Trip Report

(Ostinatamente) verso Kashgar

Prima tratta

Compagnia aerea: Aeroflot (SU)

Classe di viaggio: Economy

Aeromobile: Airbus A330-300

Da: London (Heathrow Airport) - LHR

A: Moscow (Sheremetyevo International Airport) - SVO

Seconda tratta

Compagnia aerea: Aeroflot (SU)

Classe di viaggio: Economy

Aeromobile: Airbus A320

Da: Moscow (Sheremetyevo International Airport) - SVO

A: Osh (Osh Airport) - OSS

0. Antefatto: mai fidarsi del messicano.

Tutto ciò che ha un inizio ha una fine, si sa. Così com’era iniziata nel 2016, la mia passione per l’Asia centrale doveva finire, e ho deciso che sarebbe finita quest’anno, con un ultimo viaggio in cui volevo completare tutto ciò che, fin’ora, non m’era riuscito. Un bel trekking negli Alay, o nel Pamir. Passare il confine cinese. Entrare in Turkestan, oggi meglio noto come Xinjiang. Vedere Kashgar.

Passa il tempo e si forma un itinerario. Londra-Berlino-Mosca-Osh, trek, poi Kashgar, treno per la depressione di Turpan, e di lì Urumqi, Almaty, Kiev e casa. Almeno, questa era l’idea, pagata e tickettata. Ma vi dico che, qui, i piani sono andati tutti a ramengo.

Iniziamo un bel venerdì sera a Londra. Cena tra amici, domani si parte. Qualcuno ha deciso di trovarsi a Oxford Circus – scelta infelice – e di mangiare da Wahaca, ristorante pseudomessicano. Scelta infelicissima. Il mattino dopo mi sveglio come uno di quei putti che, nelle fontane neoclassiche, sputano acqua. Solo che acqua non è. Il volo per Berlino sarebbe di li a tre ore e, no, non andiamo a Berlino Beppe.

Cancello ciò che posso, bruciando un trecento sterline che l’assicurazione non mi rimborserà mai (impossibile andare in ospedale e, in questo paese, i dottori non vengono a domicilio) e torno a dormire. Il trekking è morto, ma posso ancora salvare la parte cinese del viaggio.

Il giorno dopo, ripristinato l’equilibrio delle mie delicate budella, compro un LHR-SVO-OSS con Aeroflot, direttamente in aeroporto, dopo aver ricevuto conferma da un giovane Leonid Brezhnev che, no, il visto russo non serve. Parto martedì 9. Il resto dell’itinerario sembra intonso, o almeno così penso. Beata ingenuità.

1. Putin airways

L’appuntamento per questi viaggi sembra sempre essere il T4.

Sono già passato da LHR da quando non sono più “addetto ai lavori” ma rimane comunque una sensazione ben strana. La vista, dal caffé Costa, è questa, col 787 Virgin di ordinanza, anche lui in attesa che Rolls Royce re-impari a fare motori. Malaysian se ne va con un 350 nuovo ma già sporchino.

Dalla terrazza si vede il nostro ferro: oggi Aeroflot è scesa col pezzo grosso, l’A333.

L’imbarco è puntuale, e il taxi corto. La clientela é russa all’80% col resto passeggeri in transito per Asia e altrove. Notevole la potenza di certi infanti che urleranno a 150db per tutto il decollo. Pitch non proprio chilometrico, su ‘sto coso un longhaul sarebbe doloroso.

Aeroflot la fa da padrone nella regione. Stranamente, questa è la prima volta, per me, con loro.

Grazie neh

Volendo c’è il wi-fi, ma io son barbone e decido di non usufruirne.

Note negative: IFE non disponibile gate-to-gate, non si possono usare le proprie cuffie, quelle fornite da Aeroflot sono infamissime. Ah, e non c’è la birra. Quattro stelle Skytrax?

Però abbiamo la telecamera, che inquadra con risoluzione da TV Color Mivar annata 1988 il Concorde.

E anche la porta Ethernet, accoppiata a quella USB cui attacco il mio nuovo vecchio aifon, passatomi con pietà dalla cognata. Batteria con durata misurabile in petosecondi, ma almeno posso ascoltare la mia Ottima Musica.

Comunque abbiamo i menù, vegetariani aggiustatevi.

Rancio: mangiabile, primo caprone della vacanza, e primo pensiero al Gaviscon. Acqua al gusto di fango in bicchiere anonimo per me, con falce e martello per la vicina: gombloddo!!!!

Stiamo arrivando con anticipo nibelungico quando, purtroppo, facciamo un filotto di holding da qualche parte sopra la Bielorussia, col risultato di perdere mezz’ora.

Atterriamo e, ovviamente, siamo ai remoti. Sono 50 metri per il terminal, ma è Cobus per noi; anche se, va detto, l’ingresso al terminal è parecchio lontano.

Il transito si sbriga in un secondo e sono a SVO terminal D, credo. Il posto è uno zoo, sembra Atatürk in una giornata no, pieno di gente che grida spinge e urla. Provo a connettermi al wi-fi e ovviamente o si è russi o si deve ricevere un SMS (che non mi arriva) o una chiamata (neppure lei). Lascio perdere, perché il mio ferro per Osh é pronto. Ai remoti, ovviamente.

Saltiamo sul Cobus e trottiamo per una buona ventina di minuti; ancora un po’ e arriva Lukashenko a chiederci il visto; alla fine, proprio in fondo, tra un 777 e un 320 sigillato, ecco il nostro ferro.

La livrea SU è proprio bella, anche se arancio e blu non mi convincono. Sono accostamenti che solo le guardie svizzere possono osare.

Il trabiccolo è stretto, mazza se è stretto. Quella decina di cm di differenza col 320 si vede, e si sente. Soprattutto oggi che il volo é pieno e di fianco ho il mio solito vicino di posto, ex olimpionico di canoa che si dimena come un’anguilla.

La clientela di questo volo è come me la immaginavo: 90% emigranti di ritorno dalla Russia, 5% russi in viaggio di lavoro, 5% turisti. Di questi si vedono un trio di russi dall’aria da alpinisti (e infatti uno mi dirà che stanno andando a farsi il Pyk Lenina), un paio di francesi e il sottoscritto.

L’aereo ha wifi ma serve una app specifica. A saperlo prima…

Rancio, servito abbastanza in fretta, e poi si prova a dormire. Inutilmente.

L’arrivo ad Osh è alle 4 di notte; dall’ultima volta è apparso un capannone per gli arrivi quantomeno decente.

Rientro alle partenze, e li trovo il cambiavalute; fatto ciò, si sta facendo l’alba. Ammiro la bellezza del cartellone della nazionale kirghiza di calcio – trova l’intruso – e poi si fa l’ora di andare a vedere la prima cosa in lista, qualcosa che avevo visto anni fa ma che, purtroppo, non m’era riuscito di ammirare da vicino.

2. Ilyushin abbandonati e Daewoo rotte

Dunque, siamo a Osh e l’obiettivo, in questa vacanza che altro non e’ se non una lunga lista di cose da fare, e’ di avvicinarci a questi cosi qui:

Se andate su Google Maps vedrete, appena piu’ in giu’ dell’aeroporto di Osh, un assembramento di aerei caoticamente parcheggiati in una stradina che, dal satellite, sembra un tratturo. Come siano arrivati li, chi li abbia portati, che ci facciano e’ un mistero di quelli che solo l’Asia centrale sanno porre. Il fatto e’ che son li, e vanno visti.

