Dall’Iran al Perù, via Londra

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  1. Dal forum AviazioneCivile.org il bellissimo viaggio di 13900

    Ho cercato a lungo – no, vabbé, per mezz’ora – un filo conduttore tra le due destinazioni in questo TR, e il risultato è che non esiste. Fossero state Iran e Venezuela avrei potuto buttar giù un parallelismo bolivar-khomeinista; fossero state Perù ed Egitto avrei potuto tentare una pseudostoria alla Voyager (“Misteriosi contatti preistorici tra Inca e Faraoni? Mbuti! Mbuti! Solo su rieduchescional channel!”) ma il fatto è che l’unico filo conduttore tra Iran e Perù è che è li che sono andato. Ma procediamo con ordine, col routing:

    Disclaimer

    Il TR è lungo. E quando dico lungo, dico lungo. Del tipo che, se lo volete leggere in una botta sola, vi conviene prendervi da bere, e da magari da mangiare. La colpa non è mia, lo giuro.

    Ah, disclaimer numero due. Abbiamo comprato una GoPro, e quindi devo usarla. Se non vi piace il fisheye, chiudete tutto.

    Antefatto

    Febbraio. È venerdì, e appare una notizia: BA apre Tehran da luglio.Ora, io avevo preso due settimane di ferie, i primi 15 giorni di fila in 5 anni. A 8200, l’Illuminato Datore di Lavoro ne ha dati solo 10 per cui avrò un 5 giorni di libertà. Ecco trovata la soluzione su cosa in solitaria: un giretto in Iran!

    I mesi passano, e anche la seconda parte del piano prende corpo. Dopo aver scartato un po’ di opzioni spunta l’idea Perù. Anche lì BA ha appena aperto una rotta, da Gatwick.

    Se non che, a giugno, giunge la notizia che il volo di BA per IKA è ritardato di un mese e mezzo. Colpa di permessi mancanti, a quanto pare; le opzioni sono re-routing via MUC, FRA, FCO e persino Doha, oppure cancellazione e amici come prima. Siccome, nel frattempo, ho deciso che voglio andare ad Isfahan e non a Tehran, decido di cancellare tutto e di usare i soldi del rimborso per un IST-IFN. Seguirà standby da e per Istanbul.

    Parte I – Iran

    Gli inglesi, in materia di cibo e viaggi, sono estremamente abitudinari. Suppongo che il pool genetico di gente tipo Colin Thubron, Wilfred Thesiger o Gertrude Bell si sia estinto, fattostà che le scelte viaggistiche dei miei colleghi, amici e conoscenti britanni sono, quasi senza eccezione, variegate come il guardaroba di una donna afghana. Dubai, Vegas, LA, qualche isola dei Caraibi, Sud Africa, Hong Kong e Australia.

    Tutta ‘sta pappardella per dire che, nelle settimane antecedenti il viaggio, la domanda “Where is it that you’re going to again?” è gettonatissima, unitamente alla raccomandazione “Have you got your vest and tin helmet?”.

    La prima andata: Londra-Isfahan

    Sia come sia, arriva il fatidico venerdì, e arriva anche il momento di abbandonare l’ufficio, direzione Terminal 2, che raggiungo con una comoda combo bus-Heathrow Express.

    Arrivo al T2 malapena un’ora prima della partenza del volo TK1986, e mi tocca farmi largo a spintoni tra la coda; qualche anima candida ha pensato bene che, se ci sono tre compagnie aeree, e tutte sono Star Alliance, e queste usano lo stesso sistema, e quelle tre compagnie hanno putacaso lo stesso handler, allora si può fare una coda unica per tutte e tre. Idea ottima, fino a quando una non ha un volo in chiusura e le altre hanno appena cominciato il check-in. Mi faccio avanti e arrivo ad un banco, dove vengo istantaneamente accettato malgrado sia standby.

    Airside:

    Il 77W parte da quello che era l’ex EuroPier, una volta connesso al T1, ristrutturato e attaccato al T2. Arrivarci significa scendere due rampe di scale mobili, prendere tre tapis roulant in un tunnel in salita e discesa, e poi altre due scale mobili. Le scale mobili sono evitabili usando gli ascensori, che sono ovviamente mimetizzati il più possibile. Come diavolo faccia Skytrax a considerare LHR il miglior aeroporto d’Europa lo sanno solo loro.

    Arrivo ad imbarco praticamente concluso, il tempo di due foto e salgo a bordo.

    Il 77W di oggi è nuovo, con WiFi (che non ho usato) e sedili alla Emirates, bellini da vedere ma duri come le panche dei vecchi 343 di Iberia.

    Come avevano fatto notare i mammasantissima del forum, Turkish Airlines ha veramente ingoiato amo lenza e piombo su questa faccenda del golpe, arrivando a montare uno spettacolo da difesa di Leningrado per un colpo di stato che sì c’è stato, ma deve essere stato organizzato da Ciccio e Franco per come s’è svolto. Ad ogni modo, tolto l’editoriale e lo speciale di dieci pagine, c’è anche un volumetto di fotografie che ripercorre minuto per minuto il golpe, con tanto di elenco finale dei caduti.

