuti, mi lavo, mi vesto, preparo lo zaino, recupero la colazione a sacco e sono pronto. Ad attendermi c’è un bel Toyota Liteace, appena tagliandato. 700.000 Km al tachimetro, probabilmente almeno il doppio in realtà. L’odore di frizione bruciata non promette niente di buono. Ma qui siamo in Iraq, tutto si usa fino a quando va.

L’accordo è stato fatto ieri. Autista ingaggiato grazie all’aiuto dell’albergo. Resterà con me tutta la giornata. Mi porterà da Bassora a Najaf. In mezzo ci saranno le Marshes, le famose paludi alluvionali della Mesopotamia, la famosissima Ur con la sua Ziggurat ed un veloce stop a Nassirya per vedere la camera di commercio (capirete dopo perché).

Habib (il mio autista) ha già accompagnato altre persone sullo stesso itinerario, parla inglese (a modo suo) e per quanto possibile mi farà anche da guida. Sapevo della sua esistenza grazie ad internet ma non l’ho contattato prima del viaggio. Ho preferito farlo direttamente la sera prima in albergo e tramite l’albergo che guarda caso, lo conosceva. Ho rischiato che non fosse disponibile ma programmare il meno possibile ed improvvisare significa maggiore sicurezza in Iraq. Il rischio maggiore è quello di essere venduti. Si, avete capito bene. Venduti a gruppi di criminali, rapiti e nel caso peggiore uccisi. Anche se minimo, il rischio c’è. Quindi in generale è meglio che i miei spostamenti, i miei orari e le mie decisioni non siano noti molto prima di quando avvengano. A nessuno.

Saluto Bassora, mi affido alla buona sorte e parto con Habib, lo zaino, la colazione e tanto sonno alla volta di Al-Qurna. Le strade sono in buone condizioni, non c’è ancora traffico, è tutto buio. I 75km che mi separano dal mio primo traguardo giornaliero trascorrono in una monotonia generale tra i campi del sud dell’Iraq. Inizia ad albeggiare, mancano pochi km. Io intanto inizio a riprendermi e mangio la colazione (pane, formaggio e sciroppo di datteri). Arriviamo, parcheggiamo ed Habib mi mostra la strada.
Un piccolo sentiero mi porta qui. Dove tutto è nato.
Signore e signori, a sinistra il Tigri, a destra l’Eufrate

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Il panorama non è di quelli che lasciano senza parole. Il Po o il Ticino con la nebbia hanno un altro fascino. La verità è che qui c’è solo una scalinata, una bandiera dell’Iraq, il sole che sorge e loro: il Tigri, L’Eufrate e la Mesopotamia, roba da sussidiario delle elementari, cose che uno ha mediamente solo sognato. Famosi da sempre, secondi solo al sacro limo del Nilo, suscitano una strana emozione.

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Ritornando al pulmino fotografo anche questo, l’albero piantato dal profeta Abramo. Secondo la leggenda questo è il sito originale del paradiso biblico, il Giardino dell'Eden e questo è l’albero della conoscenza del bene e del male. L’albero dove Eva raccolse il frutto proibito.
Per ulteriori dettagli wikipedia o Bibbia, Genesi. Io qui vi racconto del mio viaggio.

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L’alba è ormai svanita. La luce è forte, il sole caldo. Sembra una giornata di inizio luglio ma il calendario segna 6 Novembre. Ci mettiamo in marcia, 40km, un altro paio di checkpoints filati lisci e senza troppe domande.
Finalmente siamo alle paludi. Habib mi dice: “Welcome to the Marshes”.

Nota: Le paludi mesopotamiche hanno una storia millenaria. Sono le paludi dove sono nate le prime civiltà. Oggi ospitano il popolo delle paludi, discendenti diretti dei Sumeri. Organizzati in tribù e confederazioni tribali, vivono raccogliendo canne, pescando e allevando bufali. Popolo massacrato da Saddam e dall’industria del petrolio, le paludi sono state anno dopo anno drenate e prosciugate per far spazio a pozzi, costringendo questo popolo ad abbandonare le loro case, trasferirsi e perdere la propria identità. Oggi qualcosa si sta facendo per salvare il salvabile, il flusso d’acqua verso le paludi è stato ripristinato, ma ormai in queste paludi vivono meno di 500 persone, all’inizio degli anni 50, erano mezzo milione.

Prima tappa, la casa museo del capo-confederazione

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Habib gli spiega in arabo che voglio fare un giro sull’acqua e vedere se possibile come vive una famiglia. 20 USD e in 15 minuti siamo on board.

Il boss, con thawb e kefiah

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Capo tribù, comandante, pilota, predicatore, allevatore, pastore, pescatore. Mi dà orgoglioso il benvenuto a bordo della sua mashoof.

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Pescatori

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Case e capanne tipiche

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Tra canali, bufali e fango arriviamo qui:

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Veniamo accolti da questa famiglia che vive in una capanna tra oche, bufali e mosche.