Cammino veloce sul vialone che porta all’aeroporto, fino a una viuzza che, da Google maps, dovrebbe arrivare sulla destra. E infatti eccola qui. Procedo lungo la viuzza, fino a quello che, sempre da Google, dovrebbe essere un campetto sportivo. Ed infatti eccolo, il campetto della Fulgor Osh, campionato di Eccellenza per la regione di Jalalabad. Dietro ai cipressi, oltre le bottiglie abbandonate e i pacchetti di Merit vuoti, oltre la pista per BMX, eccoli qui.

La luce e’ debole – sono le 5 – e sbaglio tutti i settaggi, ma eccoci qui, faccia a faccia, con una turba di Ilyushin 76, di Antonov 12 e magari anche qualcos’altro. Tutti qui, abbandonati da non si sa quanto o perche’. L’intero paese e’ gonfio di detriti sovietici, che solo ora sembrano sul punto di sparire: e’ difficile sottovalutare l’impatto del collasso dell’URSS, persino a distanza di trent’anni.

Ritorno in aeroporto e, dopo una giusta contrattazione, trovo l’ennesima automobilina giapponese che mi porta in citta’, in Zainabetdinova, dove partono le marshrutka. Da qualche parte dovrebbe esserci anche quella per Sary Tash.

E’ ancora presto, e decido di fare un giretto. La citta’ e’ cambiata impercettibilmente; alcuni Khrushchyovka, i commieblocks che sono legione in queste parti, sono spariti e con essi i mosaici futuristici che raffiguravano cosmonauti e razzi. Pero’ Misha l’orsetto assassino delle Olimpiadi del 1980 e’ ancora qui, pronto ad esigere il suo tributo di sangue.

C’e’ un problema. Non si trova una marshrutka. Chiedo in giro, e pare che oggi non ci sia nessuno che abbia voglia di andare a Sary Tash. Trovo un tassinaro meno faina degli altri, contratto un prezzo di 3000 som (prezzo di partenza 10000), vengo accompagnato alla solita Daewoo Matiz che ha visto piu’ fossi e cipressi che autofficine e partiamo. Il taxista, che chiameremo Robert per semplicita’, sembra un brav’uomo e la sua auto un rottame.

Prendiamo la via di Sary Tash e andiamo a, come si dice a Madrid, paso adelante [cit.]. Preso dalla curiosita’ getto un’occhio sul cruscotto e vedo che tachimetro, contagiri sono fermi a zero, cosi’ come l’indicatore del serbatoio. Immagino che siano tutti rotti, perche’ chi e’ che e’ cosi’ cojone da farsi 180km senza benza?

Robert.

La Daewoo muore, letteralmente, a 100 metri da un benzinaro, in salita. Robert ha studiato fisica newtoniana e, al prezzo di solerti bestemmie, gira la macchina e sfrutta l’accelerazione di gravita’ favorita da un piano inclinato per portarci a una pompa piu’ a valle, dove gli sgancio 500 som per far benzina. Tutto apposto?

Manco per sogno.

La Daewoo non va, il motorino di avviamento non si carica. Scendiamo fino a una specie di elettrauto, dove Robert e un pover’uomo provano 3 volte a caricare la batteria con i cavi, ovviamente cavi arrubbati dalla rete di un pollaio. Mi butto anch’io e, al prezzo di qualche scossa, proviamo 15 volte. Niente da fare; attingendo alla mia vasta esperienza motoristica decido che la Daewoo e’ bell’e fottuta. Allungo qualche soldo a Robert, che si scusa profusamente, e decido di mettermi nelle mani della provvidenza lungo la strada. Abbiamo fatto si e no 20km.

Fossimo in un qualsiasi altro paese, il barometro sarebbe su sdoganamento da drio. Ma questo e’ il Kyrgyzstan; nulla funziona come dovrebbe, ma tutto – in un modo o nell’altro – va. Incluso l’autostop.

Il segreto e’ quello di piazzarsi a bordo strada e, all’appropinquarsi di un’auto, estendere il braccio e fare un gesto alla comsi’ comsa’ con la mano (darari-darara, cit. pure qui). Non c’e’ da attendere molto prima che il cumenda di turno, alla guida di una Toyota famigliare enorme col navigatore che parla in svedese, si fermi e si offra di portarmi fino a Gulcha, a meta’ via. A bordo, assieme al Barambani, c’e’ la di lui consorte, che si offre di passarmi la borraccia del kumyss.

Arriviamo a Gulcha in tutto comfort e i due accettano a malincuore un obolo di 100 som (gliene avevo dati 500 e me ne hanno ridati 400 di resto). Cammino per un po’ lungo la via che porta a Sary Tash, ammirando statue e la meravigliosa opera d’arte che e’ la casa qui sotto, dotata di primo piano in legno di balsa e container. Renzo Piano ha avuto un durello alla vista, mi dicono.

Il tempo e’ ottimo, la temperatura perfetta e c’e’ abbastanza traffico. Alcuni sono pieni, altri non vanno fino in fondo a Sary Tash, ma alla fine arriva lui:

Un Kamaz. Tonnellate di pura, purissima ignoranza sovietica alimentata a nafta, guidato da un simpatico signore chiamato Murat che, si, e’ diretto a Sary Tash. Salto su.

Il viaggio e’ fichissimo. La vista, dall’alto, e’ meravigliosa. Il comfort di bordo e’ da centro di detenzione della CIA, con quei sedili sfondatissimi ricoperti di plaid pelosi che sono 80% lana di vetro e 20% sudore, ma c’e’ un venticello fresco e Murat e’ un fenomeno di savoir faire trasportistico: una mano sul timone e l’altra a, alternativamente, cambiar marce, telefonare al collega con cui viaggia in convoglio, grattarsi la pancia o i piedi.

Ci fermiamo a fare nafta nel ridente paesello di Gagarin, che qui vi propongo.

Poco dopo arriviamo a un passo, che si presenta con corollario di tornanti; uno Stelvio in miniatura.

Murat, per far capire che, lui, dei tornanti se ne frega, pesca con la mano libera un cubo di Rubik e inizia a lavorarselo. Non mi credete? Ecchivelo.

Poco dopo arriviamo al pianoro dove, di li a poco, apparira’ Sary Tash.

Eccolo.

Murat mi sbologna all’incrocio tra le vie per la Cina e il Tajikistan, e rifiuta i miei 500 som. Gli stringo la mano e scendo. Un galantuomo.

3. Pamir, Pamir, fortissimamente Pamir.

Lo ammetto. Io amo questa parte di Kyrgyzstan. E come tutti quelli che amano qualcosa sono disposto, anzi dispostissimo, a ignorarne i difetti (pulizia, immondizia qui e là, igiene) perché, porca miseria, guardare per credere.

Ah, diventerà pure meglio.

Un altro difetto di ST sono le strutture alberghiere – vabbè gli homestays – che variano dal lurido al criminalmente sporco. Ora non più, grazie a Pamirextreme. Shamurat é un venticinquenne alto un metro e una banana, ma con gran voglia di fare; la sua casa non sarà completamente a norma, ma ha doccia, bagno all’occidentale, riscaldamento, wifi e mezza pensione per $20. Mica male.

L’altro motivo per amare questa zona è che è quasi completamente priva di stronzi. Oddio, immagino ce ne siano, ma io ancora non li ho visti. Prendi per esempio gli ospiti in questa sera: Roberto, idraulico bresciano che passerà un mese a guidare la sua moto per queste montagne; Dieter, tedesco anche lui motociclista; Simon, tedesco pure lui con una Land Cruiser 70 adattata camper, con cui sta andando overland in Mongolia. Infine abbiamo Yves e Simone, pensionati francesi che, invece di rimanere a Grenoble a votare Marie le Pen, hanno un sidecar Ural con cui sono partiti dalla Francia. Loro partiranno stasera diretti al campo base del Pyk Lenina, mentre noialtri rimarremo qui, a chiaccherare e bere tè. Adoro serate come questa.