    Siamo 219 a bordo, e ho una fila da tre tutta per me. Facciamo un po’ di coda a margine della pista, giostrando con un 380 e altri 77W (“Passo io?” “Passi lei?” “Vadi ragioniere vadi”) e poi siamo su, nell’aria limpida sopra quest’isola dannata. Una bella vista sulla città, e poi via verso sud, passando sopra Parigi, quella che sembrava Francoforte e poi incuneandosi tra Austria e Ungheria, volando sopra i Balcani e costeggiando Belgrado.

    Chiedo scusa per l’unto sul finestrino, ho fatto il possibile.

    Sopra la Slovenia:

    I tagli, mi sa, sono arrivati anche in TK. Il tradizionale passaggio col vassoio di Turkish Delight inizia e finisce dopo una fila, coll’A/V richiamato da una collega con un secco ordine, che ritengo sia stata la versione turca di “Imbecille questi non li diamo ai barboni!”. Anche il menù è sparito, e la scelta è pasta o pollo. Ecco qui il bottino, con tanto di mezzo chilo di sale buttatoci sopra per sbaglio.

    Una volta atterrati, con mezzo aereo già in piedi, attracchiamo nella nuova ala dell’Atatürk, quella che a marzo era ancora in costruzione. Chi ha una boarding pass per il volo successivo può andare direttamente alle partenze, tutti l’altri s’accomodino dabbasso. Io, che la BP già ce l’ho, sono sopra in un secondo. Ma che bel transito, volesse mai il cielo che anche in Britannia si riesca a fare così….

    Sbarcando. Bulkhead:

    E business, con la solita 2-3-2:

    IST è il solito zoo. È tardi, ma ci sono comunque cani cavalli pecore vacche a zonzo ovunque. Puzza d’ascelle, rutti, pannolini abbandonati, grida e porconi in venti lingue e cento dialetti si sprecano. IST è così, prendere o lasciare, e io prendo. Sarà che son barbone, ma a me piace. Mi siedo in un angolo e poi è il momento d’imbarcare sul Cobus per IFN.

    La lotteria di TK vuole che questo volo sia gestito coll’A320. Ho oramai volato con buona parte della flotta di TK (77W, 333, 321, 73W) e questo A320 ha gli interni più cretini che esistano. A parte una bella J regionale, i sedili di barbon sono tutti reclinati in partenza a 15 gradi, che possono diventare quasi 25 premendo l’apposito bottone, e l’unico modo per distendere le gambe è quello di sviluppare una seconda giuntura a metà tibia.

    L’aereo è pieno per metà, ma gli iraniani ci si mettono d’impegno e riescono a battere il casino combinato dagli armeni su un Yerevan-Atene preso qualche mese fa. Ringraziando il cielo decolliamo, e sono talmente stanco che praticamente dormo tutto il volo, saltando safety demo, cibo, bevande e caffè.

    Mi sveglio al richiamo dei venti minuti all’arrivo. La cabina viene messa in sicurezza, continuiamo la discesa e, all’improvviso, sentiamo i motori riprendere potenza, il muso torna su e via, risaliamo spediti nel blu. Dopo 300 voli, il mio primo go-around. Passiamo qualche istante a fissarci interrogativamente finché la capitana non c’informa che eravamo a un minuto dal completare l’atterraggio quando, dalla torre, l’hanno avvisata della presenza di cani randagi in pista. Ghignate e porconi si sprecano in cabina.

    Allontanati i cani, torniamo ad allinearci ed atterriamo dopo aver sorvolato uno stuolo di hangar militari, tra cui spuntava, seminascosto, un Tomcat. Non ho foto, per cui dovete credermi sulla fiducia, ma se andate su Google maps ne vedrete alcuni. Non credevo ce ne fossero ancora in giro.

    Ad attenderci c’è un Cobus e un nugolo di mezzi di terra vecchi a sufficienza per votare al Senato:

    poco più in là, le forche caudine dell’immigrazione, che si rivelerà abbastanza facile se non un po’ burocratica (vai là, vai qui, paga quello, mostra la ricevuta a quell’altro, e pazienza se è sempre la stessa persona). Fatto ciò, via sul più decrepito dei taxi per Isfahan.

    Continua….

    Are we there yet? Stories from the road.
  2. #2

    MemberL'avatar di 13900

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    Predefinito Re: [TR] Dall’Iran al Perù, via Londra.

    Intermezzo – Isfahan
    Sgombro subito il campo dagli equivoci: i miei colleghi sono dei cretini. Non pretendo per mezzo minuto di aver compreso l’Iran avendone visitato una città per tre giorni, ovviamente, ma alcuni indizi mi permettono di capire che buona parte della cattiva fama che il paese si merita sulla stampa occidentale è sbagliata.

    Non voglio scivolare in considerazioni politiche, per le quali non sono sufficientemente a conoscenza della situazione, e mi limito a raccontare la mia esperienza, che è di un paese estremamente ospitale, di gente che m’ha fermato per far due chiacchere e augurarmi il benvenuto in Iran. Ho posato in foto con gruppi di persone conosciute lì per lì, salutato vegliardi, accarezzato bambini come se fossi un democristiano in campagna elettorale. Il passaporto italiano, per motivi a me sconosciuti, aiuta e non poco, ma anche dei turisti francesi e tedeschi, in hotel, mi hanno raccontato cose simili.