Mi invitano a vedere la loro casa. Non ho tante parole. Mi sembra di fare un salto in un’altra epoca, in un altro mondo. Qui l’unica cosa che mi fa capire che siamo nel ventunesimo secolo è lo smartphone del capofamiglia. Il resto è preistoria.

Interni, unica stanza che fa da cucina, salotto, stanza da letto. I bagni? All’esterno, tra i cespugli o nei canali.

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Esterni. Solo bufali, che forniscono latte. Altre cose, tipo riso e farina vengono scambiati con gli altri abitanti della zona. Loro danno un litro di latte ed in cambio ricevono un kg farina. Sistema abbastanza collaudato e chiaro segno che le criptovalute non sono ancora arrivate qui.

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Padre e figlia

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Figlio

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La mamma? No, le donne non si possono fotografare.

La mia presenza porta aria di festa. Ad un certo punto arriva un’altra barca con altre persone a bordo. Portano del formaggio, dello sciroppo di datteri, tè caldo. Mi offrono la colazione. Questi non hanno nulla, nulla e ancora nulla ma mi stanno offrendo la colazione. Il pane è home made, purtroppo. Capirete cosa voglio dire tra poco quando dico purtroppo.

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Per ragioni di sintesi non posso condividere tutto quello che ho visto. Ci sarebbe da scrivere un libro. Due cose mi colpiscono maggiormente:

un disegno appeso alla parete fatto dalla figlia grande che in questo momento è a scuola. Tutti noi abbiamo disegnato la nostra casa. Anche lei.

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Ed una storia di sostenibilità da cui dovremmo prendere esempio. Le bufale producono latte ma anche merda. Tanta. I signori delle paludi, nonostante dormano sul petrolio usano combustibile green.

Lavorano lo sterco a mano e lo seccano al sole

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Quando è secco, lo bruciano per scaldare i fornelli. Piastre ad induzione high-tech.

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Fin qui, tutto ok, siamo al limite ma siamo ancora nella legalità. Quando la piastra è rovente, viene spostata dal fuoco e l’impasto di farina ed acqua viene posato sulla piastra, la massa inconsistente solidifica ed il pane inizia a cuocere.

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Il bello viene adesso, quando il pane è nelle fasi finali della cottura. Lo sterco incenerito viene messo a contatto diretto con il pane per ultimare la cottura. Stiamo parlando di cenere, ma cenere che qualche minuto fa era merda. Non so se posso farcela, ma mi sa che non ho scelta. Li offenderei a morte, lo hanno preparato per me. Mi sa che stasera il kebab lo prendo al gusto imodium.

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La colazione di prima, prevedeva anche questo pane caldo, fumante ed aromatizzato. Chiudo gli occhi e butto giù sciacquando con te bollente e pregando i miei anticorpi di tirare fuori le sciabole e combattere.

Resto ancora qualche minuto in compagnia di tutta questa gente, mi chiedono qualche foto, selfie di rito con il capo e si riparte.

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Nel tragitto verso la terra ferma incontriamo qualche bufalo

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E qualche altro indigeno

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Arriviamo alla base passate le 11. Habib è già pronto per la prossima tappa. Il traffico di Nassirya.
Salutiamo the king of Marshes, lo guardo negli occhi senza dire nulla. Gli stringo le mani per ringraziarlo di avermi regalato una esperienza unica. Gli metto tra le mani altri 10 dollari, fa quasi fatica ad accettarli, poi capisce che sono nulla per me, tanto per lui.
Ci mettiamo in marcia, in 20 minuti siamo qui. La camera di commercio di Nassirya.

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Questo edificio anonimo è stato costruito da poco. Prima qui c’era la Multinational Specialised Unit. La prossima foto vi farà sicuramente capire meglio cosa possa provare ad essere qui.

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Nota: Le due foto precedenti non sono mie. Una per ovvie ragioni, l’altra perché la camera di commercio era protetta dai militari e non sono riuscito a fotografarla. Ho preso una foto da internet per testimoniare come sia stato cancellato il sacrificio di 28 morti di cui 18 italiani. Nemmeno una targa, niente di niente. Fa tristezza ma capisco anche la voglia di cancellare un passato vicino ed ancora molto doloroso.
Usciamo dal traffico di Nassirya e ci dirigiamo verso l’antico tempio sumero di Ur. La famosissima Ziggurat si apre davanti ai miei occhi nella sua immensità

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Mi avvicino e inizio la scalata

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Dall’alto, solo una immensa distesa di sabbia che copre la città che 4000 anni fa era la più grande del mondo.

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E’ ora di andare, ritorniamo verso Nassirya per mangiare e bere qualcosa e poi ripartiamo per Najaf. Pasto semplice a base di agnello. Unica cosa degna di nota, l’acqua. Water source: Tigris River.