Prima, però, un giro di Sary Tash al tramonto, quando l’aria si fa frizzolina e gli armenti tornano in stalla.

Ed ecco i Pamir al tramonto.

Ma rieccoveli anche all’alba.

Come sempre accade in queste zone, la compagnia si sfalda una volta fatta colazione. Io vado in Cina, i tedeschi verso Osh, Roberto in Tajikistan. Ma questa è una storia per la prossima volta.

4. Nel regno della paranoia.

A meno che non abbiate deciso di diventare coinquilini di Patrick Starfish sotto al sasso di Bikini Bottom saprete tutti della situazione in Xinjiang. Saprete dei campi di concentramento per uiguri, della sinizzazione forzata, del controllo, del “surge” delle forze di sicurezza a seguito di molti, alcuni invero scioccanti e sanguinosi, attentati islamisti commessi dentro e fuori la regione.

Perché andarci?

La risposta è la stessa che ho dato a chi mi chiedeva la stessa domanda per Aralsk o per Ramallah e Betlemme. Per vedere coi miei occhi e, forse, per capirci qualcosa.

Ma andiamo con ordine. Questa é la cronaca, fredda cronaca, del mio ingresso in Cina dal varco di Irkeshtam. E’ un post lungo e con poche foto, per ovvi motivi.

Shamurat si offre, per $50, di portarmi al confine e fino alla fine della “terra di nessuno”. La strada, per arrivarci, é di una bellezza che fa male. Questo é il mio ultimo viaggio in Kyrgyzstan, ma sembra che il paese mi stia dicendo ”Eddai, ancora una volta”. Questo paese è crack.

In Kyrgyzstan ci sono tre controlli: uno all’inizio della zona di confine per accertarsi che si abbia o un permesso speciale o si voglia andare veramente in Cina; il confine vero e proprio; un ultimo milite alla fine della parte di competenza kirghisa. Sbrigo tutto in un’ora e mezza dalla partenza da Sary Tash.

E poi inizia il bello.

Controllo n.1

Mi inerpico su per una salita, usando un sentiero per capre che aggira i tornanti indicatomi da un complice camionista. I camion sono ovunque, in una fila enorme verso la Cina. Ricordiamoci che questi camion o sono vuoti o portano carbone.

Il primo controllo è alla cima del crinale. Filo spinato in triplice fila ovunque. La strada è delimitata da una barriera metallica con in cima filo spinato e rete elettrificata. Su una collina ci sono slogan in cinese, e una mappa del paese disegnata con le pietre.

Un soldato sta in una garitta di metallo e vetro, piazzata in pieno sole. È comprensibilmente incazzato di dover essere lì a guardarmi e a scrivere i miei dati in un libraccio. Fatto questo mi tira il passaporto indietro, grugnisce qualcosa al mio ”xie xie”. Penso di dirgli ”Viva il grande timoniere!” ma decido di non fare il pirla: il consiglio ricevuto da chi ha fatto questo confine prima è PSC: Patience, Smiles, Compliance.

Controllo n.2

Il secondo controllo è pochi passi dopo il primo. Una Portakabin della polizia, decorata con lo slogan Sunshine service, che suona brutto quanto sembra. Dentro ci sono 5 poliziotti e i loro equipaggiamenti. Il mio passaporto viene passato di mano in mano, di nuovo vengono trascritti i dettagli su un registro e, nel frattempo, mi spiegano i passi successivi. L’immigrazione è a 24 km di distanza, e non posso andarci da solo. ”You get lost”. Come possa perdermi, considerando che c’è una strada e un reticolato che non posso scavalcare, ma sorvoliamo. I poliziotti si offrono di mettermi su un camion, e di li a poco arriva Rakhmat, direttamente dall’Uzbekistan. Lui sembra felice di avere compagnia e, ovviamente, finiamo a cantare Toto Cotugno insieme.

Mi aspettavo di procedere abbastanza spediti ma, no, l’intero percorso è un ingorgo di camion. Solo in ingresso, nessuno in uscita. Rakhmat la prende con filosofia, ma si vede che è esasperato: Uzbekistan e Kyrgyzstan timbrano e via, mi dice. ”Khitai, stop stop stop. Blyat.”

Rimaniamo fermi per un’ora sotto al sole, parlando – per modo di dire – col resto del convoglio uzbeko. Mi offrono caramelle, tè, pane. Ad un certo punto – siamo entrati in camion di nuovo, sembra che le cose si stiano per muovere – Rakhmat si sporge dal finestrino e grida qualcosa. ”Italiano, tùrist, tùrist!”. Poi si gira, indica in basso e fa ”Fabr’ssio, taxi, davai!”. Scendo e vedo che il “taxi” fermato da Rakhmat altro non è che un SUV della polizia, con a bordo un milite sorpreso di vedermi quanto io lo sono di lui. Ringrazio Rakhmat e corro su; tutti gli uzbeki mi salutano mentre percorriamo in minuti il percorso che loro prenderanno ore a fare.

Controllo n.3

L’immigrazione è un capannone enorme: da un lato c’è l’enorme macchina a raggi X che ispeziona tutti i camion, dall’altro la zona pedoni. Un donnino in divisa nera mi invita dentro.

Sono l’unico cliente e ho due poliziotti a prendersi cura di me: il donnino ispeziona il passaporto, poi procede ad accedere al mio telefono con una scatola che collega alla porta dell’iPhone. No spyware, stranamente. Poi è il turno della macchina fotografica. Il monsù, invece, mi interroga usando un’app per tradurre, in maniera blanda. L’umore è rilassato, l’unico problema è spiegare dov’è il Cile: le foto delle vigogne sono rimaste nella camera.

Controllo n.4

Questo è l’anteprima di qualcosa che diventerà molto famigliare: una combo raggi X, metal detector e gate biometrico, che però non sembra funzionare bene coi passaporti. Ce la caviamo in minuti con l’aiuto della poliziotta.

Controllo n.5

Apertura completa dello zaino ed ispezione di ogni suo singolo contenuto. La faccenda discende in cabaret quando devo spiegare le varie medicine. Sono al tavolo, davanti a me ho 3 poliziotti, donnino incluso, più quello dell’app che non riesce a smettere di guardare le vigogne. Pescano l’Imodium e mi chiedono di spiegare a che serve. Mimo ciò che blocca e muoiono tutti dal ridere. Poi è il turno del Gaviscon. Risate omeriche. La faccio breve: ora che finiamo col Dioralyte e l’Aspirina il donnino sta piangendo dal ridere e un altro è sul punto di avere una sincope.

Il passo successivo è la dogana a Uluqqat, 180km più in là. I miei nuovi amici mi presentano un omino, che risulta essere tassista.

Nel suo finto Nissan Vanette ci sono altri tre viaggiatori: due Han e un kirghiso di nome Ulug; 100 yuan e siamo in marcia, non prima dei

Controlli 6 e 7.

L’autostrada è interrotta da una specie di autogrill/casello autostradale, che però è in realtà un checkpoint. X-ray, detector, varco biometrico, non un Camogli in vista e in più tutti i dettagli sono di nuovo scritti a mano su un registro. I poliziotti sono spesso uiguri e non hanno chissà che dimestichezza con cirillico o latino, per cui… sono dolori.

Nel frattempo uno dei due Han dice Mobbasta, me faccio la Residence dei povery [cit.]

Controllo 8.