    L’unica cosa che mi sento di consigliare e’ un libro, Revolutionary Iran di Michael Axworthy, che mi e’ sembrato imparziale e ben documentato.

    E che dire di Isfahan? Una delle città più interessanti e fotogeniche che abbia mai visto. Metto giusto una breve carrellata di foto per non appesantire il thread, già pesante di suo; il resto, se vorrete, lo troverete al link nella mia firma, prima o poi.

    Iniziamo con la cattedrale di Vank, nel quartiere armeno di Jutfa.

    Quivi è una rappresentazione del giudizio universale o, stando a nuova scuola di critica d’arte, l’allegoria del viaggiare in aereo moderno. Qui vediamo i passeggeri di bisnis e first, congregati intorno al pilota:

    E qui tutti l’artri.

    Isfahan vuol dire anche soprattutto moschee, gli edifici di culto più belli che abbia mai visto. Nell’ordine, qualche foto delle moschee Lotfollah, Emam e Jameh.

    [img]https://c1.staticflickr.com/9/8468/29364288136_6b85489b08_b.jpg[/img

  3. Primo ritorno: Isfahan – Londra

    Compreso nel prezzo del mio sibaritico hotel da $27 a notte c’è la sveglia, che dovrebbe suonare all’indegna ora delle 3:45. Peccato che non lo faccia, e per fortuna che me la son messa da solo sul telefono per star sul sicuro. Difatti, in reception c’é Ahmed che se la dorme sul divano e ci vogliono gli schiaffi per risuscitarlo. Una volta alzata la serranda il taxi c’è, una splendida 406 Pars che puzza di cammello. Barack, Angela, basta con le sanzioni: le Peugeot sono le migliori macchine che puoi comprare da queste parte, non hanno sofferto abbastanza?

    Arriviamo in un al terminal internazionale. Saluto la 406 ed entro nel pratico stanzone che fa da arrivi, partenze, immigrazione, sala di preghiera e volendo anche buffet. Tutto è pronto per il prossimo arrivo degli A380; i quattro banchi check-in sono ben oliati, e i monitor indicano solo le partenze e non gli arrivi.

    Il volo per Istanbul non è ancora aperto, e forse meglio così, perché Dio solo sa cosa succederebbe se ce ne fossero due da sbrigare, considerando che l’altro è il primo di tre per Najaf. Najaf, come tutti tranne Rumsfeld sanno, è la città santa degli sciiti, dove Alì è sepolto, una specie di Lourdes e Vaticano messe insieme.

    La clientela è una macedonia di iracheni – stando al receptionist dell’Hotel Iran, “Iraqis, much mess, much chaos, oh no no no” – e pellegrini iraniani che non sono da meno. È tutto un corri, sposta, spingi, grida, sbraccia, scavalca, bambini che piange, vecchiette al telefono, un gregge di gatti che né polizia né accompagnatori riescono a organizzare.

    Faccio check-in e sono il n. 2 in sequenza (come vado, Edo?). Chicca delle chicche, il biglietto è stampato su cancelleria Iranair.

    Controllo passaporti e security sono un mercato delle vacche, gente che scavalca di sopra e di sotto, ma a pugni e spintoni alla fine sono nella zona partenze. Eccola qui, così bella che se la vedono quelli di Skytrax Incheon e Changi se le sognano le 5 stelle.

    Gli ayatollah controllano e approvano.

    Con un assalto alla baionetta il Najaf imbarca, e poi tocca a noi. Saliamo sul Cobus, e passiamo in parata di fronte all’affollatissimo apron. Una splendida Paykan Iran Air

    “Senti qui Mahmud, Galliani dice ‘Mercato chiuso, squadra competitiva'”

    Tutto impacchettato per la prossima soppalcatura in condono

    Un Mahan air

    Ed ecco il nostro ferro.

    Salgo a bordo per primo con balzo felino, e la gioia di vedere interni diversi da quelli dell’andata è massima. Nel frattempo il resto della ciurma arriva a bordo con valigie, borse, sacchetti e anche un quadro d’un brutto che affascina.

    Pronti via, si parte nella stessa direzione da cui si fanno gli atterraggi, perciò ciao ciao idea di fotografare il Tomcat. Peccato.

    C’è parecchia foschia, ma riusciamo comunque a fare una panoramica sulla città, a cominciare dallo stadio base del pluri-iridato Real Isfahan

    Poi inizia il deserto, e se possibile la foschia s’intensifica.

    Un’ora di volo dopo inizia il servizio: in offerta c’è tramezzino e lasagna, o tramezzino e lasagna. Il piatto, se possibile, è il peggiore mai mangiato su Turkish. Il panino – col prosciutto? – è molle, la lasagna stracotta e senza ripieno, i funghi potrebbero funzionare da pallina antistress, pure il dessert ricorda i miei tentativi – al limite della denuncia – con la torta di pane. Sarà colpa di Fetullah Gulen?

    Tre ore sono tante da far passare signora mia, specie quando il paesaggio è quello dell’Anatolia centrale. Avevo una mezza idea di farmi Istanbul-Van in treno, ma a vedere com’è noiosa la vista, meglio se ci ripenso. Dopo un po’ sento la punta dell’A320 scendere, e tra le nuvole spunta il Sabiha Gögkcen, aeroporto che detesto e che, sentitamente, ricambia. Il tempo di un paio di giravolte sul Mar di Marmara ed ecco Avcilar apparire negli oblò: siamo arrivati.