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I 240 km tra Nassirya e Najaf passano lenti tra checkpoints, deviazioni, lavori in corso, noccioline comprate in uno shop a bordo strada. Il tempo sembra scorrere lentissimo, il paesaggio è sempre lo stesso, l'orologio segna sempre la stessa ora. Sono teso, questa non è la strada piu sicura dell'Iraq e oltretutto il Toyota Liteace sembra mantenersi in marcia solo grazie alla mano di Allah. Superati i 70km/hr i rumori e gli odori sono tragicomici. Habib sorride e continua a dirmi "No problem". Sarà, ma se restiamo a piedi qui è big problem.

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Arriviamo a Najaf che è ormai buio. Quasi non ci credevo più, stupito penso che il pulmino sfondato ha fatto il suo lavoro l'ennesima volta. L'ansia finalmente cala, Habib mi porta in albergo, durante il tragitto ci accordiamo anche per i giorni successivi. Lui, infatti, fra qualche giorno sarà a Baghdad e potrà accompagnarmi a Samarra. Ci scambiamo i numeri di telefono, saldo il mio conto, mancia di rito e arrivederci.

In albergo vengo accolto da una massa di pellegrini, c’è gente ovunque. Najaf è seconda solo alla Mecca e Medina in quanto a traffico di musulmani, qui infatti, c’è la tomba dell’Imam Ali, cugino di Maometto ed un immenso santuario a lui dedicato.
Mentre cerco di capire qualcosa, mi infilo tra la gente alla reception e dopo 20 minuti sono finalmente in camera, pulita e con un bel letto comodo.

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Pit stop veloce e nonostante la stanchezza parto alla scoperta della città. L’albergo è a due passi dal santuario dell’Imam Ali, aperto 24 ore su 24. L’ingresso non è semplice. Sono solo, evidentemente non musulmano e con un telefono in mano che non sembra ben accetto. Perdo un sacco di tempo tra controlli, deposito scarpe e spiegazione in arabo delle norme per non musulmani. Annuisco, non ho capito nulla ma poco importa, io voglio solo entrare.

Dopo circa un’ora sono qui

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Le foto non rendono l’idea dell’atmosfera incredibile. C’è gente che prega, gente che mangia con gli amici, gente che celebra funerali, gente che canta. Purtroppo, scattare foto non è semplice, sono tutte “rubate” e venute male. Qui un gruppo di Pakistani che cantava battendosi il petto.

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Gli interni. Tra oro massiccio e diamanti c’è da restare a bocca aperta.

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La cosa che mi sorprende è il numero di funerali in corso. Sapevo che Najaf fosse il più grande cimitero del mondo (che visiterò domani) ma non mi aspettavo così.

Il motivo è che tutti gli Sciiti del mondo pagano per essere seppelliti a Najaf e tanto più la tomba è vicina alla moschea, tanto più alto è il costo del funerale e della tomba stessa. Da quello che ho capito è un business per parecchia gente, forse dopo il petrolio e i datteri, i funerali sono la terza voce nel bilancio dell’Iraq.
La meraviglia è immensa, credo di aver visto tale ricchezza solo altre poche volte in vita mia, le foto (poche) non rendono giustizia all’immensità che ho intorno. Dopo un’ora a girare tra la gente, unico occidentale, decido di allontanarmi e di lasciare il santuario. L’unica cosa che faccio prima di andar via e recuperare le mie scarpe è ancora una volta fermarmi a ragionare su quella che è stata la giornata, la traversata in una zona off-limits, una mattinata nella povertà estrema, una serata in una moschea fatta di oro e pietre preziose. I contrasti, tipici di questa parte del mondo, qui mi sembrano ingigantiti.

Prima di andare in albergo, mi ricordo di non aver cenato, non ho fame ma sarebbe stato meglio mangiare qualcosa. Attraverso il souq, vedo zucchero ovunque, c’è solo roba da far rabbrividire tutti i dentisti del mondo, distese di baklava, dolci pieni di miele, creme, kleicha. Nonostante l'attraente e perfetta disposizione, rinuncio.

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Sono ormai le 23 passate quando sulla strada del ritorno due ragazzi mi chiamano. Mi invitano in una sorta di bar a fumare con loro.

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Li ringrazio, spiego che non fumo, mi regalano un succo di frutta e dei datteri.

Chiudo così il mio secondo giorno in Iraq. Rientro nella mia camera e al limite della devastazione, dopo quasi 20 ore dalla sveglia di stamattina, spengo la luce.

Buonanotte. Domani, sarà un'altra lunga giornata.
 

Seaking

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Quelli dell'ultima foto mi hanno fatto ricordare la scena di Mediterraneo col turco che fa fumare hashish a tutta la combriccola al suono di "una faccia, una razza"...

Va da sé che io avrei avuto una strizza incredibile di essere scambiato per un qualche tipo di agente straniero (non esistendo in pratica alcuna forma di turismo laggiù), con la concreta possibilità di essere venduto per poi chiedere un riscatto al governo di turno.