La dogana!!! La Cina marcia sull’orario di Pechino, due ore avanti il Kyrgyzstan. Arriviamo allo svincolo per Uluqqat alle 3 meno 10; su internet ho letto che la dogana chiude dalle 13 alle 16 per “pranzo”, e infatti c’è la consueta coda di camion. Parcheggiamo all’ombra di un sovrappasso e aspettiamo. Le tre. Tre e mezza. Quattro. Quattro e un quarto. Quattro e mezza. Niente.

Alle cinque meno venti al nostro si chiude una vena e, spinto da solenni zooteologismi, supera tutti i camion in sosta e arriva davanti al cancello. Due militi arrivano, aprono, entriamo. Il cancello si richiude. La dogana è enorme e ci siamo solo noi.

L’interrogatorio è abbastanza lungo, ma amichevole, e finisce con uno dei doganieri che mi fa ”You number 1 cool guy”. Di ‘sti tempi bisogna trovare i complimenti dove si può. Deciso ciò, andiamo al controllo successivo.

Controllo n. 9

Questo è il vero controllo passaporti, quello che si fa all’aeroporto a Shanghai o Pechino. I miei nuovi amici sono tutti riuniti intorno al capoccia in consolle, un kazako a giudicare dai lineamenti. L’indaffaratura generale mi fa temere uno sdoganamento da drio [cit.] ma, in realtà, volevano attivare i comandi vocali in italiano. Alla fine il documento è stampato e siamo dentro. Finita?

No. C’è ancora tempo per

Controllo n. 10

Ispezione dello zaino. E per, una volta usciti dalla dogana,

Controllo n.11

Ispezione del passaporto in un cabinotto appena fuori dal cancello.

E per gradire, aggiungiamo anche

Controllo n. 12

Dieci metri dopo l’11, trenta dopo la dogana, nuova session di foto e trascrizione dei dati in un registro, il tutto allietato dall’arrivo di 15 camionisti kirghizi che hanno impiegato due giorni a farsi la trafila.

Fatto ciò, il finto-Vanette ci lascia a una stazione di bus e taxi. Entro, non prima di aver passato il

Controllo no. 13
Per mano di due poliziotti armati di fucile, e compro un biglietto per Kashgar. Un brav’uomo si prende a pietà e mi accompagna fino allo spiazzo da cui partono le auto: chiedo in giro e mi indicano una berlina con già su 3 passeggeri, tra cui il fratello minore di Jabba the Hutt, seduto vicino a me. Partiamo e sono solo 95km per Kashgar. Ovviamente non possiamo esimerci dal fare

Controlli n. 14 e 15

Ancora altri finti autogrill, X-ray e metal detector. Per gli indigeni è semplice, uno semplice pass della carta d’identità e via; per me invece ci va la trascrizione sul libraccio, domandine e domandone. Mi chiedono l’hotel e gli dò la stampata in cinese: peccato sian tutti uiguri e non sappiano leggere; va trovato uno studiato. Il tassista mi ricopre di parole che non credo siano complimenti, io rispondo a tono in italiano e tutti trovano la cosa divertente. Jabba inizia a dormirmi sulla spalla.

Alla fine, nove ore dopo la partenza, vengo scaricato alla stazione dei bus di Kashgar. Ho bisogno di lavarmi, di dormire e di alcol. Soprattutto alcol.

5. Kashgar

Ci eravamo lasciati alla stazione dei bus di Kashgar. Credevo di aver fatto le cose per bene, prenotando un hotel su Booking.com e, cosa ancor piu’ furba, stampandomi l’indirizzo di tale hotel in cinese. Credevo.

Il problema e’ che tutti i tassisti che trovo sono uiguri, e nessuno sa leggere il cinese. Il primo mi dice ”Boh”. Il secondo scuote la crapa e va via. Il terzo si stringe nelle spalle e mi fa la sua faccia da Bambi dopo che i cacciatori hanno ucciso la mamma. Il quarto, piu’ intraprendente, chiama un ragazzino, si fa spiegare la situazione e mi dice di si’.

Arriviamo dove devo arrivare e l’hotel, scopro, e’ chiuso. Richiamato dai miei zooteologismi un omino esce dalla penombra e mi dice di andare oltre il lago, dove l’hotel dovrebbe essere. Vado, passo due ore a camminare sotto al sole (Kashgar gira sull’ora di Pechino, ma in realta’ dovrebbe stare due ore indietro rispetto ad essa) e, alla fine, per disperazione, entro in un posto che sembra un caffe’, popolato di perdigiorno. E’ l’hotel. Ha cambiato lochescion e nome, ma cosa stiamo a sindacare.

Al momento del check-in mi vengono date due direttive. Uno, non andare mai in giro senza documenti. Due, non fotografare mai le forze dell’ordine. Se la prima e’ facile da seguire, la seconda richiede piu’ sforzo. Questi sono ovunque.

Apro una (lunga, lo ammetto) parentesi per raccontarvi la mia esperienza in Xinjiang. Immagino che avrete letto degli uiguri, della sinizzazione forzata, del Grande Fratello (nel senso orwelliano) che vige in quella regione.

E’ tutto vero.

Il governo cinese non sta badando a spese. Kashgar, e in un senso minore Urumqi e dintorni, sono in un regime di occupazione cosi’ pervasivo e capillare che l’unico termine di comparazione, per me, e’ il videogame Half Life. Nemmeno la citta’ vecchia di Gerusalemme e’ cosi presidiata. Vi porto a fare un giro, virtualmente, e con sole parole. Non ho fatto molte foto, per ovvi motivi; le due in cui figurano dei membri della polizia sono state fatte per sbaglio.

Blindato della polizia sulla destra.

E’ mattina. Il sole si alza, i cinesi Han fanno stretching nel parco, e in tutti i vialoni c’e’ una processione. In gruppi di tre, dei furgoni Iveco della polizia, a sirene spiegate, passano in parata a passo d’uomo, carichi di poliziotti a bordo. Lo ripeto: tre furgoni, uno dietro l’altro, con le sirene accese e rumorose, che vanno a passo d’uomo in tutte le vie principali della zona. Ogni mattina.

Sotto al palazzo di vetro sulla destra all’incrocio: si intravede il Ducato della polizia.

Passata la processione, usciamo. La prima cosa che colpisce sono le telecamere. Sono ovunque. A tubo, quelle a mezzo-globo e quelle brandeggiabili a 360 gradi, palle appese a un supporto a forma di forcone. Per dare un’idea, ho contato le telecamere in un tratto di 100 metri su Jiefang road, un vialone a 4 corsie con controviale. Il risultato e’ 18, soltanto sul mio lato. Aggiungiamoci quelle sul lato opposto e quelle sopra alle corsie, e arriviamo a quasi 50. Vedere le telecamere muoversi, e seguirti, fa accapponare la pelle. Un’altra cosa che ho notato ma che non ho capito fino ad oggi sono i QR code appiccicati alle porte delle case. Pensavo fossero qualcosa tipo Alipay e in un certo senso lo sono, ma servono alla polizia per vedere chi è registrato a vivere in una determinata casa o appartamento.

Trova le telecamere.

Parliamo poi della polizia. A quasi ogni incrocio ci sono pattuglie, fisse, e pattuglie mobili. Due uomini e un furgone (il solito Daily, oppure uno di quei Panther che usa la SWAT); i due in divisa nera, elmetto e giubbotto. Uno collo scudo, l’altro con, a scelta, fucile, manganello o un arsenale di armi che sembrano medievali. Ci sono alabarde, lunghi bastoni neri con punte in metallo, strane ganasce come quelle per bloccare le ruote delle auto, forconi.