    IST, di solito, è solo una distesa di code rosse, e oggi non fa differenza, ma almeno c’è un po’ di varietà centroasiatica, col raro 737 Somon Air, direttamente dal Tajikistan e l’ancor più raro 77L di Turkmenistan.

    Il passo successivo è il volo IST-LHR, preso in standby. Di solito IST è una rotta abbastanza tranquilla, c’é sovracapacità [cit.] e salire non è mai un problema. Potrete quindi immaginarvi la mia sorpresa allo scoprire che entrambi i voli BA, incluso quello col 767 da 250 posti, sono pieni e con un sacco di standby. Poco male! Ho tickettato anche TK.

    Beh, gli addetti di Turkish mi lasciano andare airside, ma mi dicono che il mio volo, TK1985, è pieno. Ma pieno pieno. E quello dopo, pure. E quello dopo ancora. Insomma, l’avete capita.

    Armato della mia boarding pass standby passo l’immigrazione, che è un circo equestre, e la sicurezza, che è ancora peggio. Arrivo al gate, e assieme a un altro non-rev, un F/O italiano, assistiamo mesti alla processione di tutti i pax che imbarcano. Loro hanno un posto, noi no; io inizio già a cercare un hotel per la notte.

    Dieci minuti alla partenza, e non c’è più nessuno in coda. Andiamo davanti al banco del gate, e ci fanno “Hang on, we’ve still got 26 people to board”. Mi ritornano in mente le scene del volo di USAir dell’anno scorso. Arrivano altre quattro o cinque persone, alla spicciolata. Gli addetti al pre-check dei passaporti smantellano il chiosco del controllo. Suona il telefono, parte il telex, il volo è chiuso.

    La ragazza a capo del gate team risponde al telefono, mitraglia una raffica di turco, capisco la parola “standby”, ci fa segno di darle i passaporti – eccoli carissima – e ci indica di seguirla. Scendiamo verso la jetty, lei si gira e fa “I’ll give you seats, you guys are on”. Prende la mia boarding pass, cancella la scritta SBY e scribacchia 37G. Pure corridoio.

    Mi siedo. Salgono gli ingegneri, poi se ne vanno. Ritorna il ground staff. Spostano gente, contano, ri-contano, ri-ri-contano. Iniziano a girarmi i maroni. Ho fatto anche io quel lavoro e, non me ne vogliano i ground staff, ma non è esattamente ingegneria aerospaziale. Se i conti non tornano, controlli chi risulta non imbarcato, scendi con le loro boarding pass, li identifichi – o confermi che non ci sono – e modifichi il totale dei passeggeri imbarcati. Bene, per far questo lavoro, in tre più il crew, ci mettono mezz’ora. Roba da alzarsi e dargli una mano, basta che ci leviamo.

    Finalmente riusciamo a capire chi c’è, chi non c’è e chi vorrebbe esserci, e siamo pronti. Rimaniamo in attesa un altro po’, poi, dopo un pushback e un taxi eterni, con un’ora di ritardo, partiamo in un coro di annunci – TK ha fatto dodici annunci, contati, in turco e inglese, durante taxing e decollo – e pianti di bambini. Turkish sarà sì una buona compagnia, ma l’idea che mi dà sempre – sia a terra che, spesso, a bordo – è di disorganizzazione.

    Il volo procede tranquillo, trovo un documentario su Gene Cernan – consigliatissimissimo, seriamente – e aspetto il rancio. Il servizio inizia, poi si ferma, poi ricomincia, alcune file rimangono senza cibo, insomma tutto fatto un po’ ad minchiam.

    Pazienza, inizio Gravity e sono a metà film che dobbiamo atterrare. L’equipaggio mette in sicurezza la
    cabina con lo stesso criterio con cui ha servito il pranzo (la bambina di fianco a me rimane bellamente a dormire senza cintura, gente va in bagno quando siamo in finals e in taxing….) ma comunque sia arriviamo dopo un ennesimo taxi eterno. La prima parte della vacanza è terminata, la seconda deve ancora iniziare.

  4. Parte II – Peru’ La seconda andata: LGW-LIMPasso un paio di giorni a casa, ed e’ tempo di ripartire. Stavolta la direzione e’ Gatwick per il BA2239. Saliamo sul treno da Victoria – Southern sta avendo un bruttissimo periodo, tra scioperi dichiarati o bianchi e disagi, e infatti il nostro treno ha mezz’ora di ritardo – e in un modo o nell’altro siamo in marcia.South London in tutto il suo splendore da periferia di Zenica:

    Gatwick e’ abbastanza sgombro quest’oggi:

    La zona airside del terminal Nord e’ penosa, ingombra di negozi e di gente. Non so come possano pretendere di essere il futuro aeroporto di riferimento di Londra con quest’infrastruttura da anni ’80, ma tanto e’ un dibattito accademico perché non succederà nulla.