Dove non ci sono loro ci sono i guardiani di quartiere. Ogni palazzo, ogni negozio, ogni banca ha almeno un omino o donnina di guardia, a presidiare di fronte a un metal detector, a una macchina a raggi X, infagottati nei loro giubbetti antiproiettile, col l’elmetto calzato in testa, e l’arnese – altre alabarde, altri bastoni – a portata di mano. Non ho visto le famose esercitazioni mattutine, ma ho assistito a un’ispezione a sorpresa nel nostro hotel, con relativo cazziatone al nostro guardiano per non essere sufficientemente pronto.

A fine giornata, poi, appaiono i soldati. Piccoli, incazzatissimi, vestiti di verde. Si muovono in gruppetti di cinque o sei, sempre in fila indiana o al massimo due alla volta. Se ai poliziotti e’ possibile strappare un cenno del capo, coi soldati non ce n’e’. Ti fissano, mentre camminano a distanza di tre-quattro metri l’uno dall’altro, e non dicono nulla. Tra di loro non parlano, semplicemente camminano con occhi e orecchie aperte, fucile in mano e baionetta (nel fodero) innestata. Al tramonto spariscono.

Il costo di questo dispiegamento di forze dev’essere enorme. Ci sono migliaia di poliziotti, soldati, guardie in giro per Kashgar. Migliaia. A far che?

Il commento che tutti gl’indigeni – in hotel, o i turisti incontrati per strada – mi hanno fatto e’ che le forze dell’ordine sono li’ per mantenere la sicurezza. ”Keeping the place safe and secure” mi dicono. Sicuramente l’obiettivo e’ raggiunto; un taccheggiatore a Kashgar farebbe ben poca strada prima di finire arrestato, bastonato, catturato colle ganasce, quello che vi pare a voi.

Ma non e’ difficile vedere un altro obiettivo, in questa presenza cosi’ massiccia dello stato: quello di annullare le differenze tra Xinjiang uiguro e Xinjiang Han. Da un lato c’e’ un’immigrazione interna enorma, al punto che – ma lo vedremo piu’ tardi – in Urumqi vedevo solo cinesi Han; dall’altro c’e’ una nemmeno troppo nascosta opera di eliminazione del retaggio culturale uiguro. L’obiettivo della campagna Strike Hard Against Violent Terrorism, iniziata nel 2014, è quello di de-estremizzare questi posti, e non credo sia sbagliato dire che tutto ciò che costituisce espressione dell’Islam viene considerato come estremo, almeno a Kashgar.

Camminando nella citta’ vecchia ho notato come tutte le moschee e madrasse fossero chiuse. Lucchettate. Unica aperta, la moschea Idakh, in centro; in cima svetta non la mezzaluna ma la bandiera cinese, e dentro vanno solo coccodrilli di turisti, non di fedeli. Anche di venerdi; sono passato e non m’e’ sembrato di vedere orari di preghiera.

Questa erosione del patrimonio culturale e’ visibile anche nelle relazioni quotidiane. Kashgar sembra, in tutto e per tutto, una Bukhara tenuta meglio. Stesso labirinto di strade, stesse moschee che spuntano di qui e di li, ci sono persino dei ‘pozzi’ simili agli hauz di Bukhara, cisterne a cielo aperto dove veniva contenuta l’acqua d’estate.

La differenza fondamentale, pero’, e’ la gente. A Bukhara era un unico salutare il prossimo: i bambini ti gridano ciao, i vecchietti benedicono, tutti gli altri dicono ”Salaam alaykum”. In Uzbekistan, cosi’ come in altre parti della regione, siamo stati salutati, abbiamo posato per foto, ci hanno invitati in casa per il te’. A Kashgar, no. Non e’ ostilita’, non e’ cattiveria. La gente, ne ho avuto una fortissima impressione, non mi parlava per paura.

Augura il buongiorno a qualcuno cui non stai simpatico e ti malediranno, oppure ti ignoreranno; qui, invece, tutti mi guardavano con uno sguardo se non di scusa almeno di imbarazzo. In un paio di casi dei vegliardi hanno scosso la testa con tristezza, e in un caso uno s’e’ portato l’indice alle labbra. Davvero. Se provavo a dire ”Ni hao” ricevevo almeno un cenno, e coi bambini, quello, funzionava. Ma la mano sul cuore e ”Salaam alaykum”, come e’ tradizione millenaria in queste zone, no. Per contro, non c’e’ nessun problema a parlare con i cinesi Han, posto che si voglia.

E’ facile cadere nella trappola del “noi vs loro”, del cattivi Han e dei bravi Uiguri, ma la dicotomia non e’ lineare. C’e’ un bel po’ di grigio tra il bianco e il nero. Per cominciare non si puo’ non parlare delle rivolte, del terrorismo, dell’attentato di Pechino e di quello della stazione dei treni di Kunming, tutti nati dall’indipendentismo islamista che agitava queste terre. In Occidente credo che non se ne parli molto, ma con una breve ricerca ho trovato, tra il 2008 ed oggi, almeno 24 attacchi terroristici: suicidi, bombe, tentati dirottamenti. Pure gli attacchi con auto e coltelli alla London Bridge, qui sono iniziati nel 2011. E’ difficile provare simpatia per il governo cinese, ma non si può non ricordare le vittime civili, chi non c’entra niente. Ed è naturale aspettarsi che i cinesi reagiscano per mettere in sicurezza un territorio che, alla fin fine, è loro da secoli (anche se, ovviamente, i metodi…)

In aggiunta c’e’ un altro aspetto che ho trovato molto sorprendente, ed e’ questo. Buona parte delle forze di sicurezza sono uigure, o kazake. A naso uno su 5 tra i poliziotti, doganieri e via dicendo non erano cinesi Han. L’uomo che mi ha stampato il passaporto non lo era, cosi’ come quello che ha aperto le porte della dogana; molti di quelli che hanno controllato i miei documenti erano uiguri. Divide et impera non e’ una cosa nuova, e di sicuro in tanti tra quelli che si sono arruolati l’han fatto non per convinzione ma per soldi, o sicurezza; pero’ tanti altri vestiranno l’uniforme per scelta, credendo in una Cina unita. Inoltre, e purtroppo non ho modo di confermare, pare che il controllo statale sia più forte a Kashgar, Aksu e Hotan, le provincie più remote e, storicamente, più restie a farsi controllare. A Turpan, che storicamente è più pro-Cina, le moschee sono aperte e i membri del PC cinese possono fare l’hajj. Gli Hui, gruppo etnico di stock cinese ma musulmano, possono studiare l’Islam, farsi crescere la barba e via dicendo. Insomma, chi è “fedele alla linea” riceve più libertà.

Devo ammetterlo, lascero’ il paese profondamente incerto circa cio’ che ho visto, ma di sicuro non si puo’ negare che, ad oggi, ogni uiguro abbia una museruola che ne blocca la voce e un sistema di sorveglianza che ne blocca il movimento. Quando persino un paese autoritario come l’Uzbekistan ti sembra, in confronto, un Bengodi di liberta’ individuali… sai che le cose vanno male.

Chiudo con qualche foto della citta’. Kashgar e’ un posto in cambiamento, e di sicuro tra 5 anni sara’ completamente diversa da come l’ho vista io. La lascio con la tristezza di non averla vista prima e di non aver potuto conoscere meglio il suo popolo.

6. Turpan… anzi no.

Ok, questa è la storia di come 13900 è stato sconfitto dalle ferrovie della Repubblica Popolare Cinese. Trista, trista storia.

Il vostro aveva fatto i compiti a casa, comprando due biglietti tramite agenzia. Il primo, Kashgar-Turpan, terza classe hard sleeper sull’accelerato del Takamaklan, 17 ore. Il secondo, Turpan-Urumqi, in seconda classe sull’Alta Velocità dell’Impero di Mezzo, un’ora di quelli che i bigotti chiamerebbero il Frecciagialla, ma io ho votato Pannella per cui non lo farò.