    Basta con le lamentele! Andiamo al gate. La zona dei gate 30 e’ una parata di widebodies BA. Ecco qui il famoso G-VIIO, quello dell’incendio a Vegas. Spero per un secondo che sia il nostro (dentro e’ praticamente perfetto) ma purtroppo cosi’ non e’, perché il nostro ferro sara’ G-YMMR, che avevo già usato in un precedente viaggio a Montreal quand’era basato a LHR.

    Il volo e’ pieno per metà in Club, due terzi in World Traveller Plus e vaste praterie si stendono nella cabina di World Traveller, dove un 40% dei posti e’ vuoto. La clientela e’ quasi interamente d’inglesi, con una minoranza di giovani in tenuta da trekking, di quelli che fanno il Tough Mudder e certamente saranno diretti a qualche trail, e una maggioranza di altri, ugualmente in tenuta da trekking ma che andranno a Machu Picchu in bus.

    Prendiamo posto nella seconda cabina di Club, che e’ semivuota. Ci sono tre file e siamo in cinque oggi.

    Non ho foto decenti del menu, purtroppo la GoPro soffre le condizioni con poca luce e il telefono, beh, il telefono serve più come fermacarte che altro. Il servizio prevede pranzo e un light meal verso l’arrivo (e’ un daytime flight).

    Pushback, e un’ultima occhiata a –VIIO.

    Decollo e rotta, effettivamente lunghetta. Passeremo sopra la parte orientale della Foresta Amazzonica, uno dei posti che vorrei vedere dall’alto. E anche dal basso, se non fosse che probabilmente finirei mangiato dall’anaconda che non s’è pappata Jennifer Lopez, per chi si ricorda lo splendidamente orrendo film di qualche anno fa che, ostinatamente, ogni tanto Italia 1 si ostina a propinarci.

    Servono i drinks. 8200 chiede un kir royale, confermando il suo gusto dell’orrido (non per niente sta insieme a me, oserei dire). Io invece provo una specie di cocktail alla peruviana con pisco e soda, una specie di cugino povero – ma molto povero – del Pisco Sour, bevanda che credevo cilena ma che, invece, ho scoperto essere orgogliosamente peruviana.

    Cibo. La foto dell’antipasto e’ missing in action, comunque era mozzarella e pomodoro. Recentemente c’è stato un polverone perché BA, per evitare di scontentare i pax, ha deciso di implementare una politica sovietica e mettere un solo antipasto, mozzarella e pomodoro. Stranamente il memo non deve essere arrivato al West Sussex Flying Club, perché ce n’erano due, l’altro una specie di tortino di pesce, e – miracolo – manca l’avocado. Solo gli abitanti di quest’isola dannata possono accostarli.

    Il main che ho scelto e’ un’insalata fredda di patate e salmone. Buona e abbondante malgrado due grossi difetti: uno, credo sia stata per un po’ troppo tempo nel congelatore a carbonite di Darth Vader e, due, avessero usato olio e aceto invece del fango come accompagnamento, forse sarebbe stato meglio. Isola dannata, ancora una volta.

    Arrivano i formaggi. Chiedo del porto per mandarli giù e mi arriva una bicchierata. Churchill approva.

    Mentre bevo il caffè della staffa scopro che l’IFE contiene un filmato del sottoscritto al termine dell’avventura iraniana.

    Scherzi a parte, il Rockwell Collins e’ veramente inadeguato, al punto che la rivista di bordo elenca i contenuti dei Thales e Panasonic per pagine e pagine, e dedica mezzo capoverso a quelli dei Rockwell; pare che, dopo i 744, anche i 77E di Gatwick verranno retrofittati con i nuovi Panasonic eX3 e, sembrerebbe, con la Y carro bestiame. Un’idea che era già stata provata e cestinata tempo fa, ma nel mondo dell’aviazione la ruota viene reinventata ogni tre anni; dopotutto, i MBA-muniti in IAG dovranno pur trovare qualche scusa per darsi un bonus, no? Ma taci bocca mia, che siamo sopra il Sudamerica. Ecco le campagne colombiane.

    E, infine, l’Amazzonia. Il controsole e’ atroce, la foschia pervadente, ma l’emozione e’ grande. Non so perché, forse era qualche manuale delle Giovani Marmotte, ma l’idea dell’Amazzonia m’è sempre rimasta in mente. Qui un rivo sconosciuto sguscia e si snoda nella foresta.

    E qui, meraviglia delle meraviglie, il Rio delle Amazzoni. E’ all’inizio del suo percorso ma già enorme. Questa foto mi costa una discreta presa per il culo da parte della capocabina, che mi fa ”Oh, the Amazon, how exciting!” alla quale rispondo ”I’d rather see this place than Vegas”. Ovviamente non capisce, non può capire. Che e’ successo a ‘sto popolo, che gli hanno fatto?

    Come per incanto cambia tutto. Lo vedremo in uscita dalla valle di Machu Picchu, ma la dicotomia foresta della pioggia – deserto e’ praticamente immediata. Cala il sole, e si alzano le montagne; ecco una piccolissima parte della Cordillera Blanca, 33 montagne sopra i 5500 metri e 700 ghiacciai in una zona lunga 200 km. Come disse Guido Nicheli in un film del 1985, ”Alpi Pennine is nothing!”