I biglietti vanno ritirati in stazione e, un bel giorno a Kashgar, zompo sul bus, vado in stazione e li ritiro. La procedura non è facile come ritirare una raccomandata in Posta, ci vogliono due controlli – di cui uno specifico per gli stranieri – e un po’ di ‘coda’ alla Materazzi (a gomiti alti), ma si può fare. Va detto che è sera tardi, ma sembra tutto abbastanza civilizzato.

Arrivo il giorno della partenza con anticipo fantozziano, solo senza la valigia viola. Sono tipo le 12.30, il treno parte alle 15.15. Entro nel parcheggione e la coda per andare ai controlli è lunga, lunga. Fai 100 metri, ma almeno è nei limiti della decenza. Faccio controllare il mio passaporto, ricevo un taccolino di carta, il cui scopo è di essere dato all’addetto al metal detector, e mi metto in coda guardando in cagnesco tutti quelli che provano a passarmi davanti. In mezz’ora sono dentro.

Ma dentro dove?

La stazione è in costruzione; esiste una sala d’attesa, un capannone dove ci sono all’incirca 2000 umani e 2 alla 10^6 mosche. Per arrivarci bisogna passare un altro controllo biglietti, questo un vero bailamme di uomini donne bambini e borsoni. Pogo come non facevo dai tempi dei gruppi balcanici all’Hootananny di Brixton, e sono dentro.

Ma dentro dove?

Grida, urli, strepiti, pianti. Annunci in cinese urlati a microfono, bambini che corrono. Un omino decide che il bagno è troppo lontano e decide di farla in un angolo della sala d’attesa.

Dettaglio:

Faccio amicizia con un gruppo di pakistani di Lahore, mercanti itineranti, che hanno preso il treno per la prima volta (di solito prendevano l’aereo ma la rotta ora è chiusa), e se ne stanno pentendo amaramente. Uno di loro mi fa “Sono di Lahore, vivo a Quetta. Non credevo fosse possibile far peggio”. Comunque, passa il tempo. Alcuni treni partono in veri e propri assalti alla diligenza; noi riusciamo a capire che, quando appare il numero di un treno e il suo orario sullo schermo vicino ad un’uscita, quello è il momento di andare a spingere. Per dove non sappiamo, ma vabbè. Parte il treno delle 14.30. Il prossimo è quello delle 15.15, altrimenti detto il mio. Mi alzo e vado in posizione strategica e…

Lo schermo annuncia quello delle 16.00. Chiedo in giro, ricevo qualche sguardo sbigottito, e alla fine trovo una signorina, quella degli annunci al megafono. Grazie a Dio sa qualche parola d’inglese, cosa per cui gliene sono grato. Arguisco che il treno è cancellato, anzi no in ritardo, e parte domani alle zero zero cinque cinque quattro. Non capisco esattamente cosa sia l’orario, e allora scavalco e vado in biglietteria. Vergognandomi come un ladro passo davanti a tutti e premo il biglietto contro il vetro, chiedendo di andare su quello delle 16.00. Il bigliettaio, con un aplomb degno di Jeeves, m’informa che non ci sono posti su nessun treno (indica la sua sedia e fa “X” con le mani) e, anzi, tutti quelli in fila sono i miei possibili compagni di viaggio. Inizio a pensare di essere stato un pochettino stronzo.

Pazienza, il treno è andato. Esco tirando moccoli, vado dai tassisti, li mando al diavolo quando provano a chiedermi 200 yuan, ne trovo uno per strada e per 30 andiamo in aeroporto.

Miracolo, c’è una biglietteria. Miracolo, la signorina di Hainan parla inglese. Miracolo, c’è posto sul volo delle 17.30 per $200. Ma li i miracoli finiscono. Le mie carte non vanno – solo carte cinesi. I dollari non vanno – solo yuan, e non ne ho abbastanza. Il bancomat mi consente di vedere quanti soldi ho, ma non di prelevare. Il wi-fi funziona solo se sei cinese. Lei prova a fare da hotspot col suo telefono, ma niente. Sconfitto esco, trovo qualcuno che sappia leggere il cinese (non facile) e mi faccio portare al Maitian hostel, dove a 50 yuan riottengo la mia camera. Aggiungo un altro 15 e ottengo tre bottiglie di birra, che mi bevo rigorosamente sulle scale fuori.

Il giorno dopo, gonfio di cash e con un biglietto di China Southern in saccoccia, ritorno in aeroporto. Sono abbastanza in paranoia e non riesco a scacciare immagini di voli cancellati, aerei in ritardo e via dicendo.

L’aeroporto è piccolo e carino; il check-in avviene in un secondo, e poi passo un po’ di tempo ad aspettare landside, non sapendo cosa mi aspetti airside. Qui c’è giusto una sala VIPs e della splendida panetteria dall’Engrish adorabile.

Airside è così. Sono l’unico occidentale e, tolte due addette alle informazioni, l’unico non Han. Se escludiamo lo psicopatico nella pubblicità appesa al soffitto.

Decido di andare al ristorantino per prendermi una birra. Sono un po’ così così dal punto di vista dello stomaco, per cui evito il cibo. Tra l’altro, in aeroporto non c’è acqua in vendita; ci sono solo distributori di acqua calda e fredda. Comunque, vado al ristorantino e chiedo una birra in inglese e russo, ma non funziona; poi vedo i boccali appesi e, colpo di genio, indico quelli. La tipina si illumina, pago una manata di yuan e vado a sedermi tutto gongolante per il mio successo.

Il risultato è questo:

Finisco la pinta di tè ed ecco China Southern arrivare col suo complice 737.

Uno sguardo anche alla mia carta d’imbarco, bollata duplicemente. Il 737 andrà a Shanghai Hongquiao via Urumqi, motivo per cui, mi dico, ci sono due taccolini staccabili. Un qual certo numero di passeggeri era sul volo delle 11.30, che credo sia stato cancellato, e facevano un discreto casino al gate.

Prima volta su China Southern, secondo volo su una cinese (primo è stato un PVG-SIN su Eastern), e primo volo domestico in Cina. L’esperienza è abbastanza civilizzata, e l’aereo si presenta nuovo, intonso e dotato di prese USB.

Pitch decente.

Riviste di bordo 100% solo in cinese; vi posto la foto del paginone à la Playboy con le rotte, e la flotta.

L’aereo è dotato di wi-fi; delle istruzioni capisco solo di andare su un sito e vedersela lì.

La clientela è meno ruspante di quanto mi aspettassi, con la parziale eccezione della mia vicina di finestrino, che costruisce un’amaca per i piedi (visibile in foto, appesa al supporto del tavolino) e poi, malgrado le Beats al collo, si sorbirà una telenovela cinese senza cuffie. Purtroppo ad Ürümqi saranno ancora più bestie.

Decolliamo, e lungo la corsa si vedono questi Su-27 e altri aerei non meglio definiti. Chiedo scusa per la qualità delle foto.

Il wi-fi funziona effettivamente; la scelta dei film è scarsina ma ci sono un po’ di documentari della BBC. Poi va detto che il volo è corto.

Malgrado la durata, distribuiscono il mangime. AAVV veramente gentili e con un buon inglese.

Arriviamo in orario in un URC airport che, seppur più grosso, ancora una volta latita nell’offrire servizi in inglese o wi-fi per non residenti.

Trovo i taxi e mi faccio portare in stazione, che è un’astronave, mimando il treno e facendo ”chuu-chuu”. Trovo la biglietteria, e chiedo un biglietto per Turpan. Anche qui ”No seat”. Il buon uomo mi mostra il sistema, che sembra pure Altéa inventory, ed effettivamente tutto è a zero sulla tratta che da Ürümqi porta ad est. Mi suggerisce il bus, ma bus = strada, strada = controlli. Si sono fatte le 5 oramai, e decido che, si, ho due giorni e li passerò ad Ürümqi. Non mi interessava, come città, ma pazienza.

Il problema è che non ho un hotel. Non posso andare su internet a cercarne uno, e in Xinjiang ci sono pochi hotel che accettano stranieri. Non sapendo bene che fare cerco un punto informazioni, non lo trovo e, allora, vado dal poliziotto più sveglio che trovo.

I poliziotti, qui, si dividono in due parti: gente tutto sommato gentile e disponibile, e ominicchi cui hanno dato potere e che si credono Dio. Il mio è della prima risma e, capendo il dilemma, mi scrive qualcosa su un pezzo di carta, da dare al tassista. Così faccio, e il taxi si butta in questa città che, diciamocelo, è brutta. Ma brutta brutta.

Alla fine, dopo 40 minuti di autostrade, il taxi mi deposita qui.

L’Hilton.

Entro in punta di piedi. Non mi faccio una doccia da tre giorni, da quando il bagno s’è rotto a Kashgar, e al massimo mi sono lavato come i gatti. Sono vestito come un barbone, ho lo zaino, mentre tutti qui sono belli, puliti, profumati e vestiti Zegna. Davvero. Fuori ci sono Rolls Royce, Mercedes, camper Ford americani e moto Indian. Sembra un altro paese, comparato con Kashgar.

Usando un po’ di punti Honors rimasti dai tempi in cui andavo a Madrid e un po’ di cash rimedio una stanza per due notti, e fanno pure il beau geste di darmi l’accesso alla laaaung. Il risultato è questo.

7. Da Urumqi ad Almaty.

La parentesi di Urumqi dura un giorno e mezzo e, va detto, un po’ sembra una perdita di tempo. L’hotel e’ lontano dal centro, ma il centro dov’e’?

La citta’ mi ricorda quelle che costruivo a Sim City, senza capo ne’ coda. Palazzoni enormi quasi ovunque, vialoni e autostrade, enormi costruzioni avverinistiche come il palazzo dei congressi che si trova di fianco all’Hilton. Cammino verso nord per un’ora in cerca di qualcosa che sembri il centro, e trovo soltanto ancora piu’ palazzoni, vialoni e poco altro. Per strada poca gente, tante macchine e bus, tutte le vie hanno i sovrappassi per attraversare. I negozi che non sono nelle “gated communities” sono pochini e non mi riesce di trovare un ristorante. Dopo non molto mi viene in mente il commento con cui il Principe Filippo, il mio reale preferito (dopotutto non puoi non ribaltare un Land Rover a 90 anni e non esserlo), defini’ Pechino durante una visita di Stato negli anni ’80: ”Ghastly”.

A ricaricare la dose ci sono loro, gli Han. Ora, non si puo’ fare di tutt’erba un fascio; e non voglio fare come quegli inglesi che detesto, quelli che trattano tutti coloro che a) non sono inglesi b) bianchi c) ricchi ed educati privatamente come delle bestie… pero’ va detto. Stare qui non e’ facile. Passino concetti come tramutare ogni coda in una mischia da rugby, passi l’ascoltare video e musica senza cuffie, passi anche il concetto che il creaturo possa, anzi debba, defecare dove e come vuole – e infatti i bambini in eta’ prescolare sembrano girare tutti con i pantaloni tagliati sul cavallo. Ma cio’ che trovo veramente difficile a sopportare sono le scaracchiate, i raschi bronchiali cosi forti che sembra che stiano per sputare un alveolo, i colpi di tossi e gli starnuti en plein air, senza mano o fazzoletto. La gente si starnutisce addosso praticamente a vicenda, sul bus e in giro per strada e a tutti sembra normale.

C’e’ anche una qual certa mancanza di empatia. Una ragazza vola per terra col motorino, in un’esplosione silenziosa di casco, borsetta, telefono, gambe braccia e borsa della spesa – che ovviamente contiene mandarini. L’unico che arriva, le tira su il mezzo, raccatta casco e spesa e’ lo straniero. Tutti gli altri sciamano intorno, i vecchi rimangono a guardare e scraciare. Ora, non dico che Londra sia empathy central, pero’… ah, e i tassisti qui sono veramente ladri, tutti.

Arriva il giorno prima della partenza, e sono pronto ad andarmene. L’Hilton e’ probabilmente il miglior hotel in cui sono stato dopo quello di Incheon dove ho passato un 4-5 giorni, ma il richiamo del Kazakhstan si fa sentire, e forte. Sono a fare colazione e mi arriva un mail da Air Astana, seguita subito da un’altra. Di solito mail dalla compagnia aerea vuol dire brutte notizie, e infatti….

La mail numero 1 mi informa di un ritardo di un’ora del mio volo TSE-ALA, e cio’ non e’ chissa’ che problema. Anzi, mi aiutera’ a proteggere la connessione a Nur-Sultan. Mail numero 2, invece, e’ un problema. Il volo ALA-KBP e’ dato in ritardo di due ore.

Ora, nel creare questo viaggio ho tradito i miei stessi principi: uno di questi e’ quello di non comprare mai itinerari con transito con PNR diversi, o con tickets differenti. Ne ho visti fin troppe, a lavoro, di connessioni fai-da-te andate a passeggiatrici.

Pero’ ho deciso di dare retta a un’OTA, tale kiwi.com, che prometteva un ALA-KBP-LHR con Air Astana e BA. L’ho scelta perche’, a differenza di tutti gli altri, consente di partire all’urbana ora delle 10, e non alle 4, con una comoda connessione di due ore, non di 10. E, poi, perche’ promettono – anzi spergiurano – di dare supporto in caso di cancellazioni o ritardi. Siamo alla prova del nove.

Provo a chiamare tutti i numeri forniti – italiani, inglesi, russi… e niente. E’ mattina qui, in Europa ancora notte, e la disponibilita’ 24/7 non sembra essere vera. Mando una mail e qui inizia un ping-pong di email in cui prima Kiwi non mi crede, poi non crede ad Air Astana e poi mi dice di andare a Kiev e la vedremo li.

Ceeeeerto. Peccato che non ci siano voli diretti per LHR dopo le 14.30, e c’e’ un solo volo UIA per Gatters alle 20.00 che sembra pure pienotto.

A volte le ciambelle escono col buco, a volte senza e a volte proprio non escono. Questa e’ una di quelle volte. Vado su internet e trovo, a prezzo politico, UIA per Kiev, partenza alle 5 di mattina, con arrivo alle 8.35, anticipo fantozziano per il volo delle 14.30. Rimando a data da destinarsi il rimborso da parte di Kiwi o dell’assicurazione (nota: nessuna delle due paghera’).

Fatto cio’, si fa l’ora di partire per Almaty. Il check-in e’ gia’ fatto online, la carta d’imbarco per la tratta TSE-ALA e’ nel telefono, quella di URC-TSE va presa all’aeroporto… because China.

Arrivo all’aeroporto – con un controllo di sicurezza intermedio – e l’autista vuole 100 yuan. La corsa ne varrebbe solo 30. Ho solo pezzi da 100 per cui parto svantaggiato, e in piu’ ne ho abbastanza. Scendiamo a 65, prendo il mio resto e lo invito cordialmente ad impiccarsi, e vado in aeroporto. I filtri vanno abbastanza spediti, malgrado i codazzi di dipendenti che entrano e passano davanti, e passiamo al check-in.