    Arriva il light meal. Antipasto con fishcake, molto buona. Anche qui c’era un’altra opzione, più blanda, che ovviamente era finita una volta arrivati da noi. A rischio di sembrare noioso, ecco a voi il paese che, tra pollo fritto e coniglio al forno con patate novelle, sceglierà ovviamente il pollo fritto.

    Main. Insalata con gamberetti, buona e con poco dressing, per fortuna. Il dessert non era male, la composta di mango ottima.

    Segue tramonto.

    Chiudo gli occhi per l’ultima ora, fino all’atterraggio a Lima. Siamo in ritardo di venti minuti, il nostro tassista prenotato ha deciso che una corsa fino a Callao non vale la pena e ha raccattato qualcun altro, altri malviv… ehm suoi compari ci chiedono 20 dollari, LIM ha ben 10 minuti di Wi-Fi e la maggior parte delle app sembrano inibite, tra cui Uber, il mio telefono non prende. Grazie a Dio il proprietario del nostro B&B appare in extremis e ci porta dove dormiremo, a cinque minuti dall’aeroporto.

La seconda andata continua: LIM-CUZ

Dove eravamo rimasti? Ah già, siamo a Callao. E’ sabato, nel parchetto sotto casa nostra dei cani randagi si annusano a vicenda e un paio di uomini fanno ginnastica usando gli attrezzi di metallo predisposti dalle autorità municipali (una specie di must in Perù). Il tutto sotto un cielo grigio come quello di Torino a novembre.

Torniamo in aeroporto e, dopo aver appurato che a Lima il concetto di “standby” e’ capito solo fino ad un certo punto, otteniamo le carte d’imbarco per il volo LA2027, effettuato da LAN Peru. LAN e’ una di quelle compagnie che m’è sempre stata simpatica e, sebbene sia difficile capire qualcosa da un volo di un’ora, non posso negare di essere abbastanza eccitato all’idea di provarla.

A bordo, il nostro 320 si presenta veramente bene, con interni moderni e ben tenuti. Il volo e’ praticamente pieno, ma riusciamo ad ottenere due posti vicini. La rivista di bordo di LAN Peru e’ un giornale broadsheet, praticamente per intero in spagnolo, mentre quella di LATAM e’ di formato meno inusuale, con contenuti in portoghese e spagnolo, più qualche occasionale menzione in inglese. Carina la sezione della flotta, con disegni magari non proprio accuratissimi, ma comunque simpatici. Sinceramente me l’aspettavo più folta, considerando tutte le destinazioni che servono. Come faccia Italian Airways (si chiama cosi?) a dire che LAN darà loro due 787 in leasing lo sanno solo loro…

Lungo la pista sono allineati, a parte un filotto di A320 LAN – inclusa una coda solitaria LATAM – un po’ di aerei ed elicotteri militari di provenienza insolita.

Iniziamo con un Mi17:

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Poi un An26/32 in livrea civile, e uno in grigioverde:

In un angolo, purtroppo privi di rotori, stanno due degli elicotteri più grandi del mondo, i Mi26. Ricordo di averne visto uno in Val d’Aosta, impegnato nella costruzione della nuova funivia del Bianco. Enorme.

Per finire non mancano un C130 che fa capolino da un hangar…

…e un C17 dello zio Sam. Visto ciò decolliamo, perdendoci immediatamente nella zuppa sospesa sopra la città.

A bordo il servizio e’ spiccio: bevande, tra cui spicca il giallo-itterizia della bottiglia di Inca Cola, e la versione locale di “biscotti o salatini”. La differenza la fa la presenza del Wi-Fi, che si appoggia all’app di LATAM. In sostanza, per chi ha scaricato l’app a terra, sono a disposizione film, giochi e altri contenuti. Per tutti gli altri c’è solo la mappa. Da quello che ho potuto vedere la selezione era veramente impressionante, una validissima alternativa all’IFE; funzionasse per bene su tutto il network (stando alla rivista e a Internet il servizio non e’ disponibile sul mare e sull’Amazzonia, rifacendosi ad antenne a terra), renderebbe superfluo l’IFE.

Un’oretta di volo, e siamo arrivati a Cusco. Il panorama e’ quello, scopriremo, tipico delle highlands peruviane, e l’approccio fa molto London City; ondeggiamo come corvi sulle correnti termali che si alzano dalle montagne, sbattacchiamo di qui e di li, gli Yuhuuu si sprecano e, dopo qualche giravolta, siamo arrivati. Fuori ci aspetta il nostro host AirBnb – consigliatissimo, cercate Christian – e un taxi cosi sgangherato da fare pietà a quelli iraniani; il mio lato ha la maniglia ma non la manetta per abbassare il finestrino, che rimane sulla trequarti; quello di 8200 ha la manetta ma non la maniglia. A impreziosire il tutto un copripiantone del volante peloso e il santino della Madonna in funziona Arbre-magique, fragranza ascella di alpaca. Siamo arrivati.

Secondo intermezzo – Perù

Non vi annoierò con un resoconto dettagliato dell’intero itinerario, che e’ stato Cusco – Ollantaytambo – Machu Picchu – Cusco – Lima, ma mi limiterò a buttare giù un po’ di pensieri su questo paese, in positivo e in negativo.

Cusco e’ per forza di cose un punto positivo. Una citta’ dal centro vivace, dalle tradizioni vivissime e dallo charme innegabile, con l’aria limpida e le viste che sono tipiche dell’alta montagna. Dall’alto della fortezza di Saksaywaman ho trovato la stessa limpidezza, e lo stesso gioco tra luce e nuvole, che si trova nella zona delle Alpi che preferisco, al di sopra del limite dei boschi, dove si trova solo gente che vuole andare in montagna. Niente merenderos, niente gente in SUV. Le periferie strangolano questa visione, ma solo Lina Sotis puo’ pretendere che non esistano (a proposito, scrive ancora?)

In questo senso il viaggio sul colectivo per Ollanta e’ una visione. Villaggetti di mattoni di torba, macchie di alberi, un’aria che letteralmente brilla e, qui e li, un 5000 metri a farti compagnia. Ghiacciai che sembrano sfidare la gravità, e autisti che sembrano prenderli ad esempio.

Cusco e’ speciale anche dal punto di vista storico-antropologico. Per me e’ stato molto interessante vedere coi miei occhi quel fenomeno di assimilazione col quale un pugno di spagnoli – senza dubbio aiutati dal sembrare marziani, tra cani da guerra, cavalli, armi acciaio e malattie, ma pur sempre quattro gatti – ha preso una civiltà millenaria e l’ha inglobata nell’ecumene cristiana, sostituendo tutti i centri di potere Inca con quelli spagnoli. Camminavamo tra le vie della città e vedevamo quest’assimilazione all’opera nei monumenti. Qorichanka, il tempio del sole, ora e’ la base del convento di Santo Domingo. Al posto della chiesa dei gesuiti una volta c’era Amarucancha, il palazzo di Huayna Capac, penultimo Sapa Inca. La famosa “pietra dei dodici angoli”, un tempo parte del muro del palazzo di Inca Roca, venne riciclata come parte del perimetro della residenza del vescovo di Cusco.

La stessa assimilazione, magari più favorevole agli usi e ai costumi del paese, e’ visibile nell’arte e tra la gente. I crocifissi sono tutti adornati da cuscini e sciarpe di lana d’alpaca; Gesù e i 12, in un olio nella cattedrale, mangiano il cuy, porcellino d’India arrosto, in un Monte Sion che sembra molto andino e poco gerosolimitano. In plaza de Armas, dove Tupac Amaru venne ucciso tramite squartamento, c’è una festa, una specie di processione religiosa e parata militare; davanti a noi sfilano persone in costumi millenari, con ruoli che pensiamo di riuscire a capire – il viandante, il pastore, la morte – ma, sempre e comunque, il crocifisso e’ presente.

Un altro, enorme, positivo e’ Machu Picchu. Avevamo accarezzato l’idea di un trail, e mi sto ancora mangiando le mani alla vista di cos’è il Lares trek, ma tempo e – soprattutto – denaro ci hanno costretto a lasciar perdere. Ci rifiutiamo, però, di salire in bus; faremo gli ultimi 10 km, da Aguascalientes, a piedi.

Partiamo alle sei. Il cielo e’ plumbeo, un’umidità padana, ma va bene cosi; dopotutto le scene clou di Predator non si svolgono col sole, e nemmeno quelle di Jurassic Park (l’avevo detto che conveniva farmi studiare!).

Saliamo abbastanza spediti, ruscellando sudore in maniere impensabili. Nostri compagni sono la vista splendida e un cane randagio, soprannominato Perùcane, che rifiuta la nostra frutta secca. Saliamo lungo la via, accompagnati da visioni che mi fanno pensare al Mondo Perduto di Conan Doyle, roba da aspettarsi uno pterodattilo.

Niente di ciò. Purtroppo arriviamo, invece, assieme a una turba di vacanzieri in torpedone, Unni sudamericani armati di selfie-stick, maledetto ne sia l’inventore e gli utenti. Non basteranno a ridurre la bellezza del posto. Taccio e lascio parlare le foto.

Del bello di questo paese ho detto; parliamo del brutto.

Una cosa brutta e’, senza dubbio, il traffico. Opprimente, asfissiante, caotico, abbonato al clacson. Peggio che in Brasile, certamente peggio che in Vietnam, sembra che tutti debbano per forza andare in auto ovunque, anche per fare 100 metri, e devono annunciarlo – Ho un’auto! Ho un’auto! Cazzo, ho un’auto! – a tutti. Pazienza se ci sono le strisce, i semafori, il vigile armato: io ho un’auto, e devo passare.

Seconda cosa brutta, il cibo. Sicuramente sono stato influenzato dall’aver avuto due avvelenamenti da cibo consecutivi, ma la cucina peruviana m’è parsa scialba, priva di quel concerto di sapori che si trova in Asia. Non chiedo piatti da gourmet, io amo mangiare al mercato, ma altrove – Iran, Caucaso, Bosnia, lo stesso Brasile – ho trovato cibi molto più appetitosi. Qui sembrava di mangiare polenta; puoi metterci sopra quello che vuoi, ma non cambia il fatto che stai mangiando un pastone di farina di mais e acqua.