I voli internazionali non possono stampare le carte d’imbarco ai chioschi, che dopotutto e’ solo quello che volevo, because China. Facciamo piu’ o meno una coda, e a -2h30 dalla partenza arrivano gli addetti. Soliti 20 minuti per fare il set-up delle postazioni (ero io l’unico che ci metteva 5 minuti a caricare carte e tags e ad accendere un set CUTE?) e poi inizia il check-in piu’ strano di sempre. Per prima cosa gli addetti stampano, o rilasciano, solo le carte d’imbarco. I nastri bagagli rimangono chiusi, col risultato che si foma un casino degno della battaglia dell’Amba Aradan. Nessuno capisce una mazza, e nessuno spiega nulla. Io sono a meta’ di una fila, devo solo ritirare la carta; mi faccio largo, trovo un banco e chiedo la carta, che mi viene data subito; l’avevano gia’ li. Mah.

Vado ai controlli di sicurezza, dove 10 addetti sono congregati intorno a uno sportello, e nessuno mi si fila. Dopo 5 minuti di belle statuine, mentre questi si raccontano la campagna acquisti dell’Inter (penso di dirgli Fozza Indah!), uno scopre la mia presenza e mi fa ”Bagaj”, indicando nella distanza. Gli rispondo ”Hand baggage only” ma non c’e’ niente da fare, sono tornati a discutere sul miglior modulo in cui mettere Nainggolan.

Alla fine, per carita’ di patria, apre uno sportello. Passo, faccio i radiogeni, passo il controllo doganale e rimango un buon quarto d’ora a quello finale per l’immigrazione, a rispondere di buon grado a domande inutili quali ”Quanto sei rimasto in Cina” (leggi il timbro d’ingresso), ”Perche’ hai fatto il visto a Londra” (perche’ e’ anche il posto in cui mi hanno emesso il passaporto), ”Perche’ voli da Urumqi” (perche’ da Aksu mi riusciva difficile) e via dicendo. Pazienza, Sorrisi, Obbedienza e alla fine mi timbrano.

La zona internazionale e’ piccola e deserta, ma presto si riempira’ di scaracchiatori molesti.

Nel frattempo, momento partenze dar tabellone:

Festeggio l’uscita con doppia razione di Tsingtao.

Nel frattempo arriva anche il nostro A321; notare la beltade dei parasole dei Minions. Decolliamo con mezz’ora di ritardo causa “traffico intenso” fuori da Urumqi.

A bordo c’e’ il solito servizio Air Astana: birrozzo da 0.5, cibo, servizio wi-fi e app – che gia’ avevo – carica di film e altre cose.

C’e’ pure la mappa; momento di gioia al passaggio della frontiera.

Atterriamo con una ventina di minuti di ritardo; io ho tempo a latere, per cui passo la dogana con tutta calma e, poi, mi dirigo verso il Terminal 1, la palla da bowling con le ali che, ogni volta, mi fa venire in mente Il Grande Lebowski. Fischiettando ”The Man in Me” passo i controlli in men che non si dica, e sono al complice baretto dove prendo una Borjomi, parlo del Toro con l’addetto, uso il Wi-Fi e tutti ti sorridono. Cosi’ vicini ad Urumqi, cosi’ differenti.

Il volo per Almaty e’ in ritardo a causa di un equipment change, da A320 a 321 con interni-museo. C’e’ un mood lightning da postribolo ma i sedili sono cosi’ vecchi che hanno pure il buco nel tavolinetto per il calamaio. Mi sembra di capire che Air Astana stia avendo qualche problemino in flotta, col CEO che ammette, nella lettera urbi et orbi pubblicata sul giornale di bordo, ritardi nel ricevere i 321L Neo che dovrebbero sostituire i 757.

Il volo corre veloce, con una distribuzione di bevande e snacks abbastanza sostanziale, e poi siamo ad Almaty. La citta’ mi accoglie come un vecchio amico, ed e’ veramente splendida.

Abbandono il sacco in hotel e sciabatto fino al ristorante Darejani, il georgiano di fiducia. Fa caldo, ci sono 35/38C, ma e’ bello essere qui.

Scolata l’ennesima Borjomi c’e’ giusto il tempo per un ultimo giro in citta’, e poi si va a dormire.

8. Il rientro.

La sveglia suona ad un orario improponibile. Fuori c’e’ gia’ il tassinaro; in un momento di serendipita’ cosmica una delle canzoni che passano e’ la versione russa di ”Voyage voyage” dei Desireless: nel mio primo viaggio ad Almaty, sotto una nevicata memorabile, l’autista aveva esordito prima con Sabrina Salerno e, poi, appunto con questa cover.

Il sogno s’infrange in aeroporto. ALA e’ e rimane uno stanzone, e la parte internazionale e’ gonfia di passeggeri per la Russia, la Turchia e Sharm el Sheikh, vedere per credere.

Dopo un po’ arriva anche il nostro turno, e col Cobus facciamo i 50 metri che ci separano dal 737-900 di UIA.

Il volo non e’ male; l’equipaggio e’ gentile, i passeggeri simpatici, l’aereo o nuovo o comunque ben tenuto.

Un’occhiata alla rivista di bordo.

Il menu del buy on board; sarete felici di sapere che c’e’ la Barilla, ed e’ subito casa.

Il servizio e’, come me lo ricordavo, incluso. Una frittatina insapore e poco piu’, ma per quello che ho pagato non e’ che sia chissa’ che scandalo. Fa il suo dovere di apporto calorico e basta.

Il volo e’ un utile ricordo della geopolitica. UIA non vola piu’ da nessuna parte in Russia e, non solo, non sorvola nemmeno il paese. Aggiungiamoci anche la nota situazione nel Donbass e si finisce con un giro lungo sopra i deserti kazako-turkmeni, il Caspio, il caucaso azero-giorgiano e, infine, avvicinamento da sud sopra il Mar Nero. Sei ore e qualcosa dopo siamo a Kiev, dove Klitschko e’ diventato sindaco e un comico presidente. Vorrei poter fare dell’ironia, ma la mia madrepatria ha un bibbitaro vicepremier e uno scioperato come altro vicepremier; mentre nel mio paese di residenza il 4% dell’elettorato si appresta a nominar premier uno che non capisce una mazza di economia e mette i calzini con su Assurbanipal. Taccio e torno di sopra a fare colazione.

Borispol non e’ un brutto aeroporto, e il transito passa abbastanza in fretta. I prezzi sono aumentati da quando sono passato qui l’ultima volta e la qualita’ del cibo mi sembra diminuita; ma la vista sul cimitero di Ilyushin, Antonov e via dicendo c’e’ sempre.

Alla fine, in orario, arriva il nostro 32N, G-TTNB. Imbarco in orario.

A bordo sono messo nella parte “povera” dell’aereo, quella dove ci sono i sedili Recaro non reclinabili. Inter nos, io li trovo una grande idea, specialmente dopo 4 voli dove tutti hanno reclinato i sedili davanti a me.

Lo spazio e’ decente.

Purtroppo su questo aereo non c’e’ wi-fi, quindi non posso fare il paragone con gli altri; pero’ mi metto il telefono in carica nelle prese di corrente, e passo il tempo a dormirmela.

Arriva il carrello del buy on-board e, in un momento di Amarcord, prendo cio’ che prendevo sempre: rum (Mount Gay, irrinunciabile) e ginger ale.

Poco dopo arriva il momento dell’atterraggio, e anche questa e’ fatta. A casa abbiamo un planisfero in cui appuntiamo tutti i luoghi in cui siamo stati. Arrivo, metto l’ultima puntina in Asia Centrale, faccio un passo indietro e mi guardo intorno: c’e’ ancora un sacco di globo da esplorare.

Fine.