Ultimo punto negativo, l’estetica. Ok, so di essere in acque pericolose, parlare di estetica in un paese in via di sviluppo mi fa sentire molto radical chic. E’ meglio la casa in cemento armato e mattoni che la capanna di frasche, per quanto native sia quest’ultima; però alla terza città di strade polverose, case di mattoni nudi, coi ferri di chiamata sormontati da bottiglie di plastica, e con muri di mattoni che vanno avanti chilometri e chiudono il nulla… un po’ di tristezza viene.

Chiudiamo la vacanza con un piccolo regalo, un hotel familiare a Miraflores. Questa e’ una zona veramente carina, priva di tutto quello che avevo scritto prima. Passiamo un sacco di tempo sul lungomare, guardando i surfisti e quelli col parapendio. Poi, alla fine, e’ tempo di rientrare.

L’ultimo rientro: LIM-LGW

Uber, un’ora e mezza di salsa e gas di scarico e raccomandazioni alla Madonna e siamo in aeroporto. Soliti dipendenti che non sanno bene da che parte sono girati, ma alla fine siamo airside, dove ci saluta uno splendido MD11 cargo ormeggiato al satellite, e un 767 LAN con porta socchiusa per far girare l’aria. Ad altre latitudini e’ una cosa da sospensione; giustificata? Non giustificata? Non sono la persona adatta per dirlo, di certo volare giù dal main deck di un aereo non fa piacere.

L’aeroporto di Lima, non me ne vogliano gli aficionados, e’ fetente. 9 soles per una bottiglia d’acqua – prezzo al supermercato 1 – e’ qualcosa che farebbe arrossire d’imbarazzo l’associazione a delinquere Heathrow Airport Limited; i dieci minuti di Wi-Fi liberi (e buona parte delle app sono schermate, apparentemente) e’ ugualmente imbarazzante. Il meglio, poi, si raggiunge con lo staff.

A sbrigarsi il nostro volo e’ l’handler dell’aeroporto. Sono in sei, più il turnround manager, e credo che forse ne facciano uno completo. Già chiamare il boarding un’ora e venti prima della partenza, quando l’equipaggio manco e’ arrivato, e’ qualcosa di interessante. Poi la procedura per l’imbarco e’ tutta un programma: in pratica, ci sono tre postazioni dove, stando a quanto ho visto in decine d’aeroporti, dovrebbe esserci un lettore. Passi la carta d’imbarco, beeep luce verde grazie mille, biiiip luce rossa qualcosa non va.

Non qui.

Qui si guarda il passaporto, si strappa la boarding pass – lasciando il taccolino al passeggero – e poi, dopo, si passa il mazzo di BP al lettore, che’ di lettore ce n’è uno. In caso di luce rossa, si va di radio per dire alla collega in aereo di andare a spostare gente. Come facciano con le BP stampate da casa, o quelle sul telefono, lo sanno solo loro. Coda e poi siamo a bordo. Posti 10EF, quelli in mezzo, prima volta per me.

Decolliamo, e sono veramente stanco. Prendo lo champagne di prammatica, e poi rancio. Due antipasti, la classica mozzarella e l’alternativa peruviana, insalata con tortino di patate. Ancora una volta, ci pregano di prendere il tortino perché nessuno sembra volerlo, e onestamente sbagliano. E’ ottimo.

Ci sono quattro secondi, e decido di prendere il manzo. Ora, mangiare manzo in aereo e’ un po’ come tifare Toro; c’è l’annata che va bene, ma e’ talmente rara che te la ricordi per decenni. Cosi come mangiare manzo bene in aereo. Comunque, a me piace ben cotto, che sia quasi croccante fuori. Si, e bevo più caffè americani che espressi, levatemi il passaporto, lo so. Comunque, questo manzo e’ decente, almeno per i miei standard, se non fosse che – di nuovo – al posto dei coltelli m’han dato paletta e secchiello. Due ore per tagliarlo, e si che non era nemmeno duro. Buoni i condimenti, sughino q.b.

Salto dolce, caffè e altro, e mi metto in orizzontale. Club sara’ vecchia, antiquata, stretta, quello che volete voi, ma tiriamo su le partizioni, ci mettiamo in posizione-letto e… bum. Mi sveglio sette ore dopo. Esattamente quanto dormo a casa. Fate vobis, ma a me tanto basta; se poi, come pare, metteranno nuovi duvet, cuscini e materassino allora sara’ ancora meglio.

Arriva il momento della colazione; ci sono due omelettes, la solita full English e il piatto di affettati. Decido per quest’ultimo. Iniziamo con frutta varia – bene i frutti tropicali, male gli spicchi di mandarino, non si potrebbe usare solo frutta tipica del posto? – e pastries varie, più smoothie.

Poi ecco qui gli affettati, che sono caricati in loco e sono fatti in stile tedesco – cioè tanta roba affumicata.

Facciamo un attimo di holding, e siamo a terra. Una volta sbarcati nella perfida Albione scopriamo che a) piove b) l’aereo era YMMR, lo stesso dell’andata c) c’e’ un fracco di gente all’immigrazione, roba da mezz’ora di attesa d) hanno acceso il riscaldamento e) i treni sono in ritardo, e la branca dell’Overground che mi porta a casa e’ ovviamente chiusa per lavori.

Alla prossima, e grazie mille per la pazienza!

 

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